Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Una donna con il ritratto di Arafat: "Abu Ammar," si legge (AP)
Sono passati cinque anni dalla scomparsa di “Mister Palestina“: per decenni Yasser Arafat (conosciuto nel mondo arabo anche con il nome di battaglia Abu Ammar) ha incarnato, nel bene e nel male, le aspirazioni e la lotta del popolo palestinese. Quello stesso popolo che oggi si ritrova di fatto senza un leader. Continua

Di Giovanni Porzio
Dal “golpe” di Hamas dello scorso giugno la popolazione della Striscia di Gaza – 1,5 milioni di palestinesi – è sottoposta a un duro embargo israeliano: la chiusura dei valichi di frontiera ha distrutto l’economia locale e ridotto al minimo le forniture di carburante e di energia elettrica. Ma le sanzioni non hanno indebolito i gruppi della resistenza armata, che continuano a tenere sotto il tiro dei razzi Qassam la cittadina di Sderot, sul confine israeliano. Si tratta di proiettili artigianali fabbricati con materiali ed esplosivi di contrabbando, che provocano limitati danni umani e materiali, ma infliggono profonde ferite psicologiche. Quasi ogni notte i razzi vengono lanciati dai commando di Hamas, della Jihad islamica e delle Brigate al-Aqsa e sono seguiti da ritorsioni e bombardamenti aerei israeliani.
Il video, prodotto a scopo di propaganda, è stato consegnato a Panorama da Abu al-Walid, capo delle Brigate al-Aqsa, in una “safe house” di Gaza e mostra il lancio contro Sderot di una serie di Qassam da quattro pollici “modello 103″ dell’ultima generazione: il razzo, denominato “Autunno di Gaza”, è attualmente considerato il più preciso e affidabile tra quelli in dotazione ai gruppi armati.
Un estratto del video consegnato a Panorama
Il reportage di Giovanni Porzio da Gaza è su Panorama in edicola dal 1 febbraio 2008

Costerà 1,5 milioni di dollari il mausoleo di Yasser Arafat che sarà ufficialmente inaugurato l’11 novembre, nel terzo anniversario della morte del presidente palestinese. Situato all’interno della Muqata, il quartier generale di Ramallah, comprenderà, oltre alla tomba, una moschea, una piscina ornamentale e in una fase successiva un museo. Il mausoleo sarà circondato da giardini fioriti, con terra portata appositamente dalla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, il luogo sacro all’Islam dove Arafat aveva chiesto di essere sepolto. L’opera, di aspetto spartano - in linea - dicono all’Anp - con lo stile di vita dello statista palestinese, è stata spiegata da un portavoce dell’Autorità palestinese con “il debito di riconoscenza che il popolo palestinese ha nei suoi confronti”. Ma chi era Arafat? Un articolo di Panorama.it - nel giorno della sua morte - spiega miserie e grandezza di un leader che non solo “rappresentava” la causa palestinese. “È stato” per mezzo secolo la causa palestinese.
Biografia per immagini
Due video sui Territori occupati. Il primo (qui sopra) è un video animato - curato da un centro di produzione basco chiamato Iban Egaña - su quella che secondo gli autori è la storia emblematica di un padre di famiglia palestinese il cui figlio viene ucciso dagli israeliani. Il secondo, sotto, messo online dall’associazione italo-palestinese Infopal, racconta in presa diretta la demolizione di alcune case di Hebron, roccaforte guerrigliera della Cisgiordania, ad opera dei soldati israeliani. Nessuno dei due video sposa in modo esplicito una tesi politica: semmai viene raccontato un punto di vista, quello palestinese, con un linguaggio efficace e diretto. E anche con un elemento di chiaro contenuto propagandistico. Inviateci i vostri commenti.
La demolizione di alcune case di Hebron
Alla fine degli anni 80, i servizi segreti israeliani, sezione politica, erano preoccupati della crescita di popolarità dell’Olp di Yasser Arafat nei Territori. C’erano già le prime avvisaglie dell’intifada delle pietre che di lì a poco avrebbe infiammato la Terrasanta. I dirigenti dello Shin Beth ebraico si mettono in contatto con alcuni dirigenti islamici palestinesi, fino ad allora dediti ad attività di carità finanziate attraverso donazioni di ricchi esuli palestinesi o sauditi. Tra loro, lo sceicco Ahmed Yassin, già paraplegico e cieco ma giudicato innocuo, cui fanno pervenire ingenti finanziamenti con l’obiettivo di togliere il terreno sotto i piedi all’odiata Organizzazione di liberazione della Palestina.
L’idea dei vertici di Tel Aviv era semplice quanto spregiudicata: costruire una rete alternativa a quella di Yasser Arafat, dividere il fronte nemico, aiutare un’associazione della carità islamica che, allora, si occupava più di asili nido, scuole coraniche e ospedali che di resistenza armata. Il calcolo si rivelò suicida: Hamas divenne nel giro di pochi anni la più importante organizzazione terroristica di tutta la Palestina. Fu Hamas che importò anche - a partire dal 1993, anno degli accordi di Oslo - il metodo degli attentati suicidi in Palestina, fino ad allora prerogativa, in Medio Oriente, dei pasdaran iraniani.
La pace Rabin-Arafat divenne il bersaglio degli integralisti. I quali sono riusciti anche, negli anni 90, nel capolavoro politico di spingere Al Fatah, in evidente calo di popolarità, ad adottare, attraverso le Brigate Al Aqsa, il sistema degli attacchi suicidi. Ma il successo di Hamas, negli anni 90, è anche spiegabile grazie alla capacità di radicamento nel tessuto sociale palestinese.
Kalashinikov e carità
Prova del fuoco per Hamas

Le richieste della comunità internazionale affinché Hamas riconosca Israele e rinunci alla lotta armata si fanno ogni giorno più pressanti. I flussi finanziari provenienti dall’Unione europea e diretti all’Autorità Nazionale palestinese, bloccati nel gennaio 2006, continuano a essere congelati. Gaza balla da oltre un anno sull’orlo della guerra civile. Le armi affluiscono quasi senza controllo attraverso il poroso confine con l’Egitto. La geografia delle bande armate palestinesi è in rapido movimento, quasi inafferrabile. Per Hamas, salita al potere nel gennaio 2006 in seguito a elezioni democratiche, si impone l’obbligo di scegliere: «istituzionalizzarsi», accettando le richieste del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu), o condannarsi a una progressiva marginalità politica, ed elettorale. Confermata oggi anche dall’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto nei Territori, curato dal centro studi dell’università palestinese Birzeit, che dà al Fatah al 45% e Hamas al 33%.
In questo contesto, l’accordo siglato l’8 febbraio scorso a La Mecca tra il premier Ismail Haniyeh e il presidente palestinese Abu Mazen apre uno spiraglio verso la formazione di un governo di unità nazionale palestinese che ponga le premesse per la ripresa dei negoziati con Israele. Per ritornare a fare politica, a quasi sette anni dallo scoppio della seconda Intifada, gli eredi di Ahmed Yassin sono chiamati a rinunciare al sogno (speculare a quello di Eretz Israel) di uno Stato palestinese che si estenda dal «fiume al mare».
Finora nessuno tra i dirigenti di Hamas ha osato tanto. Infrangere il tabù della Palestina storica, «una e indivisibile», è un prezzo che nessuno, tra i leader del movimento guerrigliero, ha voluto (o potuto) pagare. Né il falco Khaled Meshal. Né il premier palestinese Ismail Haniyeh, considerato più moderato e pragmatico. Tantomeno, finché era in vita, il fondatore Yassin, ucciso da un missile israeliano nel marzo 2004 all’uscita da un moschea di Gaza. Quello che chiedevano fino a ieri i dirigenti di Hamas lo potete vedere su questo video, apparso su una nota tv egiziana. Quello che sarà domani lo dirà il corso degli eventi.
Hamas, la genesi.
Kalashnikov e carità
La commedia degli equivoci tra il segretario di Stato e il presidente americano in un video satirico su Youtube. Comparse: il Segretario generale del Partito Comunista Cinese, Hú Jintao, e il defunto presidente palestinese Yasser Arafat.
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