
(Credits: AP Photo/Scanpix, Ole-Tommy Pedersen)
Informazioni contraddittorie dalla polizia norvegese dopo l’evacuazione della stazione ferroviaria di Oslo. La polizia sta ancora cercando un bagaglio su un bus di collegamento con l’aeroporto, ma fa sapere che finora non è stato ancora trovato nulla di sospetto.
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(Credits: Erlend Aas, Scanpix Norway)

La Norvegia piange i suoi morti. In 150 mila hanno marciato per le strade di Oslo, mentre Anders Breivik confessava ai giudici di “non essere solo“. Ma la polizia non gli crede.
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(Ap Photo/Emilio Morenatti)

“Il mostro più grande” oggi si presenterà davanti ai giudici. Anders Behring Breivik, l’estremista norvegese che ha fatto una mattanza a Oslo e sull’isola di Utoya, risponderà alle domande in tribunale.
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Il Primo Ministro svedese Fredrik Reinfeldt (Credits: Epa)
Il primo ministro svedese è diventato ieri il primo leader di centrodestra a ottenere la rielezione ma è stato privato della maggioranza dall’ingresso in Parlamento del partito anti-immigrati.
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(Credits: Epa)
Nel suo discorso al Parlamento Ue il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso ha affermato stamane che la crescita dell’economia europea quest’anno sarà migliore di quanto previsto in precedenza.
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Un militante del Bnp, il partito xenofobo inglese, affronta a mani nude - davanti ai flash dei fotografi - i manifestanti antifascisti
SIMONA TOBIA - da Bristol
“Hate on the doorstep“, odio sulla soglia di casa: così s’intitola l’ultima puntata del pluripremiato programma della Bbc, Panorama, che mostra oltre 50 aggressioni sia verbali sia fisiche ai danni di due giornalisti in incognito.
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Le ondate di intolleranza su Facebook si gonfiano, fino a travolgere la memoria del massacro di Srebrenica. Alcuni estremisti hanno aperto sul social network un nuovo gruppo che esalta l’eccidio di 8mila musulmani morti sotto i colpi delle truppe di Ratko Mladic, comandante dell’esercito serbo tuttora ricercato dalla polizia internazionale. Si chiama “Noz Zica Srebrenica” (Il coltello, il filo spinato, Srebrenica) è tuttora attivo e ha raggiunto più di mille membri. Ma i musulmani di Bosnia si sono mobilitati con gli stessi strumenti: a loro volta hanno creato un gruppo per invitare le altre persone su Facebook a segnalare gli estremisti cliccando su “remove group”, in basso nella pagina. Gli amministratori del sito non si sono ancora accorti della protesta.
Non è un caso isolato. In Australia gli studenti di un prestigioso college sono indagati perché hanno creato “Jew parking” (Parcheggia come un ebreo), un gruppo per unire quelli che posteggiano l’automobile occupando più spazio del dovuto. E gli insegnanti australiani hanno scoperto che in breve tempo si sono moltiplicati gli spazi con motti intolleranti e xenofobi. Pochi giorni fa l’Europa ha denunciato i gruppi italiani che incitavano all’odio contro l’etnia rom: sono stati subito chiusi, ma altri li hanno sostituiti. Una questione che resta tuttora aperta.
Alcune scene dal film “Hunting Party”: Richard Gere interpreta un giornalista sulle tracce di un criminale di guerra nei Balcani (in inglese)
Dopo le violenze, la fuga. Secondo le prime stime dell’Ufficio delle migrazioni internazionali (OIM), circa 13.000 immigrati avrebbero abbandonato i quartieri poveri di Johannesburg. “Le persone sono state costrette a lasciare le proprie case per rifugiarsi in chiese e centri parrocchiali” ha dichiarato all’Afp il portavoce dell’OIM, Jean-Philippe Chauzy. Nel week-end scorso, centinaia di giovani neri sudafricani armati di coltelli, maceti e fucili hanno dato sfogo alla loro rabbia contro gli immigrati prendendo di mira cittadini originari dei paesi confinanti al Sudafrica (tra cui lo Zimbabwe) e residenti nelle bidonville che accerchiano la capitale economica sudafricana.
Orgia di violenze xenofobe. Il bilancio ufficiale delle aggressioni è di 42 morti e un numero imprecisato di feriti (qualche centinaia secondo la polizia). Di sicuro, l’orgia di violenza ha messo sotto shock la classe politica del Sudafrica, ormai decisa a reprimere sul nascere qualsiasi tentativo di aggressione armata attraverso il dispiegamento delle forze dell’ordine. A Reige Park, dove alcuni migranti sono stati arsi vivi, la polizia è riuscita a disperdere 400 persone pronte a ripetere gli stessi attacchi degli ultimi giorni. Purtroppo, tra le comunità immigrate si sta diffondendo a macchia d’olio il sentimento di vendetta. Sempre ieri, circa 200 nigeriani sono scesi nelle strade del centro-città per compiere contro i sudafricani atti di violenza fortunatamente sventati in extremis dai poliziotti.
Al pari dei leader politici, giornalisti e esperti del Sudafrica si interrogano sui motivi che hanno spinto i neri sudafricani a prendersela con i migranti. Per capirne di più, Panorama.it ha chiesto il parere di Elke Zuern. Ricercatrice presso il Dipartimento di Studi politici del Sarah Lawrence College (Stati Uniti), Zuern è da anni impegnata nell’analisi dei fenomeni politici e sociali del continente africano, in special modo del Sudafrica a cui sta dedicando un progetto di ricerca sulle disuguaglianze socio-economiche del periodo post-Apartheid.
In pochi si aspettavano una caccia aperta al migrante, men che meno in Sudafrica. Sorpresa anche lei?
Sì e no. Sì per l’intensità con la quale gli immigrati sono stati attaccati. Mai avrei immaginato di vedere le immagini raccapriccianti diffuse in questi giorni dai mass-media. Ancora oggi fatico a credere che due cittadini dello Zimbabwe siano stati bruciati vivi a Johannesburg. Detto questo, non sono sorpresa dalle aggressioni perpetrate contro le comunità immigrate. Il Sudafrica è per eccellenza una terra di violenza xenofoba.
Come lo spiega?
Basta guardare alla sua storia. Durante l’apartheid, il razzismo violento era un fenomeno strutturale nella società sudafricana. Escludere e uccidere un nero era considerato normale fino agli anni ‘80, così come prendersela con un bianco per motivi di vendetta. Oggi molti si dicono sorpresi del fatto che cittadini neri se la prendono con altri neri provenienti dallo Zimbabwe piuttosto che dalla Somalia. Ma qualcuno dovrebbe riflettere sul modo con cui i sudafricani sono stati cresciuti nel XX secolo. Si tratta innanzitutto di un problema culturale che peraltro non ha colpito soltanto la comunità bianca. Certo, il regime dell’apartheid è stato opera degli afrikaneers, ma anche tra i neri c’è chi ha coltivato sentimenti xenofobi e una certa cultura della violenza. Basta osservare la striscia di sangue che ha accompagnato l’ascesa di Mandela al potere. Il premio Nobel per la pace viene scarcerato nel 1989, per poi trionfare alle elezioni nel 1994. Tutti hanno sottolineano il carattere epocale di questa svolta politica, e sono la prima a salutare questo cambiamento, ma in pochi ricordano che durante questi anni sono state uccise 60.000 persone per aggressioni fisiche.
Scusi ma l’apartheid si è chiuso una quindicina di anni fa. Oltre alla storia, che cosa può giustificare le aggressioni di questi ultimi giorni?
In primo luogo i sentimenti di frustrazione dilaganti tra le comunità nere del Sudafrica rimaste escluse dall’ascesa sociale del periodo post-apartheid. Dopo decenni di segregazione razziale, i neri erano convinti che la conquista del potere dell’Anc (African National Congress, il partito di Nelson Mandela) avrebbe consentito loro di accedere a una vita migliore. Purtroppo si è verificato esattamente il contrario. L’accesso ai posti di potere politico ed economico è stato un fenomeno riservato a un’infima minoranza che oggi non esita a ostentare i segni di ricchezza: una villa favolosa, auto di lusso e vestiti costosissimi. Tutti simboli che hanno minato le speranze di quelli rimasti ai bordi della strada.
Che cosa c’entrano gli immigrati in tutto questo?
Oggi il 23% dei sudafricani è disoccupato. Se tiene in conto i lavori frustranti e sfruttati, la proporzione sale al 43%. Nelle tonwship si lotta ogni giorno per sopravvivere. Purtroppo, vedendo sbarcare gli immigrati disposti a tutto pur di mandare a casa qualche soldo ai familiari, qualcuno tra i neri si è convinto che il migrante è un ormai il primo nemico sul mercato del lavoro. Quante volte in questi giorni abbiamo sentito in tv sudafricani denunciare un’invasione migratoria. Ma non è così. Di recente, alcuni studi hanno dimostrato che la presenza degli immigrati era sopravalutata. Si dice che attualmente ci siano oltre tre milioni di cittadini zimbabweiani presenti in Sudafrica, ma è probabile che si tratti di una cifra gonfiata.
Quali politiche ha adottato il governo per gestire il fenomeno dell’immigrazione?
Nessuna, o almeno non è mai esistito un programma chiaro per gestire la presenza degli immigrati in territorio Sudafrica. A questo si aggiunge il problema delle frontiere che non sono controllate. Ma la cosa più grave è che molti sudafricani non fanno la differenza tra una presenza illegale da quella legale. In passato, si sono verificati molti casi di immigrati buttati in carcere per motivi futili quando invece erano totalmente in regola con l’amministrazione sudafricana. Ma il peggio risiede nel fatto che il governo non ha mai fatto nulla per contrastare la xenofobia. Ora, già nel 1997 la
Southafrican Human Rights Commission
aveva denunciato in un rapporto che il razzismo era il pericolo più grande a cui era confrontata la nazione. Da allora, la classe politica non ha mosso un dito per arginare questo fenomeno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la società sudafricana è una delle più violente del mondo.
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