Da Bruxelles
Un decesso ogni tre minuti e mezzo per un totale di oltre 150 mila morti all’anno. Le cifre diffuse dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha) non lasciano dubbi: nell’Ue il lavoro continua ad uccidere, e l’Italia non è un caso isolato. In Europa ogni anno muoiono accidentalmente in media 8.900 lavoratori sul proprio posto di lavoro, mentre altri 142 mila muoiono per professioni altamente pericolose (collegate all’edilizia e alle infrastrutture, al centro dell’attenzione dopo lo scandalo dell’amianto in Francia). A quasi vent’anni di distanza dalla direttiva quadro del 1989, per le istituzioni europee il fenomeno delle “morti bianche” e dei decessi legati al lavoro rimane un’emergenza assoluta. E questo nonostante alcuni progressi registrati negli ultimi anni. I dati statistici dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro rivelano che tra il 1995 e il 2004 gli infortuni mortali in 15 paesi europei sono calati del 29,41 per cento (da 6.229 morti siamo passati a 4.397). “In Italia” si legge nel rapporto dell’Anmil, la diminuzione è stata “solo del 25,49 per cento, un dato meno esaltante rispetto a quello di paesi come la Germania (meno 48,3 per cento) o la Spagna (meno 33,64 per cento)”. Ma le statistiche si sa, vanno prese con le pinze. A Panorama.it gli esperti di Osha sottolineano che per alcuni paesi come il Lussemburgo, dove i fatal accidents sono scesi da 14 a 6, “è facile presentare percentuali altissime di decrescita. In realtà la situazione italiana è in linea con la media europea”. Dai dati Eurostat si scopre che nel 2005 l’Italia aveva una media di 2,6 lavoratori uccisi ogni 100 mila occupati contro 2,3 nel resto del continente. In calo del 50 per cento rispetto al 1994, il tasso si conferma superiore a paesi come l’Austria (4,8) o la Spagna (3,5), e a pari merito con il Lussemburgo. Ma il trend non deve ingannare: a conferma che le morti bianche rimangono un’emergenza sono i 1.302 occupati italiani deceduti sul posto di lavoro nel 2006. Più di Francia (537) e Regno Unito (241) messi assieme. Per Philippe Askénazy, economista presso il CNR francese, è una magra consolazione. In tutta l’Europa, “la ricerca massimale dei profitti di produttività passa per uno sfruttamento totale dei lavoratori senza che ci si preoccupi delle conseguenze di questa intensificazione del lavoro”. Eppure il Commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimir Spidla, è stato il primo a ricordare che “le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro rappresentano un costo molto elevato per i sistemi di previdenza sociale e le finanze pubbliche”. Tradotto in cifre significa una media tra il 2,6 per cento e il 3,8 per cento del Pil europeo. Un buco nero che Bruxelles intende colmare riducendo del 25 per cento gli incidenti di lavoro da qui al 2012. Come? Attraverso un piano strategico rivolto a semplificare l’applicazione della legislazione europea e a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte alla piccola e media impresa (dove si verifica il 90 per cento dei decessi), ai settori più nevralgici (costruzione, agricoltura, trasporti e sanità) e alle categorie sociali meno protette (anziani e giovani precari). Prossimo appuntamento: il 28 aprile con la Giornata Mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro.
- Martedì 25 Marzo 2008

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