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Vaticano

L’Autorità palestinese come il Vaticano? Presto il test all’Onu - L’ANALISI

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  • Tags: Abu Mazen, anp, Generazione Tel Aviv, onu, Vaticano
  • 4 commenti
Il presidente palestinese Abu Mazen incontra il Pontefice  (Credits: AP Photo/Andrew Medichini, Pool)

Il presidente palestinese Abu Mazen incontra il Pontefice (Credits: AP Photo/Andrew Medichini, Pool)

Anna Momigliano E così, il momento è vicino. Questa settimana, in occasione della seduta plenaria dell’Assemblea generale Onu, i palestinesi chiederanno per la prima volta che le Nazioni Unite riconoscano la loro indipendenza. Per i palestinesi potrebbe essere un’occasione storica, in un momento in cui gli israeliani sono più che mai deboli e isolati nella scena internazionale. Che cosa si intenda però, esattamente, con “indipendenza” è ancora da definirsi.

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  • annamomigliano
  • Lunedì 19 Settembre 2011

Israele attacca il Vaticano: fate propaganda anti-ebraica

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  • Tags: Danny Ayalon, Israele, Medio Oriente, Sinodo, Vaticano
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(Credits: AP/Gregorio Borgia)

(Credits: AP/Gregorio Borgia)

Il sinodo dei vescovi del Medio Oriente voluto da Benedetto XVI “è stato preso in ostaggio da una maggioranza anti-israeliana“. All’indomani del consesso che si è tenuto a Roma, il vice ministro degli Esteri di Gerusalemme Danny Ayalon accusa il Vaticano di appoggiare posizioni contro lo Stato ebraico.

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  • anna.mazzone
  • Lunedì 25 Ottobre 2010

Il Papa in Africa, ancora polemiche su condom e Aids. Ue: “Preservativi essenziali”

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  • Tags: africa, Aids, Benedetto XVI, Berlino, Islam, papa, Parigi, preservativi, ratzinger, Vaticano, viaggio
  • 3 commenti

papa

Un calendario fitto di impegni quello di oggi di Benedetto XVI, giunto al suo terzo giorno di visita a Yaoundé, in Camerun. Ma adesso il viaggio in Africa, una missione voluta per portare un messaggio spirituale di pace, giustizia e riconciliazione al Continente, rischia adesso di essere oscurato da un dibattito concentrato sul sì o il no al condom. Di fronte alla pioggia di critiche venute da diversi Paesi dell’Europa, la Santa Sede ha stilato una nota di risposta che, di fatto, conferma su tutta la linea.
Padre Lombardi ha precisato “che il Santo Padre ha ribadito le posizioni della Chiesa cattolica e le linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello dell’Aids: uno, con l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia; due: con la ricerca e l’applicazione delle cure efficaci dell’Aids e nel metterle a disposizione del più ampio numero di malati attraverso molte iniziative ed istituzioni sanitarie; tre: con l’assistenza umana e spirituale dei malati di Aids come di tutti i sofferenti, che da sempre sono nel cuore della Chiesa”. “Queste” ha concluso “sono le direzioni in cui la Chiesa concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per contrastare il flagello dell’Aids e tutelare la vita umana”. Parole che quindi non smentiscono il Papa ma che introducono alcune sfumature.
L’Osservatore Romano, in un editoriale firmato dal suo direttore Giovanni Maria Vian, ha accusato i media di aver “stravolto” il senso del viaggio papale.
Nel frattempo, aspre critiche sono arrivate dalla Francia: “preoccupatissima” per le parole di Benedetto XVI. Persino dalla stessa Chiesa francese è emerso imbarazzo per le parole del pontefice, mentre Le Monde ha dedicato un editoriale e una devastante vignetta di Plantu alle frasi definite “irresponsabili” di Benedetto XVI. “La Francia esprime una preoccupazione molto viva” per le frasi del papa, che rischiano di “mettere in pericolo le politiche di sanità pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana”, ha detto Eric Chevallier, portavoce del Quai d’Orsay. “Profondamente indignato” si è detto il professor Michel Kazatchkine, direttore esecutivo del Fondo mondiale per la lotta all’Aids che chiede al papa di “ritirare le sue affermazioni in modo chiaro” perché sono “inaccettabili”. Dura anche la Germania, preoccupata di un affievolimento dell’attenzione generale ai rischi della malattia: i preservativi hanno un ruolo “decisivo” nella lotta all’Aids - hanno affermato due ministre del governo tedesco, Ulla Schmidt (Sanità) e Heidemarie Wieczorek-Zeul (Sviluppo), per le quali “ogni altro strumento sarebbe irresponsabile”. Oltre al gesto concreto di inviare un milione di preservativi in Africa, dalla Spagna si è levata la voce critica del segretario generale della sanità, José Martinez Olmos, che ha invitato Benedetto XVI a fare una “mea culpa” e a rettificare le parole di ieri. Il più alto funzionario della sanità in Spagna si è anche detto convinto che il Papa è “molto mal consigliato”. La collega belga della Sanita, Laurette Onkelinx, ha espresso “sorpresa” e “costernazione” per le parole del Papa, che potrebbero “pregiudicare anni di prevenzione e sensibilizzazione mettendo a rischio molte vite umane”.
Dopo le critiche di diverse ong britanniche, fra le quali la religiosa Christian Aid (”le parole del Papa rischiano di seminare confusione in Africa”), è arrivato anche il commento della Commissione europea: “il preservativo” ha detto il portavoce del Commissario Ue agli aiuti umanitari, Louis Michel “é uno degli elementi essenziali nella lotta contro l’Aids e la Commissione Ue ne sostiene la diffusione e l’uso corretto”. In Francia, le dichiarazioni sono arrivate poi a valanga per tutta la giornata di ieri. Un “costernato” partito socialista condanna frasi dettate dall’”ignoranza” della situazione, a destra gli fa eco l’ex primo ministro Alain Juppé: “questo Papa comincia a diventare un problema vero”, “vive una situazione di totale autismo”. Daniel Cohn-Bendit, leader sessantottino e oggi eurodeputato Verde va oltre: “è quasi un omicidio premeditato, adesso ne abbiamo abbastanza di questo papa”.
Il mondo scientifico non è da meno: “catastrofe” è la parola usata dal direttore dell’Agenzia nazionale delle ricerche sull’Aids, Jean-Francois Delfraissy, mentre per Medecins du Monde sono “sono anni di lavoro che vengono rimessi in discussione e soprattutto milioni di persone che saranno contaminate a causa di queste dichiarazioni”. “Dovunque, in Africa, lavoriamo con religiosi e religiose, che sanno bene che il preservativo è l’unico strumento di prevenzione”, protesta Sidaction, associazione anti-aids che opera sul campo. La Chiesa di Francia, imbarazzata, prova con monsignor Jean-Michel Di Falco, vescovo di Gap, a disinnescare le tensioni: “se non si riesce a vivere la situazione ideale proposta ai cristiani dalla prima parte dell’intervento del Papa di ieri (ovvero l’astinenza, ndr), alla fine non si deve essere né criminali né suicidi. E quindi, si deve utilizzare il preservativo”.
Oggi, in mattinata, il pontefice incontrerà in mattinata una delegazione di musulmani del Camerun. Poi una solenne messa, a cui sono attesi circa 40 mila fedeli, occasione per presentare l”Instrumentum Laboris’, ovvero il documento con le linee programmatiche del prossimo sinodo dei vescovi africani, previsto in Vaticano nel prossimo autunno. Nel pomeriggio visiterà poi il Centro Nazionale di Riabilitazione degli Handicappati, intitolato al defunto cardinale canadese Paul Emile Leger. Qui parlerà ad un gruppo di circa 200 malati (Aids, malaria etc.) e mutilati da guerre e conflitti etnici. In serata, infine, in nunziatura, discuterà con i vescovi africani sul prossimo sinodo e rivolgerà loro un nuovo discorso e nuove raccomandazioni.

Il VIDEO servizio:

LEGGI ANCHE: Il Papa ai sacerdoti africani: “Rispettate il celibato”

  • redazione
  • Giovedì 19 Marzo 2009

Il Rabbinato di Israele rompe i rapporti con il Vaticano

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  • Tags: Israele, Oded-Weiner, Richard Williamson, Vaticano
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Papa Benedetto XVI
Il Rabbinato d’Israele ritiene “difficile proseguire il dialogo con il Vaticano” se non vi sarà un atto di pubbliche scuse e di ritrattazione delle dichiarazioni sulla Shoah del vescovo lefebvriano Richard Williamson, coinvolto nel recente provvedimento di annullamento della scomunica contro i tradizionalisti deciso dal Papa. Lo sostiene oggi il giornale Jerusalem Post citando una fonte anonima interna all’autorevole istituzione ebraica. Secondo tale fonte, il direttore generale del Rabbinato, Oded Weiner, ha inviato in questi giorni una lettera al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, nella quale si afferma che “sarà difficile proseguire il dialogo senza un atto pubblico di scuse e di ritrattazione” delle affermazioni negazioniste di Williamson.
Stando al giornale, il Rabbinato d’Israele, ha intanto già deciso, per dare un primo segnale, di non partecipare a un incontro in Vaticano con lo stesso Kasper fissato dal 2 al 4 marzo prossimi.

LEGGI ANCHE: Il Vaticano e la protesta ebraica - Fini all’attacco del vescovo negazionista e partecipa al FORUM

  • redazione
  • Mercoledì 28 Gennaio 2009

L’Iran manterrà la pena di morte per i gay: “Lo vuole la sharia”

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  • Tags: gay, Iran, omosessualità, Vaticano
  • 3 commenti

L’Iran manterrà la pena di morte per i gay, in base alla legge islamica, anche se fosse approvato dall’Onu un documento della Ue sulla depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo, contro il quale si è espresso ieri il Vaticano. Lo ha detto oggi all’ANSA Mohammad-Taqi Rahbar, della commissione Giustizia del Parlamento iraniano. ”In base alla sharia (legge islamica, ndr) e alle leggi divine, in Iran l’omosessualità è considerata odiosa e inaccettabile - ha affermato Rahbar, che appartiene all’ala fondamentalista maggioritaria - Gli stranieri possono dire quello che vogliono, ma noi continueremo sulla nostra strada, perché quello che facciamo serve a prevenire la corruzione”. Inoltre, ha aggiunto il membro della commissione Giustizia, ”le leggi islamiche garantiscono tutti i diritti”.
Ieri, in un’intervista all’agenzia francofona I.Media, monsignor Celestino Migliore, rappresentante della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, ha espresso la contrarietà del Vaticano alla proposta di depenalizzazione che la Francia si appresta a presentare a nome dei Paesi della Ue. ”Anche se ratificheranno la depenalizzazione - dice da parte sua Rahbar - non potranno imporla, perché ciascun Paese ha le sue leggi, diritti e linee rosse”.
Lo scorso anno, rispondendo alla domanda di uno studente sulla pena di morte per i gay durante un dibattito alla Columbia University di New York, il presidente Mahmud Ahmadinejad affermo’ che ”in Iran non esistono omosessuali”, attirandosi reazioni di protesta e ilarita’.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’omosessualità è ancora considerata reato in una novantina di Paesi, e in alcuni, come in Iran, è punita appunto con la morte. Un caso che ha scosso le coscienze a livello internazionale è stato quello di Makwan Muludzadeh, un ragazzo gay di 20 anni impiccato lo scorso anno nel nord-ovest dell’Iran perché riconosciuto colpevole di ’sodomia’ quando aveva 13 anni. In Iran, infatti, anche i minorenni possono essere condannati a morte. Makwan, secondo i giudici, aveva compiuto violenze sessuali su altri tre ragazzini. Ma alcune organizzazioni per la difesa dei diritti dei gay hanno parlato di altre esecuzioni in cui i condannati erano stati riconosciuti colpevoli di rapporti consenzienti.
Secondo Rahbar, questi casi ‘’sono rarissimi, perché il sistema giudiziario (iraniano) ha imposto una serie di limitazioni, che rendono anche difficile provare il reato, come quella in base alla quale il rapporto sessuale deve essere confermato da quattro testimoni attendibili”. E comunque, aggiunge, le dichiarazioni e convenzioni internazionali non possono essere imposte ai Paesi. ”E’ il caso - sottolinea Rahbar - della Convenzione internazionale per i diritti delle donne, adottata da molti Paesi, compresi alcuni islamici, ma non da noi, perché vi sono alcune parti che non accettiamo”.

  • redazione
  • Martedì 2 Dicembre 2008

Il nuovo arcivescovo di Mosca: grandi passi nel dialogo con gli ortodossi

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  • Tags: Alessio-II, Benedetto XVI, Chiesa-Ortodossa, monsignor-paolo-pezzi, papa, Vaticano
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Preti ortodossi di Mosca
Fantasia italiana e prudenza bizantina. Sono le armi vincenti di monsignor Paolo Pezzi e Antonio Mennini, i due ecclesiastici italiani ai quali Benedetto XVI ha affidato il futuro del dialogo con il mondo ortodosso, cui il pontefice tiene moltissimo. Monsignor Mennini, 60 anni è noto alle cronache per aver fatto da tramite tra le Br e la famiglia di Aldo Moro durante i tragici giorni del sequestro: secondo Francesco Cossiga il sacerdote, allora viceparroco, avrebbe addirittura incontrato Moro durante la prigionia. Ora Mennini è rappresentante della Santa Sede presso la Federazione Russa. Diplomatico di grande esperienza è molto apprezzato tanto dalle autorità di Mosca, quanto dalla Chiesa ortodossa.

Un deciso cambio di passo nel dialogo con gli ortodossi è avvenuto a partire dallo scorso mese di ottobre, quando il Papa ha nominato arcivescovo di Mosca un altro italiano, monsignor Pezzi, 46 anni, sacerdote della Fraternità di san Carlo Borromeo al posto del polacco Tadeusz Kondrusiewicz, divenuto arcivescovo di Minsk in Bielorussia. Il nuovo “tandem italiano” sembra aver portato fuori dalle secche il dialogo tra cattolici e ortodossi e fa avvicinare sempre di più la data di un possibile incontro tra Benedetto XVI e il Patriarca ortodosso di Mosca, Alessio II. A fine maggio, di ritorno dalla Russia dopo aver consegnato al Patriarca un messaggio del Papa, il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, ha parlato senza mezzi termini di una nuova “stagione di dialogo tra cattolici e ortodossi”. Nel frattempo, lo scorso 24 maggio, monsignor Pezzi ha ordinato il suo primo sacerdote cattolico, Nikolaj Vojtechoviã, segno di una Chiesa viva e in crescita. Il 29 giugno Pezzi riceverà in San Pietro, dalle mani di Benedetto XVI, il pallio, una stola di lana bianca ricamata con sei croci nere, riservata agli arcivescovi metropoliti, segno di speciale unione con il Papa. In vista di questo appuntamento, Panorama.it ha intervistato il giovane arcivescovo.

Monsignor Pezzi, il dialogo con il mondo ortodosso è una delle priorità di questo pontificato. Come viene accolta dal Patriarcato di Mosca questa apertura?
Molto positivamente. Mi sembra che la Chiesa ortodossa russa abbia compreso come il tendere alla piena unità tra i cristiani non è un semplice auspicio ma un desiderio profondo e un’autentica tensione spirituale di questo pontificato. Da questo punto di vista sono stati essenziali gli incontri che Benedetto XVI ha avuto con diversi esponenti del Patriarcato di Mosca, a cominciare dal metropolita Kirill.
La presenza di diocesi cattoliche sul territorio russo è ancora fonte di scontro con il Patriarcato di Mosca?

Occorre tener presente che la creazione delle diocesi cattoliche nel territorio della Federazione Russa, avvenuta nel 2002, è stato un momento di passaggio volto a garantire una maggiore stabilità e una struttura organica alla Chiesa cattolica. Questa decisione a suo tempo ha sollevato delle polemiche legate al diverso modo di concepire la propria presenza sul territorio da parte delle due Chiese. A poco a poco mi sembra che anche il Patriarcato di Mosca comprenda come la creazione delle diocesi cattoliche non è stata fatta contro qualcuno ma solo per poter meglio venire incontro alle necessità dei cristiani presenti in un territorio molto vasto e molto variegato dal punto di vista della composizione religiosa.
Le questioni sociali sono la frontiera più promettente del dialogo tra cattolici e ortodossi?

La pubblicazione del documento sui “Fondamenti della dottrina sociale della Chiesa ortodossa russa”, approvato dal Sinodo dei vescovi ortodossi nel 2000, ha rappresentato un grande passo in avanti per la Chiesa di Mosca. Su molti punti vengono espresse posizioni assolutamente condivisibili anche dai cattolici. In particolare sul riconoscimento del valore della famiglia e sulla difesa della vita. In Russia si discute di una modifica della legge sull’aborto, puntando a ridurne i margini di applicazione per garantire maggior attenzione al nascituro, alla madre e alla sua famiglia. Su questi temi possiamo fare fronte comune. Così come sul tema del lavoro: siamo chiamati a definire insieme cosa significhi nella Russia di oggi essere cristiani nel mondo del lavoro e portare la propria testimonianza.
Il dialogo ecumenico dal basso, al livello dei fedeli, è più avanti di quello che si svolge fra teologi e tra le diverse gerarchie ecclesiali?

Il dialogo procede sempre su entrambi i binari: il livello sociale e quello dottrinale. Naturalmente l’ecumenismo dal basso, quello che chiamiamo il dialogo della vita, procede più spedito perché è chiamato ad affrontare questioni molto concrete. Allo stesso tempo però la carità vissuta aiuta a superare insieme le differenze dottrinali e ideologiche che si sono sedimentate in mille anni di divisioni tra le due Chiese.
La Chiesa cattolica è accusata dal Patriarcato di Mosca di fare proselitismo. In passato questa accusa ha rappresentato un grave ostacolo al dialogo. Ora il giudizio della gerarchia ortodossa sta cambiando?

Penso che molto sia stato dovuto, in passato, ad un’ignoranza reciproca e ad una scarsa volontà di comprendersi, al di là dei casi concreti che pure possono esserci stati. Ai miei sacerdoti ripeto sempre che il proselitismo comincia là dove finisce la missione. Un’autentica azione missionaria della Chiesa non ha mai come scopo quello di andare contro qualcuno per distruggere le sue convinzioni e indurlo con ogni mezzo ad ingrossare le fila del proprio gruppo. Al contrario la missione è la proposta di qualcosa di bello, di grande e di vero che noi abbiamo incontrato nella nostra vita. Nella vera missione si è sempre rispettosi dell’altro. La missione è una forma di carità, il proselitismo invece è l’opposto della carità.
L’ultima domanda è d’obbligo: quando ci sarà finalmente l’incontro tra il Papa e Alessio II?

Non lo sappiamo ancora. Tuttavia vedo un’accelerazione, una crescita del dialogo che rende questo incontro sempre più realizzabile. Ci sono stati, anche in questi ultimi mesi, molti gesti e molti passi significativi tra le due Chiese. Nessuno di questi può ritenersi decisivo ma ciascuno rappresenta una tappa importante che ci avvicina ad un possibile incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca.

  • ignazio.ingrao
  • Domenica 29 Giugno 2008

Così il Papa tedesco ha conquistato gli americani

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  • Tags: ground-zero, joseph-ratzinger, preti-pedofili, ratzinger, Vaticano
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[i](Credits: Ansa)[/i]<br />
Ignazio Ingrao da New York

LEGGI ANCHE: Il discorso all’Onu - Il Papa e gli ebrei - Il Pontefice e i preti pedofili - Il Papa americano - Partecipa al FORUM e guarda la GALLERY

L’ultimo atto della visita di Benedetto negli Stati Uniti è stato il più emozionante: la preghiera a Ground Zero. Una cerimonia semplicissima, con i parenti delle vittime e i rappresentanti dei soccorritori (Polizia, Vigili del Fuoco, Protezione civile). Il Papa, visibilmente emozionato, è sceso nel cratere lasciato dal crollo delle Torri Gemelle, si è inginocchiato e ha pregato nel silenzio assoluto, rotto solo dal rumore dei flash dei fotografi.

Poi Benedetto XVI ha recitato ad alta voce una preghiera per le vittime, i loro parenti e per la conversione dei terroristi. “Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento: pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne e pace tra le Nazioni della terra. Volgi verso il Tuo cammino di amore coloro che hanno il cuore e la mente consumati dall’odio”, ha pregato il Papa. Quindi ha salutato uno ad uno i parenti delle vittime, commossi. Gesti e parole che hanno toccato il cuore di milioni di americani che assistevano in tv all’evento.

In pochi giorni Benedetto XVI è riuscito così a rovesciare l’atteggiamento ostile, o quanto meno molto critico, dell’opinione pubblica americana. Tre gesti hanno fatto “il miracolo”: l’incontro con le vittime dei preti pedofili, la visita alla sinagoga e la preghiera a Ground Zero. Molto importanti, naturalmente anche i discorsi: in particolare quello alla Casa Bianca, nel quale il pontefice ha indicato al mondo il “modello americano” come esempio riuscito di convivenza tra le fedi e di valorizzazione del contributo della religione nello spazio pubblico, e quello alle Nazioni Unite dove ha ribadito il fondamento dei diritti umani nella legge naturale e nel valore trascendente della persona umana.

Il Papa ha evitato di prendere di petto gli Stati Uniti denunciando i limiti e le contraddizioni della società americana: nei suoi discorsi non si trova traccia di riferimenti espliciti alla pena di morte, alla guerra in Iraq, al problema della legalizzazione degli immigrati, alle torture nelle carceri, al materialismo e all’individualismo. Ma Benedetto XVI ha
annunciato con forza i principi che servono da orientamento in questi casi. È stata un’iniezione di fiducia per la Chiesa americana, duramente provata dallo scandalo dei preti pedofili, che ora può riprendere con più slancio la sua battaglia alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nei mesi scorsi, infatti, per la prima volta nella sua storia, aveva pubblicato un documento per orientare gli elettori a valutare candidati e programmi, pur senza fare alcuna scelta di schieramento. Un modo per richiamare il mondo politico alle proprie responsabilità di fronte al Paese e al mondo.

Martedì 22 aprile si terranno le primarie democratiche in Pennsylvania, uno degli Stati più ricchi di delegati, dove i cattolici sono la maggioranza (il 29%, seguiti dai protestanti che sono il 25%, dagli evangelici che sono il 18% e da restanti altre tre denominazioni di comunità cristiane che insieme fanno il 28%). Secondo i sondaggi del Centro di ricerca sulla religione la vita pubblica “Pew Forum” il voto cattolico dovrebbe premiare Hillary Clinton rispetto a Barack Obama. Tuttavia quello che oggi offre più garanzie all’opinione pubblica in campo religioso risulta essere il candidato repubblicano John McCain.

Il Papa, nel corso della sua visita, non ha incontrato i candidati in corsa per le presidenziali. Mentre hanno partecipato alle Messe sia l’ex candidato democratico John Kerry sia il repubblicano Rudolph Giuliani. Nell’ultima omelia, prima di lasciare New York, Ratzinger ha lanciato un appello: occorre “respingere la falsa dicotomia tra fede e vita politica, poiché come ha affermato il Concilio Vaticano II “nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta al dominio di Dio”. Ciò vuole dire “agire per arricchire la società e la cultura americane della bellezza e della verità del Vangelo”. Non è un’indicazione di voto ma certo è un criterio chiaro per giudicare candidati e programmi.

Preghiera a Ground Zero

  • redazione
  • Lunedì 21 Aprile 2008

Papa Ratzinger agli ebrei: sì al dialogo, nelle reciproche differenze

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  • Tags: Benedetto XVI, joseph-ratzinger, pedofilia, pope, preti-pedofili, Vaticano
  • 2 commenti

Di Ignazio Ingrao da Washington

LEGGI ANCHE: Il Pontefice e i preti pedofili - Il Papa americano - Partecipa al FORUM e guarda la GALLERY

In sei giorni di viaggio, tre incontri con esponenti della comunità ebraica. Il viaggio di Benedetto XVI sarà ricordato anche per l’attenzione dedicata dal Papa al rapporto con le comunità ebraiche. Una scelta non casuale: le relazioni tra il Santo Padre e gli ebrei sono pericolosamente peggiorate nelle ultime settimane. La nuova preghiera “Oremus et pro iudaeis” inserita nella liturgia del Venerdì Santo secondo l’antico rito tridentino, in sostituzione della versione del 1962, ha irritato le comunità ebraiche di tutto il mondo, compresa quella americana. “Preghiamo per gli ebrei. Il Signore Dio nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini”: queste le parole della discussa orazione che chiede al Signore la conversione del popolo ebraico.

Una formula che ha provocato una vera e propria crisi diplomatica paragonabile, sotto certi aspetti, alla crisi con il mondo musulmano seguita al famoso discorso di Ratisbona (leggi il testo), tanto da far persino saltare nel mese di marzo una visita del Rabbinato di Israele in Vaticano. A poco sono valse le spiegazioni offerte dalla stessa Segreteria di Satato, dal presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, monsignor Gianfranco Ravasi e dal presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, cardinale Walter Kasper, che hanno ripetutamente sottolineato come questa preghiera (il cui uso sarà limitato alle comunità cattoliche tradizionaliste) non intende affatto intaccare decenni di dialogo tra cattolici ed ebrei, inaugurato con il Concilio Vaticano II.

Benedetto XVI ha incontrato una prima volta a Washington, presso il Centro culturale Giovanni Paolo II, i rappresentanti della comunità ebraica insieme con quelli delle comunità musulmane, gli indù, i buddisti e giainisti. Rivolto ai leader religiosi, il Papa ha sottolineato la necessità e l’utilità del dialogo. Ma, con grande chiarezza, non ha nascosto le difficoltà esistenti: “Nel nostro tentativo di scoprire i punti di comunanza, forse abbiamo evitato la responsabilità di discutere le nostre differenze con calma e chiarezza. Mentre uniamo sempre i nostri cuori e le menti nella ricerca della pace, dobbiamo anche ascoltare con attenzione la voce della verità. In questo modo il nostro dialogo non si ferma ad individuare un insieme comune di valori, ma si spinge innanzi ad indagare il loro fondamento ultimo”.

Benedetto XVI ha spiegato che “la libertà religiosa, il dialogo inter-religioso e la fede mirano a qualcosa di più di un consenso volto a individuare vie per attuare strategie concrete per far progredire la pace. L’obiettivo più ampio del dialogo è quello di scoprire la verità”. Subito dopo il Papa si è intrattenuto privatamente con i rappresentanti della comunità ebraica e ha consegnato loro un messaggio per la Pasqua che si apprestano a festeggiare. Nel messaggio il pontefice riafferma “l’insegnamento del Concilio Vaticano II sulle relazioni cattolico-ebraiche” e ribadisce “l’impegno della Chiesa per il dialogo che nei trascorsi quarant’anni ha cambiato in modo fondamentale e migliorato i nostri rapporti”.

Il Papa ha invitato cattolici ed ebrei “a cooperare gli uni con gli altri e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per rendere migliore questo mondo per tutti”. E ha aggiunto: “Naturalmente la nostra condivisa speranza per la pace nel mondo abbraccia il Medio Oriente e la Terra Santa in particolare”. A New York Benedetto XVI si recherà infine a visitare la Park East Synagogue e si incontrerà personalmente con il Rabbino Arthur Schneier, austriaco, sopravvissuto all’Olocausto e oggi molto impegnato nel dialogo interreligioso. Tuttavia non è detto che queste parole e questi gesti risultino sufficienti a mettere fine alle polemiche. Abraham Foxman, direttore della Anti-defamation League ha chiesto infatti che la contestata preghiera venga ritirata.

  • redazione
  • Venerdì 18 Aprile 2008
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