È il braccio destro di Rebiya Kadeer, l’eroina della causa uiguri. Con lei condivide la stessa lotta da anni, prima sul campo, poi a Washington, dalla sede dell’Uyghur American Association, l’organizzazione che ha fatto conoscere a livello mondiale le ragioni della popolazione di origine turcomanna dello Xinjiang cinese. Alim Seytoff è il segretario generale e portavoce della UAA. È lui che ha denunciato le centinaia di morti negli scontri dei giorni scorsi. È lui che lancia l’ennesimo grido di allarme: siamo solo all’inizio, la repressione sarà ancora più spaventosa in futuro. Raggiunto telefonicamente negli Stati Uniti, Seytoff risponde con il suo fluente inglese alle domande di Panorama.it.
La voce assonnata tradisce l’impegno nel seguire minuto dopo minuto quello che sta accadendo nel Turkmenistan Orientale, come gli uiguri chiamano la loro patria. “Tutta la mia terra è sotto il tallone delle forze di sicurezza cinesi” racconta il dirigente in esilio “Le principali città sono state invase dai soldati di Pechino. Le ultime notizie dicono che la comunità Han, i cinesi che vivono in quella zona, continuano a organizzare spedizioni punitive contro gli uiguri. La nostra gente viene attaccata in mezzo alle strade, le nostre case vengono prese di mira; ci sono state altre vittime nelle ultime ore, in quella che appare sempre di più una pulizia etnica contro di noi. Compiuta sotto gli occhi indifferenti, anzi complici delle truppe cinesi, che non intervengono per impedirla. Al contrario, la fomentano”.
Il quadro fornito da Seytoff è di un regime del terrore. Secondo le sue fonti, gli uiguri non escono più di casa per paura di essere uccisi, come è successo ad almeno 500 altre persone da quando sono scoppiate le violenze. La cifra dei morti è stata fornita al mondo dalla stessa Rebiya Kadeer. Un bilancio che è destinato a salire. “Ieri le autorità cinesi hanno fatto sapere che qualsiasi cosa succeda, la colpa verrà data agli uiguri” ricorda Saytoff “Che rischiano così la pena di morte“.
L’ulteriore giro di vite è nell’aria soprattutto dopo che con una improvvisa drammatizzazione, il presidente cinese Hu Jintao aveva lasciato l’Italia per ritornare di corsa a Pechino. Il numero uno del regime cinese ha convocato una riunione dei vertici del partito e ha promesso “punizioni esemplari”" nei confronti de responsabili degli scontri interetnici che si sono verificati nei giorni scorsi a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. Per il governo cinese, non ci sono dubbi: solo gli uiguri sono colpevoli delle violenze. “Io speravo che il suo ritorno improvviso fosse un segnale di cambiamento di rotta, ma in realtà mi illudevo” dice Alim Sytoff “Hu Jintao renderà la repressione ancora più dura”.
È da sessanta anni, racconta il dirigente in esilio, che nella sua terra natale avviene un genocidio. Gli Han, i cinesi, sono stati portati in quella zona per popolarla, per, di fatto, prendere il posto degli uiguri. Questa politica è stata alimentata da un’ondata di nazionalismo cinese, per cui gli abitanti originari della regione, sono diventati dei nemici. La violenze di questi giorni sono la naturale conseguenza di questa strategia. “Hanno violato la nostra libertà e i nostri diritti politici e umani, hanno tentato di assimilare il mio popolo alla cultura cinese. E questo ha creato molta frustrazione e dolore” - dice Alin Seytoff. Dolore e frustrazione che sono destinati a durare ancora per gli uiguri. Per Pechino, con loro, questa sembra essere la partita finale.
Alim Seytoff in un’intervista di repertorio della BBC
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Una minuta donna dal carattere d’acciaio, madre di 11 figli, nata povera e diventata milionaria, ex prigioniera politica, ora leader internazionale: è per il popolo uiguri quello che il Dalai Lama rappresenta per i tibetani. Rebiya Kadeer non parla inglese, se non per rivolgere un cordiale saluto.
È Alim Seytoff, il segretario della Uyghur American Association, con un forte accento statunitense, a offrirsi per tradurre l’intervista con questo simbolo della lotta per la libertà e i diritti umani. Tutti gli occhi del mondo sono puntati su Pechino. E dopo i recenti, ripetuti attentati nella regione occidentale dello Xinjiang - o Turkestan orientale, come viene chiamato dai loro abitanti di origine turcomanna - il mondo ha imparato che esiste, accanto a quella tibetana, anche un’altra questione etnica nell’immensa Cina.
La 61enne, eletta nel 2006, presidente del Congresso Mondiale Uiguro, condanna i recenti attentati compiuti secondo Pechino da alcuni gruppi radicali. “Io sono contro la violenza. Da qualunque parte provenga: bisogna sottolineare come la repressione cinese abbia portato il mio popolo a un punto di non ritorno”, dichiara a Panorama.it.
Sono decine i rapporti delle associazioni per i diritti umani sulle brutalità dei poliziotti e dei soldati cinesi in questa ricca regione, i cui confini baciano l’Asia Centrale. Rebiya Kadeer ha conosciuto sulla propria pelle quella crudeltà.
Dopo aver lavorato per anni in una lavanderia, questa donna energica e battagliera si trasforma in una ricca imprenditrice. La sua ascesa economica diventa un caso, tanto che il regime di Pechino la vuole assumere come esempio per le altre cinesi Per questo la coopta in un importante organismo statale e poi la inserisce nella delegazione che parteciperà nel 1995 alla Conferenza Mondiale dell’Onu sulle donne. Ma lei è una Uigura.
E suo marito, un anno dopo, si rifugia negli Usa per motivi politici. Lei cade in disgrazia perché si rifiuta di condannare pubblicamente quella fuga. Nel 1999, poco prima di incontrare una delegazione statunitense, Rebiya Kadeer viene arrestata con l’accusa di aver attentato alla sicurezza nazionale. Cosa aveva fatto? Aveva inviato dei ritagli di giornale al marito. Rimarrà dietro le sbarre sei lunghi anni. Verrà rilasciata nel 2005, ufficialmente per motivi di salute. In realtà, si tratterà di un gesto distensivo tra Usa e Cina. Da Washington, segue ogni giorno, la lotta e la sofferenza del suo popolo.
“I cinesi hanno usato la scusa delle Olimpiadi per imporre un ulteriore giro di vite. In luglio, ci sono state esecuzioni capitali di attivisti alle quali sono stati costretti ad assistere migliaia di persone. È il regime del terrore. A decine vengono arrestati, torturati, incarcerati. Ci accusano di essere legati ai gruppi fondamentalisti solo perché siamo musulmani. Da anni, ci tolgono tutto. La libertà di criticare la politica del governo di Pechino, le nostre case e i nostri posti di lavoro, che vengono dati ai cinesi fatti immigrare nella nostra regione. Le nostre risorse, il gas e il petrolio, prese e dirottate verso le altre zone della Cina. E anche la nostra gioventù. I maschi, lasciati lì, senza speranza. Le donne tra i 15 e i 25 anni, deportate, lontane dalla nostra terra”, spiega.
E, tutto questo accade nell’indifferenza dell’Occidente. Lei, che è riuscita a ottenere un incontro viso a viso con il Presidente George W. Bush non ha timore nel dire che Stati Uniti e Europa si sono dimostrati troppo timidi nell’appoggio alla causa del suo popolo.”Distratti? Vogliamo dire così? Troppo distratti. E la Cina ne ha approfittato di questa mancanza di attenzione, aumentando la repressione”. La partecipazione dei Grandi della Terra alla cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici fa parte di questa “distrazione” occidentale. Il Congresso Mondiale Uiguro non vuole l’indipendenza del Turkestan Orientale, ma, come chiedono i tibetani, una profonda e reale autonomia, politica, economica e culturale.
Questa donna, candidata al Premio Nobel per la Pace, racconta di aver deciso di impegnarsi per la causa del suo popolo perché “non potevo vivere in un posto dove noi sembravamo dei marziani rispetto a buona parte del resto del mondo, laddove esiste la democrazia e non la dittatura, i diritti umani vengono rispettati e non calpestati. Potevo fare altrimenti, visto la sofferenza a cui siamo sottoposti? L’importante è che venga compreso che il mio impegno per gli Uiguri è la lotta di un essere umano insieme e a favore di altri essere umani”.
La storia di Rebiya Kadeer testimonia come sia diventata un simbolo capace di oltrepassare la particolare situazione del Turkestan Orientale (Xinjiang, per i cinesi): come il Dalai Lama la sua lotta secondo molti è in grado di abbracciare l’intera parte dell’umanità che crede ancora nel rispetto dei diritti della persona.
Un soldato nelle strade di Kashgar, nella provincai del Xinjang
A quattro giorni dall’inizio delle Olimpiadi la minaccia del terrorismo islamico non si attenua in Cina: un camion guidato da due persone ha colpito un gruppo di soldati durante le esercitazioni mattutine a Kashgar, nella provincia occidentale del Xinjiang. L’agenzia di stampa Xinhua afferma che quattordici agenti hanno perso la vita subito dopo l’impatto e altri due sono morti in ospedale. Sedici sono rimasti feriti.
Secondo la polizia è responsabile dell’attacco il Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim), un gruppo indipendentista dell’etnia degli uighuri (la comunità musulmana che abita nel Xinjiang): è l’organizzazione terroristica più temuta dalle forze dell’ordine in Cina per la sicurezza dei Giochi. A giugno, quando è passata la torcia olimpica a Kashgar, sono state previste misure straordinarie per il controllo della regione. A Pechino sono stati schierati 110mila agenti, aiutati da 300mila volontari. Ma la scia di attentati continua. Poche settimane fa sono esplosi due autobus nella provincia meridionale dello Yunnan, dove abita una minoranza musulmana: le autorità locali ha annunciato una taglia di 14mila dollari per chi fornirà informazioni in grado di portare all’arresto dei responsabili. Negli ultimi giorni sono stati segnalati altri incidenti in tre città della Cina.
Immagini di Kunming dopo l’esplosione dei due autobus
Il Xinjiang (o Turkestan orientale) è una regione strategica per Pechino: copre un sesto del territorio nazionale ed è ricca di idrocarburi, necessari per alimentare la crescita economica della nazione. E la comunità islamica degli uighuri rappresenta quasi la metà dei 20 milioni di abitanti della provincia: da anni è alta la tensione con l’etnia cinese Han.
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