
Luiz Ignacio Lula da Silva potrebbe continuare ad essere il presidente del Brasile anche dopo il 31 dicembre 2010 quando finirà il suo secondo mandato. Certo, con la costituzione attuale l’ex sindacalista non può concorrere alle elezioni del prossimo anno. Inoltre lui ha ripetuto più volte, anche nelle ultime ore, di non pensare ad un terzo mandato consecutivo. Infine Lula e il suo Partito dei lavoratori (PT) appoggiano da mesi come candidata perfetta per la successione Dilma Rousseff, attuale ministro della Casa Civil, la carica politicamente più rilevante in Brasile dopo quella del presidente.
Ieri, tuttavia, due fatti nuovi hanno rimesso rilanciato con forza la candidatura di Lula. Da un lato la notizia che entro fine maggio il deputato Jackson Barreto del Pmdb, il partito più forte (dopo il PT) della coalizione di governo, presenterà in Parlamento una proposta di emendamento costituzionale affinché Lula possa partecipare alle elezioni dell’ottobre 2010. Se passerà l’emendamento alla Costituzione in Parlamento, a settembre di quest’anno si terrà un referendum popolare che dovrà ratificarlo.
Dall’altro lato, martedì, la candidata designata Dilma è stata ricoverata d’urgenza all’ospedale Sirio Libanês di San Paolo a causa di dolori lancinanti alle gambe. A fine aprile la stessa Rousseff aveva annunciato che i medici le avevano asportato un tumore all’ascella e che si sarebbe sottoposta a una chemioterapia di quattro mesi per curare un linfoma contro cui sta lottando. Il ricovero di ieri ha fatto aumentare le voci sullo stato di salute di Dilma e più di un analista si è chiesto se non sia il caso di interrompere la sua attività politica, compresa la faticosissima corsa alla presidenza, sino alla fine del trattamento chemioterapico. Barreto esclude però in un’intervista al portale Terra che la sua richiesta per un terzo mandato di Lula sia da ricollegare allo stato di salute di Dilma, lui l’ha giustificata come una “richiesta della sua base elettorale”. Di certo c’è, comunque, che il nome di Lula torna in pista per le elezioni del prossimo anno anche se lui lo esclude ancora una volta proprio mentre ieri in Colombia il Senato approvava un referendum che, se approvato, consentirà anche ad Alvaro Uribe di ricandidarsi per la terza volta di fila alla presidenza. La speranza di tutti comunque, in Brasile e all’estero, è che Dilma superi velocemente le difficoltà del momento e sia lei ad affrontare chi tra José Serra e Aecio Neves sarà il candidato dell’opposizione nell’ottobre del prossimo anno.
Differenze di “visione” profonde sulla guerriglia marxista-leninista delle Farc hanno creato negli ultimi giorni una forte tensione tra due paesi latinoamericani, la Colombia di Álvaro Uribe Vélez e il Nicaragua di Daniel Ortega. Dopo una settimana di accuse incrociate, infatti, la Colombia ha chiesto all’Organizzazione degli Stati Americani che controlli molto da vicino il governo del Nicaragua per la presunta vicinanza del presidente Ortega con alcuni membri delle Farc. “Il governo di Managua deve aiutarci a sotterrare le Farc, non a sotterrare se stesso assieme alle Farc”, ha detto il rappresentante colombiano all’Oas, che ha accusato il paese centroamericano di “proteggere terroristi”. Immediata e dura la replica nicaraguense: “La Colombia è uno stato narcoterrorista” e il suo presidente Uribe applica “il terrorismo di stato”. Gli scontri tra Colombia e Nicaragua, tuttavia, non sono i primi e, sottolineano gli analisti politici, non saranno neanche gli ultimi. Già lo scorso marzo infatti, dopo l’uccisione in territorio ecuadoregno del numero due delle Farc, Raúl Reyes per mano dell’esercito colombiano, Ortega era intervenuto nella questione in modo del tutto simile al presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, suo grande alleato e sponsor, e alla fine decise di interrompere tutte le relazioni diplomatiche con Bogotá.
Inoltre da anni i due paesi sono al centro di una disputa territoriale che vede come oggetto del contendere l’arcipelago caraibico di San Andrés, ufficialmente parte integrante della Colombia ma rivendicato dal Nicaragua che lo scorso anno ha presentato di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja l’annullamento del trattato Esguerra Bárcenas, del 1930, che sanciva la sovranità colombiana sul territorio. L’11 novembre di quest’anno Bogotá presenterà una sua contro-memoria sul tema e dal 2009 in poi si attende il giudizio del tribunale olandese, specializzato in dirimere pacificamente le dispute territoriali.
Le accuse incrociate sulle Farc dei giorni scorsi, quindi, sono probabilmente da inserirsi in un quadro più ampio di tensione tra i due paesi. Una tensione aumentata anche dall’ultimo dettaglio sulla liberazione della franco-colombiana Ingrid Betancourt emerso pochi giorni fa, ovvero che tra il gruppo dei liberatori c’era anche un finto cameraman della tv Telesur finanziata da Chávez per controbilanciare il “potere mediatico dell’Impero statunitense”, molto vicina ad Ortega e assai critica verso Uribe.

Il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías avrebbe finanziato con 300 milioni di dollari i ribelli marxisti delle Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia. Di fronte a un folto gruppo di giornalisti riuniti nel Palacio de Nariño, il presidente colombiano Uribe, dopo la chiusura della frontiera decisa da Caracas, ha annunciato che è pronto l’incartamento per denunciare Chávez di fronte alla Corte Penale Internazionale (Cpi) con l’accusa di finanziamento al genocidio. Un’accusa appena più leggera rispetto a quella che qualche anno fa portò all’arresto di Slobodan Milosevic, accusato direttamente di genocidio.
“Il Governo che guido”, ha detto Uribe, “denuncerà il presidente del Venezuela affinché spieghi di fronte alla Cpi il presunto delitto di finanziamento al genocidio”. “Non possiamo permettere che un Paese solidarizzi e diventi complice di terroristi”, ha continuato il presidente colombiano. “Non siamo a favore della guerra ma non siamo deboli e non possiamo permettere che ci siano terroristi rifugiati in un altro Paese che spargono il sangue di nostri compatrioti”, ha poi concluso.
La denuncia di Uribe arriva dopo il ritrovamento di una serie di documenti ed e-mail scottanti nel computer del numero due delle Farc Raúl Reyes, ucciso sabato primo marzo dalle forze speciali colombiane in territorio ecuadoregno, che evidenzierebbero gli stretti legami dei governi di Caracas e Quito con la guerriglia marxista.
Tra le carte trovate sul computer di Reyes, oltre all’appoggio mutuo Farc-Venezuela e Farc-Ecuador a scopo politico, è anche stata resa pubblica una nota che spiegherebbe come Chávez sia grato alle Farc da oltre 15 anni, da quando, rinchiuso in un carcere venezuelano dopo il tentato golpe del 1992, i guerriglieri marxisti colombiani gli fecero avere “cento milioni di pesos”. Un’altra nota fa invece riferimento ai 300 milioni di dollari Usa da cui deriverebbe la denuncia di Uribe alla Corte Penale Internazionale. Ma ci sono anche messaggi di comandanti locali delle Farc a Reyes che parlano esplicitamente di narcotraffico. Uno datato 13 luglio 2007 dice: “Consegno 700 chili di cristallo di cocaina… sabato o domenica dovrò ricevere un milione e mezzo di dollari in contanti a Quito”. La risposta di Reyes, sempre in data 13 luglio, è raggiante: “È positivo che questa gente cominci a mantenere le promesse”.

Il portavoce delle Farc colombiane Reyes ucciso al confine tra Ecuador e Colombia in una foto d’archivio del 2006
Dal canto suo il ministro degli Esteri venezuelano Nicolás Maduro ha definito i documenti resi pubblici dal governo colombiano “semplicemente ridicoli” e, mentre circa l’85% dei venezuelani secondo i sondaggi dei principali giornali del paese sono contrari a una guerra con la Colombia, Caracas continua a gettare benzina sul fuoco. Da oggi, infatti, ha interrotto ogni flusso commerciale verso Bogotà. Una misura che si aggiunge ai dieci battaglioni con migliaia di soldati e decine di carri armati inviati alla frontiera e all’interruzione di tutte le relazioni diplomatiche ordinata da Chávez il 2 marzo scorso.
Come mai, mentre Ecuador e Colombia hanno ripreso a dialogare nelle ultime ore e stanno cercando di risolvere la crisi attraverso le vie normali diplomatiche, Caracas e Bogotà sono ormai ai ferri corti? Chávez ha messo “nel mirino” Uribe a partire dallo scorso dicembre, quando quest’ultimo decise di riprendere in mano direttamente il dialogo con le Farc, cercando di escludere il presidente venezuelano dal ruolo di mediatore privilegiato nelle trattative con i ribelli marxisti colombiani. Uribe, tuttavia, non ce l’ha fatta ad escludere il presidente del Venezuela, il quale ha continuato nella sua missione oramai non più richiesta dal governo colombiano, interloquendo con le Farc e contribuendo negli ultimi due mesi alla liberazione di sei ostaggi.
Questo sovrapporsi di ruoli e la differenza di approccio dei due presidenti – Uribe è contro ogni concessione alla guerriglia marxista, Chávez li considera, ricambiato, degli eroi - ha fatto precipitare le cose alla prima occasione possibile. Occasione che si è presentata sabato primo marzo quando la Colombia ha fatto sconfinare alcuni suoi soldati in Ecuador durante gli scontri con le Farc che hanno portato all’uccisione di Reyes.

Sarà direttamente il presidente della Colombia Alvaro Uribe a prendere in mano il dialogo con le Farc, le Forze armate rivoluzionarie colombiane. Fatto uscire di scena alla fine di novembre il presidente venezuelano Hugo Chavez e subito dopo il discorso del collega francese Nicolas Sarkozy, Uribe ha ufficialmente dichiarato di voler gestire in prima persona la difficile situazione.
In ballo ci sono da un lato 45 ostaggi nelle mani dei ribelli, tra cui la franco-colombiana Ingrid Bétancourt, dall’altro 500 guerriglieri nelle carceri colombiane. Le Farc chiedono la loro liberazione in cambio di quella degli ostaggi. Uribe, all’indomani di un’altra dichiarazione forte, quella secondo la quale le Farc sarebbero simili ad Hitler, si prepara così al dialogo. “E’ stata la Chiesa cattolica”, spiega, “a proporci questa zona di mediazione. Il nostro governo è pronto ad accettarla”. Unica condizione: le parti non dovranno presentarsi armate. Uribe ha, inoltre, annunciato la creazione di un fondo speciale di 100 milioni di dollari destinato a pagare i ribelli che libereranno gli ostaggi.
Gli ultimi commenti