
Il Premier cinese Wen Jiabao insieme al Primo Ministro pakistano Yousuf Raza Gilani (Credits: AP Photo/Jason Lee, Pool)

Il Pakistan probabilmente resterà per sempre l’alleato più affidabile della Repubblica popolare in Asia. Tant’é che per compiacere Pechino in occasione della visita di una delegazione cinese Islamabad ha fatto in modo che del comitato di accoglienza facesse parte anche un gruppo di uiguri, dimostrando al partner asiatico quanto la comunità mussulmana turkofona che risiede in Pakistan sostenga Pechino molto più di quanto facciano gli uiguri dello Xinjiang. Continua
Credits: Lapresse
A Urumqi, città dello Xinjiang, Cina, il clima rimane teso dopo l’esplosione di violenza etnica che ha provocato oltre 150 morti
FOTOGALLERY
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
Sembra che la Repubblica popolare cinese abbia scelto, per la rivolta nello Xinjiang, la linea della trasparenza. O meglio: dell’allentamento della censura. Lo dimostrerebbero l’accuratezza dei resoconti pubblicati dalla stampa nazionale e l’autorizzazione concessa ai giornalisti stranieri di recarsi a Urumqi, la capitale di questa regione, per seguire in prima persona (ma scortati dalla polizia) le evoluzioni degli scontri. Sembra. Appunto. Perché la Cina non è in realtà né più trasparente né più aperta. È solo solo più moderna, anche anche quando deve censurare, perché ha capito che, nell’era dei social network, il silenzio è più controproducente dell’informazione pilotata e controllata.
Meglio allora passare alla fase del controllo 2.0: informazione parzialmente libera, almeno rispetto al passato, ma rispettando le esigenze del partito e del regime. Ed ecco che, per evitare che i cinesi cerchino sui siti stranieri gli aggiornamenti sulla guerriglia indipendentista nello Xinjiang, domenica notte il governo ha bloccato prima l’accesso alla rete e poi offerto in alternativa un resoconto dettagliatissimo degli scontri: 156 morti, oltre 1000 feriti, 261 veicoli incendiati e 1400 arresti. Peccato che dimentichi, Pechino, di aggiungere che 3000 cinesi di etnia han si sono addentrati ieri nei quartieri abitati dagli uighuri, la minoranza musulmana che abita quest’area al confine occidentale, “per vendicare gli attacchi di domenica”, costringendo così la polizia di stato a intervenire con gas lacrimogeni per riportare l’ordine.
Ancora: la stampa nazionale cinese non racconta che parallelamente al rientro anticipato di Hu Jintao dall’Italia per “gestire la crisi da vicino”, nello Xinjiang sono stati trasferiti migliaia di militari. Preferisce cospargere valium informativo, riferendo con toni generici e rassicuranti che il governo sta cercando di “stabilizzare la situazione per far in modo che han e highuri ricomincino a vivere come fratelli”.
Di fatto gli attivisti dei diritti umani cinesi hanno già trovato un modo per scavalcare anche il “controllo 2.0″: sposteranno i loro blog fuori dagli aggregatori convenzionali per trasformarli in siti autonomi trasferibili su nuovi server quando cala la mannaia della censura tecnologica. Continueranno a lottare, insomma, per far capire ai loro connazionali cosa significa vivere sotto un regime autoritario che annacqua e reprime i diritti delle minoranze. Continueranno a farlo anche per consentire che, almeno potenzialmente, in Cina la verità continui ad essere disponibile. Per chi ha un accesso a Internet e, naturalmente, vorrà cercarla.
GUARDA LA FOTOGALLERY
Credits: AP Photo/Ng Han Guan
Credits: Ansa/EPA/OLIVER WEIKEN
Visualizza Cina, repressione nello Xinjiang in una mappa di dimensioni maggiori
Centoquaranta morti, più di ottocento feriti, sono le cifre ufficiali dell’agenzia Xinhua. La rivolta degli Uiguri a Urumqi, nella provincia cinese di Xinjang, per dimensioni è una delle più gravi verificatesi negli ultimi anni in Cina. Il massacro è il peggiore dai tempi di Tienanmen. Ma a differenza di quanto accadde nel marzo 2008 in Tibet, con la rivolta anticinese a Lhasa e la successiva repressione, il flusso di testimonianze via internet è relativamente scarso. Colpa di un minore “glamour” della zona, ma anche della censura di regime, che ha affinato le tecniche di controllo verso l’esterno. Ciononostante, tra le maglie della rete sono passati video che mostrano i violenti scontri di domenica. E anche quelli che sono stati all’origine, a quanto pare, della rivolta: il 26 giugno scorso in una fabbrica di Guangdong, dove Uiguri e Han sono venuti alle mani per un’accusa di stupro.
Un modo per ottenere informazioni diverse da quelle delle agenzie ufficiali cinesi è controllare sul sito di “Global voices” dove anche in inglese vengono tradotti messaggi provenienti dalla regione dello Xinjang. Un articolo della corrispondente dalla Cina Oiwan Lam racconta la storia all’origine dello scontro e il suo scoppio a Urumqi, capitale dello Xinjiang, città dove gli Uiguri sono una minoranza per la politica demografica del partito comunista che ha dislocato nella zona molte famiglie di etnia Han, la stessa tattica applicata a Lhasa.
Il blogger cinese Drunken Pig, citato nell’articolo, punta il dito contro “i privilegi degli Uiguri” nelle altre regioni della Cina: “sono un gruppo sociale privilegiato ma nella loro terra vengono privati della libertà religiosa”. Un’altra versione viene invece sostenuta da Uighur Online: “Per i cinesi (Han) gli Uiguri sono allo strato più basso della società e i loro bambini sono trattati come ladri, altro che privilegiati”. Il flusso più consistente di immagini e video è quello del sito EastSouthWestNorth.
I resoconti “di prima mano” su quanto sta accadendo nello Xinjiang sono comunque pochi: Twitter è bloccato in Cina e i social network più utilizzati (vedi la mappa globale) sono sotto il controllo della censura. Anche così, comunque, qualche informazione riesce a rendersi visibile: come si vede dai link segnalati dal blogger italiano Chen ying: alcuni utenti su twitter raccontano che la connessione alla rete era bloccata a Urumqi questa mattina e che i tagli all’elettricità sono frequenti. Mentre un altro twitterer sostiene che ci sia il coprifuoco e guardie armate davanti agli hotel. Tutte informazioni da verificare, quello che è certo invece è il blocco del sito da parte delle autorità: basta guardare il grafico pubblicato da herdict.org.
LEGGI ANCHE: La polizia spara sui manifestanti. L’appello di Napolitano. Pechino minimizza - Xinjiang, la terra dei musulmani che allarma Pechino


Molti pensano che il super carcere per terroristi di Guantanamo sia un stato un grande problema per gli Stati Uniti, al punto che il presidente eletto Barack Obama ha promesso di chiuderlo. Ma in realtà, Guantanamo, è un problema anche per la Cina. Perché, catturati nei mesi immediatamente successivi all’11 settembre, sono ancora rinchiusi nella basa a largo di Cuba 17 cittadini cinesi. Che però, nonostante siano stati dichiarati “non pericolosi” dall’amministrazione Bush già dal 2003, Pechino non è intenzionata a riaccogliere. Già, perché questi 17 prigionieri, catturati in Pakistan, fanno parte della minoranza musulmani degli uiguri: proprio quella minoranza che prima e durante i giochi olimpici ha dato filo da torcere alle autorità cinesi con manifestazioni e attentati per rivendicare il proprio diritto all’indipendenza.
Così, Washington non può lasciarli - per legge - liberi sul suolo statunitense. Pechino, di riaverli indietro, non vuol nemmeno sentire parlare. “E non c’è uno Stato che si sia dichiarato disponibile ad accoglierli” ha detto Vijay Padmanabhan, che era a capo del sistema penitenziario del dipartimento di Stato. “Tutti temono che questo peggiorerebbe le loro relazioni con la Cina. E al tempo stesso, oltre a non poterli semplicemente liberare sul nostro territorio, non possiamo nemmeno sbarcarli dietro la grande muraglia, perché la legge ci impone anche di non consegnarli in Paesi dove potrebbero essere trattati ingiustamente”.
È dal 2003, dunque, che questi 17 uiguri vivono a Guantanamo, in attesa di trovare loro una sistemazione che non scateni le ire dei cinesi. Ma ora, con la probabile chiusura della prigione, a essere trattenuti saranno soltanto i terroristi - o sospetti tali - più vicini ad Al Qaeda. La settimana scorsa, incurante di quelle che potrebbero essere le conseguenze nei rapporti bilaterali fra Washington e Pechino, la Corte Suprema ha emesso una sentenza che prevede il loro rilascio. E che probabilmente, visto che nessun Paese si è dichiarato pronto ad accoglierli, costringerà l’amministrazione Obama a trovare loro una sistemazione da qualche parte negli States e ad affrontare la rabbia della Cina. “Anche se io mi aspetto che i cinesi facciano qualcosa” ha spiegato Bonnie Glaser, un sinologo del Center for Strategic Studies. “La loro volontà di non accettare questi prigionieri e la nostra ritrosia a consegnarli per paura delle conseguenze che dovrebbero affrontare sono motivo di imbarazzo, soprattutto domestico, per il governo della Repubblica Popolare”.
Ora la corsa per gli Usa è contro il tempo: all’insediamento della nuova amministrazione mancano appena due mesi, in cui cercare una soluzione che non offenda la Cina, come nel 2006, quando 5 uiguri rilasciati furono accolti in Albania. “Ma questa volta vedo poche possibilità”, ha concluso uno sconsolato Padmanabhan.
Parla Kadeer, il Dalai Lama degli uiguri
Si fa sempre più stretta la morsa repressiva cinese sulla popolazione uigura dello Xinjiang, la regione autonoma della Repubblica Popolare che confina a sud con il Tibet e che da decenni la Cina considera a forte rischio di secessione. Il “ripopolamento Han” (ovvero il trasferimento massiccio di cinesi appartenenti all’etnia maggioritaria del Paese cui vengono affidate le cariche politiche e le posizioni economiche principali nello Xinjiang) è iniziato cinquant’anni fa, dopo la presa del potere da parte dell’Esercito popolare ma è negli anni ‘90, con la fondazione della Shanghai Cooperation Organization (SCO), che la Cina si è assicurata la rinuncia al sostegno dell’indipendenza da parte dei Paesi dell’Asia Centrale. Durante le ultime Olimpiadi, raccontano a Panorama.it alcuni cinesi che vivono nello Xinjiang, la regione è stata completamente militarizzata. “L’esercito è arrivato in ogni città, i cittadini sono stati sottoposti a controlli continui, e molti sono stati arrestati senza motivo perché sospettati di voler organizzare un’ azione dimostrativa violenta contro il regime”. “L’atmosfera era talmente invivibile”, continua una giornalista di origini uigure che sceglie di rimanere anonimo, “che ho preferito andarmene a Shanghai perché da Urumqi (il capoluogo dello Xinjiang, ndr) non avrei mai potuto scrivere nulla. Spero di poterci tornare presto, ma i miei contatti sul posto mi confermano che la situazione non è cambiata”.
Negli ultimi giorni giro di vite ha colpito i fedeli musulmani. Fuori dalle moschee sono stati affissi nuovi regolamenti che impongono che il sermone dell’Imam durante il rito del venerdì non duri più di trenta minuti. Pregare al di fuori delle moschee è proibito, così come è vietato a chi lavora negli uffici governativi assistere alle funzioni religiose musulmane. Ancora, sia le donne che decidono di coprirsi il capo che gli uomini che si fanno crescere la barba rischiano il licenziamento. Non solo: in tutta la regione può circolare solo la versione del Corano approvata da Pechino, gli Imam non possono insegnare le scritture islamiche in privato, e i corsi di lingua araba possono essere impartiti solo in alcune scuole governative. Durante il mese sacro del Ramadan, studenti e dipendenti degli uffici governativi sono obbligati a consumare i propri pasti a orari regolari, mentre da un paio d’anni i passaporti degli uiguri vengono confiscati per impedire che i fedeli si rechino autonomamente in pellegrinaggio a La Mecca. L’amministrazione centrale autorizza solo alcuni tour organizzati, ma questi viaggi hanno un costo di almeno 3.700 dollari a persona, e i fedeli che se li possono permettere sono sempre di meno. Anche perché, sempre secondo Pechino, possono fare domanda per partecipare a un pellegrinaggio solo gli uiguri che hanno tra i 50 e i 70 anni, che “amano il loro Paese (la Cina ndr) e obbediscono alle sue leggi”.
Un insegnante uiguro ha raccontato all’International Herlad Tribune che “la popolazione è arrabbiata, che il governo sbaglia ad imporre tutte queste regole”, mentre gli esperti temono che questo giro di vite possa fomentare un’ulteriore radicalizzazione delle frange islamiche più estremiste. Wang Lequan e Nuer Baikelei, rispettivamente il Segretario del Partito e il Presidente dello Xinjiang, avevano già annunciato che dal momento che il controllo sulla religione è fondamentale per mantenere la stabilità nella regione, le misure repressive sarebbero aumentate. Con queste premesse, è lecito aspettarsi che la situazione nello Xinjiang continui a peggiorare.
Gli ultimi commenti