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Alle 16, le 13,30 ora italiana, in Afghanistan si sono chiusi i quasi 6.500 allestiti per le elezioni presidenziali e per il rinnovo dei Consigli Provinciali. A chi si trovava già in coda al momento della chiusura è stata peraltro concessa una proroga per votare, oppure l’apertura è stata prolungata laddove si erano verificati ritardi in avvio.
Il presidente uscente, Hamid Karzai, si è affrettato a definire “un successo” la consultazione, la cui legittimità a suo dire non sarà comunque influenzata dall’entità della partecipazione. In termini analoghi si è espresso Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. Karzai ha ringraziato i connazionali per aver sfidato le minacce dei Talebani ed essersi recati a votar, e ha parlato di una “bella giornata” per il Paese, malgrado abbia ammesso che vi sono stati in tutto 73 attacchi della guerriglia in quindici diverse province.
I Talebani hanno comunque moltiplicato le offensive, soprattutto nell’est e nel sud del Paese, ma non ci sono state le azioni eclatanti che avevano adombrato. Razzi sono stati sparati su Kandahar, su Kunduz e su Ghazni. Un attacco suicida è stato tentato da quattro terroristi a Kabul, ma sono stati intercettati da poliziotti che in una sparatoria ne hanno uccisi due; un terzo è stato arrestato mentre un quarto è fuggito.
La Commissione Elettorale Indipendente afghana ha definito “molto buona” l’affluenza, e ha fatto sapere che alla fine potrebbe raggiungere il 50 per cento. Operazioni di voto regolari a Herat, la città nella parte ovest del Paese sotto il controllo dei militari italiani.
Osservatori occidentali hanno tuttavia messo in dubbio il fatto che si possa arrivare a un’affluenza tanto alta, viste che le minacce degli ex studenti coranici hanno fatto breccia soprattutto al sud. Nelle prime presidenziali del 2004 votò il 70 per cento degli aventi diritto. Cauto ottimismo è stato peraltro espresso dall’inviato dell’Onu in Afghanistan, Kai Eide. “Gli attacchi spettacolari che erano stati minacciati non si sono visti”, ha osservato il diplomatico norvegese. “La giornata non è finita ma mi fa piacere vedere che le elezioni sono andate piuttosto bene”. Anche il segretario generale della Nato ha definito “incoraggiante” lo svolgimento del voto.
“È un giorno di cambiamento, un giorno di speranza”, ha commentato Abdullah Abdullah, principale sfidante di Karzai, votando a Kabul. Poche ore prima si era recato alle urne il presidente in carica, che spera di succedere a se stesso.
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da Chakab (afghanistan) Fausto Biloslavo
Si parte all’alba da base Tobruk con il plotone paracadutisti Nembo per garantire la sicurezza delle elezioni nel distretto di Bala Baluk, uno dei più infami di tutto l’Afghanistan. La “battaglia” per il voto nella provincia di Farah è solo iniziata, quando il tenente Alessandro Capone ci spiega che si temono attacchi kamikaze con autobombe contro i seggi (qui l’AUDIO).
I paracadutisti devono difendere ad ogni costo il seggio di Chakab, uno sperduto e polveroso villaggio lungo la Ring road, la strada che collega in circolo le principali città afghane. Nella piccola moschea locale gli scrutatori sono al lavoro per il voto presidenziale e provinciale.
Le due urne in plastica vengono piazzate per terra sul tappeto rosso di bassa qualità del luogo di culto islamico.
Sulle pareti non mancano foto e immagini della Mecca ed un vecchio orologio fermo chissà da quanto tempo. Nel seggio fai da te comincia ad arrivare gente fin dalle sette del mattino. Gruppi di afghani turbantati si sono organizzati con camioncini per giungere in gruppo dalle colline. Dopo aver mostrato il certificato elettorale ottengono le due schede formato lenzuolo con nomi e facce dei candidati. Qualcuno protesta per il dito indice immerso nell’inchiostro indelebile, che serve a non far votare due volte. Temono la minaccia di talebani di tagliarlo, come punizioni per non aver boicottato le elezioni.
Poi vanno a segnare le loro preferenze dietro due ridicole cabine elettorali in cartone, che stanno in piedi per miracolo.
Per le donne non è stato allestito il seggio separato. Il personale femminile della commissione elettorale ha avuto paura a venire in questa zona infestata da talebani. “Sono orgoglioso di aver fatto il mio dovere votando per il nuovo presidente. Adesso mi aspetto più sicurezza e posti di lavoro” sottolinea Aktar Mohammed, barbone grigio e pelle scavata dalla dura vita afghana. Come gran parte dei pasthun di questa zona deve aver votato per il presidente uscente Hamid Karzai.

Il plotone Nembo controlla la situazione da una collina che domina Chakab, pronto ad intervenire in caso di attacco talebano. Sotto un sole cocente tutto sembra filare liscio, fino a quando dalla radio non scatta il primo allarme: contro base Tobruk i talebani hanno tirato due razzi. All’inizio si pensava fossero colpi di mortaio (qui l’AUDIO). Più tardi arriverà un terzo razzo. Il più vicino è esploso a 150 metri dalla base avanzata, mentre i parà correvano al riparo nei rifugi in cemento armato.
Alle 11.30, ora afghana, una colonna di bersaglieri partita da Farah, il capoluogo provinciale, finisce sotto un bombardamento di mortai. Per radio si sentono i momenti concitati della battaglia con i fanti piumati del primo reggimento costretti a ripiegare e contare i danni (qui l’AUDIO). Nella battaglia intervengono i paracadutisti della 4° compagnia Falchi, che chiedono l’appoggio aereo. I talebani sono annidati sui tetti a cupola del villaggio di Pust e Rod. I piloti dei caccia li inquadrano mentre sparano ai soldati italiani e chiedono l’autorizzazione per bombardare. “Negativo, negativo” è la risposta del comando italiano, che vuole evitare a qualsiasi costo vittime civili (qui l’AUDIO).
La battaglia non è finita. Due soldati dell’esercito afghano (Ana) sono stati feriti ed uno dev’essere evacuato con l’elicottero (qui l’AUDIO). Un reparto di afghani è rimasto intrappolato nel villaggio ed i bersaglieri devono tornare a prenderli con i cingolati d’attacco Dardo.
Nella giornata delle elezioni e la notte precedente sono stati 22 gli attacchi dei talebani nel settore ovest dell’Afghanistan dove operano 2700 soldati italiani. Nel distretto di Bala Baluk sono stati aperti appena 5 seggi su 30, per motivi di sicurezza.
A Chakab dei 600 elettori registrati solo 125 hanno votato, ma si temeva che nessuno osasse recarsi alle urne in una zona così a rischio. Said Ayub, il governatore ombra dei talebani nella provincia di Farah, è di questo villaggio. Un pugno di suoi compaesani lo ha sfidato andando alle urne, ma tutto l’Afghanistan sembra aver vinto la “battaglia” del voto.
Venerdì 21 agosto, su Panorama, il reportage di Fausto Biloslavo, sull’inferno afghano del dopo voto
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da Shewan (Afghanistan), Fausto Biloslavo
Il fumo nero e lugubre si alza in un istante per una quindicina di metri. “Attenzione Ied alla testa del convoglio”, lanciano subito l’allarme (ascolta l’AUDIO) per radio i paracadutisti della Folgore in uno dei blindati più vicini all’esplosione. La tensione è alle stelle. La trappola esplosiva, chiamata in gergo Ied, era nascosta sulla strada.
I parà che spuntano della botola dei mezzi puntano le mitragliatrici pesanti verso le casupole di Shewan, roccaforte dei talebani. La striscia d’asfalto che stiamo percorrendo è la famigerata 517, soprannominata l’autostrada per l’inferno. Il convoglio composto da soldati italiani, americani e poliziotti afghani scorta due camion con il materiale elettorale per le presidenziali del 20 agosto. I talebani di Shewan da giorni annunciano con gli altoparlanti delle moschee che i veri fedeli dell’Islam non devono andare alle urne. Chi sgarra rischia di venir sgozzato o quantomeno di vedersi tagliare il dito, che sarà segnato con l’inchiostro indelebile per evitare che lo stesso elettore voti più volte.
La colonna è partita alle 13.30 da Farah (Afghanistan sud occidentale) per portare urne, schede e altro materiale elettorale nel distretto a rischio di Bala Baluk.
Novanta chilometri di paura, con i talebani che attendono i convogli come avvoltoi. Prima ancora di arrivare nell’area “calda” di Shewan giungevano segnalazioni di insorti in avvicinamento verso il convoglio (ascolta l’AUDIO). Li hanno visti i piloti degli elicotteri d’attacco Mangusta giunti in appoggio dal cielo. Ad un certo punto la strada si infila fra quattro casupole in fango e paglia, dove i civili afghani sembrano scomparsi da un momento all’altro.
I talebani avevano già colpito e dato alle fiamme due cisterne afghane e un camion che trasportava un’ambulanza. Le carcasse fumanti che superiamo sono la prima avvisaglia che ci stanno aspettando. Nel blindato Lince del tenente Alessandro Capone, 30 anni, romano, comandante del primo plotone Nembo, i parà sono pronti al peggio. La trappola esplosiva ha colpito un Coguar americano, all’inizio della colonna con l’obiettivo di immobilizzarlo e bloccare tutto il convoglio. Invece il mezzo anti mina resiste e prosegue senza registrare feriti a bordo.
Sui tetti delle casupole stanno cercando riparo alcuni soldati dell’esercito afghano. “L’Ana (le forze armate di Kabul, nda) ha visto qualcosa” urla il parà che spunta dalla botola del Lince. Tutti hanno il dito sul grilletto e ci si aspetta un’imboscata in piena regola dopo lo scoppio dell’Ied. Invece la coppia di elicotteri Mangusta, che svolazzano bassi su Shewan, consigliano i talebani di tenere giù la testa. L’attacco è fallito. Il materiale elettorale un’ora dopo arriva destinazione (ascolta l’AUDIO) , ma la battaglia per le elezioni in Afghanistan continua.
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