Archivio per il tag “yemen”

Yemen: la guerra leggera degli americani

Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

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Anche se il presidente Obama ha annunciato che “andremo all’attacco dei violenti estremisti che complottano contro di noi ovunque si trovino” le operazioni militari americane contro Al Qaeda in Yemen non saranno su vasta scala. Continua

Va bene la guerra al terrorismo… ma gli yemeniti cosa ne pensano?

Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.
Una famiglia yemenita (Silvio Fiore, LaPresse)

Una famiglia yemenita (Silvio Fiore, LaPresse)

Bene, Obama è passato all’attacco. Le autorità locali hanno inferto qualche colpo al network terroristico in Yemen.  Ma di tutto questo, gli yemeniti che cosa ne pensano? La domanda viene spontanea, adesso che sembra evidente che, dopo l’Afghanistan e il Pakistan, lo Yemen è l’ultima frontiera della guerra contro Al Qaeda. Continua

Chiudere Guantanamo: un bel regalo ad Al Qaeda

Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

Centro di detenzione di Guantanamo

Neppure le nuove minacce terroristiche al cuore degli States orchestrate nello Yemen sembrano aver indotto il presidente americano Barack Obama a rimettere in discussione la decisione di chiudere il carcere speciale di Guantanamo. Nemmeno all’indomani della notizia - resa nota in un rapporto del Pentagono - secondo cui il 20% dei prigionieri liberati ritorna a combattere. Continua

Il quesito di Barack Obama: bombardare lo Yemen sconfiggerà Al Qaeda?

Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Obama

Barack Obama ha ora una priorità: dimostrare agli americani di essere un Comandante in Capo affidabile. Come risponderà al fallito attentato di Detroit ? Colpirà lo Yemen ?

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Yemen: gli Stati Uniti sono già in guerra (o quasi)

Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.
Yemen, Lieberman chiede un "intervento preventivo" (Lapresse)

Yemen, Lieberman chiede un "intervento preventivo" (Lapresse)

Per chi aveva dei dubbi, adesso la notizia è  (quasi) ufficiale: gli Stati Uniti stanno aprendo un nuovo fronte nella guerra al terrorismo. In Yemen. Ricordate? Un paio di settimana fa c’erano stati scontri tra le truppe governative e i miliziani di al-Qaida. Continua

Il prossimo Afghanistan? Lo Yemen

Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.

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Yemen: abituatevi all’idea di conoscere questo Paese, perché ne sentirete parlare molto. E non certo per motivi allegri: ora più che mai questa nazione, poverissima, nel Sud della penisola arabica sta diventando uno dei terreni di scontro principali nella lotta contro al-Qaida. Continua

Yemen, l’ultima spiaggia dei Somali

Profughi somali in Yemen - Ansa

Profughi somali in Yemen - Ansa

L’Europa è sempre più lontana, blindata, irraggiungibile. E così chi scappa dal Corno d’Africa sceglie un’altra rotta. Se possibile, più pericolosa di quella che attraverso il deserto e giunge fino alle coste libiche. Dalla Somalia, ma anche dall’Eritrea o dall’Etiopia, si affronta il mare e si fugge in piccole barche alla volta dello Yemen. Continua

Orrore in Yemen. Ong e turisti, perché rimanete?

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Dopo aver saputo di quei corpi, dopo aver scoperto che tre di loro, tre donne, sono state anche mutilate, in segno di sfregio, dopo aver capito che anche un bambino è stato ucciso; dopo aver conosciuto il drammatico esito del rapimento di venerdì scorso; dopo aver lavorato per anni e anni, 35 per l’esattezza, in quell’ospedale nella provincia di
Saada, al confine con l’Arabia Saudita, ora per le organizzazioni internazionali che hanno  operato in Yemen è giunto il momento di chiedersi: che senso ha restare? Perché continuare a lavorare in una situazione così pericolosa e gravida di incognite? Perché non ritirarsi, visto che il governo di Saan’a non è in grado di garantire la sicurezza degli operatori delle Ong occidentali nello Yemen?

Turisti La domanda non dovrebbe essere rivolta solo ai membri delle organizzazioni umanitarie, ma anche alle migliaia di turisti che ogni anno visitano le straordinarie bellezze di un paese molto “pericoloso” da esplorare, una terra alla mercé di gruppi di terroristi islamisti (lo Yemen è stata una delle patrie di Al Qaeda) o di formazioni armate, composte da uomini delle tribù locali, che usano la pratica del rapimento degli stranieri (occidentali in particolare) come forma di pressione per ottenere dal governo centrale soddisfazione delle richieste, e in particolare, come è avvenuto in passato, il rilascio di esponenti dei clan, imprigionati nelle carceri di Saan’a.

Sequestri a ripetizione  Lo Yemen non dovrebbe essere evitato dal turismo internazionale fino quando non verranno garantite le più elementari tutele di sicurezza? In una decina di anni, almeno 200 stranieri sono stati sequestrati in Yemen, ma raramente il loro rapimento ha avuto un esito sanguinoso come quello avvenuto venerdì scorso, quando i nove cittadini stranieri, sette tedeschi — tra cui tre bambini - un ingegnere britannico e un’insegnante sudcoreana sono stati prelevati da un commando armato mentre facevano un pic nic in un parco non distante dall’ospedale Al Umhuri di Saada. Ieri, le autorità yemenite avevano accusato del sequestro una formazione di ribelli sciiti, vicina all’Iran, che da anni combatte contro il governo centrale dello Yemen ( la cui popolazione è a maggioranza sunnita).

Il gruppo, “I fratelli di Saada” , guidato da Abdel Malak al-Hawthi, aveva declinato ogni responsabilità e ha contro accusato il governo di San’a di voler discreditare l’immagine dei ribelli. Altre fonti, invece, hanno puntato il dito contro una cellula locale di Al Qaeda. In attesa di avere maggiori informazioni, e in attesa di sapere cosa è successo esattamente ai nove rapiti, visto che il governo tedesco non ha ancora confermato la loro morte, di fronte al possibile esito sanguinoso del rapimento, rimane il quesito per tutte le Ong presenti in Yemen: perché rimanere, perché rischiare la vita?


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Al Qaida progetta un nuovo 11 settembre. Più devastante

Osama Bin Laden

Il leader di Al Qaida, Osama bin Laden, sta preparando un nuovo attacco contro gli Stati Uniti, che sarà “molto più grande dell’operazione dell’11 settembre” 2001 e che ha lo scopo di “cambiare il volto del mondo politicamente ed economicamente”. È quanto scrive oggi, in una corrispondenza dalla capitale yemenita Sanaa, il quotidiano in lingua araba Al Quds al Arabi, pubblicato a Londra, che ne riferisce nel suo sito online citando una “fonte vicina alla leadership di Al Qaida nello Yemen”.

Questa “grande operazione” che “avverrà in un prossimo futuro”, ha detto la fonte al giornalista di Al Quds al Arabi, sarà “una risposta al rifiuto americano della tregua proposta da Al Qaida agli Stati occidentali, primo dei quali gli Stati Uniti”. “Le istruzioni operative dell’attacco sono già state impartite da Osama bin Laden”, ha detto la fonte, presentata come un ex dirigente di Al Qaida, aggiungendo che “i preparativi procedono bene e ci sono le condizioni”. L’ex leader jihadista, che ha chiesto l’anonimato, ha affermato che la rete di bin Laden si trova in una “fase positiva” e che dispone di campi di addestramento “in molti Paesi del mondo”. A riprova ha citato l’esempio della Somalia, che a suo dire Al Qaida controlla “in maggior parte”, dei Taleban, che “controllano la maggior parte dell’Afghanistan”, e anche dello Yemen, dove “hanno giurato lealtà ad Al Qaida i capi tribali dei governatorati di Ma’rib, Saada, Al Jawf e Shabwa”.

LEGGI ANCHE: Al Qaeda: quando la paura si diffonde su internet

Yemen, la nuova frontiera di Al Qaeda

Yemen, attacco all'ambasciata Usa

Il terrorismo islamico è tornato per bussare alle porte della campagna elettorale americana. Un attentato come quello che colpito l’ambasciata americana in Yemen non veniva realizzato da tempo e dimostra come gli Stati Uniti siano ancora nel mirino del network del terrore. Rivendicato da un gruppo integralista che si definisce Jihad islamica nello Yemen, l’attacco - una battaglia, secondo le prime ricostruzioni, attuato con un’autobomba e con razzi - ha provocato una ventina di morti, tra cui sei assalitori, sei soldati yemeniti che difendevano la sede diplomatica, e quattro civili.

L’attentato sarebbe stato annunciato nei giorni scorsi sui siti fondamentalisti e conferma quanto la minaccia fondamentalista sia ancora grave, soprattutto in quel paese della penisola arabica. Lo dice a Panorana.it Jean Charles Brisard, esperto di terrorismo internazionale, autore di un famoso libro su Al Qaeda, “La verità negata”, e in seguito, capo del pool di investigatori reclutato dalle associazioni dei famigliari e delle vittime dell’11 settembre per fare piena luce sulle responsabilità dell’attacco alle Torri Gemelle.

“L’attentato a Sanaa dimostra che lo Yemen rimane una roccaforte del terrorismo islamico. Già in passato, gli Usa avevano subito attacchi in quel paese. Nel 2000, 17 marinai americani vennero uccisi quando la loro nave, la Uss Cole, venne colpita mentre si trovava nel porto di Aden. Dopo l’11 settembre, dopo la scoperta che molti componenti del commando guidato da Mohamed Atta (il capo del commando dell’11 settembre, ndr) provenivano proprio dallo Yemen, la Casa Bianca ha focalizzato la sua attenzione sulle cellule locali di Al Qaeda. Ha fatto pressioni sul governo di Sanaa affinché moltiplicasse gli sforzi contro i terroristi. Molti capi dell’organizzazione sono stati uccisi con operazioni coperte della Cia, utilizzando i droni carichi di esplosivo. Insomma, lo Yemen è diventato uno dei teatri più importanti della War on Terror, la guerra lanciata dal presidente George W. Bush. Ma, l’attentato contro l’ambasciata Usa conferma come, in questo caso, gli sforzi fatti non siano stati sufficienti”.

Già, perché, racconta Jean Charles Brissard, negli ultimi tre anni le autorità yemenite hanno compiuto decine e decine di arresti di militanti che erano coinvolti nell’assalto alla Uss Cole e nell’attentato all’ambasciata statunitense a Nairobi nel 1998. Gli inquirenti pensavano di avere tagliato la testa dell’Idra. Ma la battaglia di Sanaa ha fatto comprendere che il network è stato ricostruito. Se lì e vivo e vegeto, spiega l’esperto francese, in altre zone del pianeta, la salute di Al Qaeda non è certo delle migliori. Ormai, la base, la roccaforte è nella zona al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, anche se alcuni gruppi sono presenti in Africa. “Tutti queste cellule continuano a ricevere finanziamenti” denuncia Brisard. “Certo, meno che in passato, ma il fiume di soldi scorre ancora, attraverso gli stessi canali: e cioè, le organizzazioni caritatevoli e i singoli, ricchi o benestanti sceicchi che gravitano attorno al mondo del fondamentalismo islamico. E che ne hanno sposato la causa.

In passato, le mie denunce, anche con un rapporto consegnato all’Onu, sono state molto circostanziate. Ora - racconta ancora l’analista parigino - esiste un fenomeno nuovo rispetto a questo tema: nelle zone tribali a cavallo tra Afghanistan e Pakistan, la raccolta di fondi è praticamente libera… si va di casa in casa, di istituzione in istituzione liberamente”.

Ma, l’attentato in Yemen è solo una fiammata o è inizio di una nuova stagione di bombe e attacchi, magari contro obiettivi statunitensi per influenzare la campagna elettorale americana? A questa domanda, Jean Charles Brisard, risponde con prudenza. Le bombe di Sanaa sembrano far parte di una strategia locale e non di una più ampia offensiva contro l’Occidente. “Anche in Europa il pericolo sembra essere inferiore. Ci sono molti europei musulmani di seconda o terza generazione che partono per combattere in Pakistan perchè le cellule da cui provengono non sono in grado di creare seri pericoli nel Vecchio Continente”. Ma questo panorama non impedisce di pensare che i prossimi mesi non vedranno altre bombe firmate Al Qaeda.

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