LEGGI il documento preparatorio del Summit
Promuovere l’integrazione dei rom con azioni concrete. Questo doveva essere l’obiettivo del primo Summit europeo dedicato alla minoranza etnica più importante (sul piano numerico) e più discriminata del Vecchio continente. E in parte lo è stato. Sotto l’occhio vigile del presidente della Commissione Ue, Manuel Barroso, e del commissario alla Libertà e Giustizia, Jacques Barrot, circa 400 rappresentanti della società civile e delle associazioni rom, parlamentari europei e un filantropo di primissimio piano come il finanziere George Soros si sono riuniti ieri a Bruxelles per discutere sulle azioni da intraprendere per favorire l’integrazione sociale dei rom nell’Unione europea.
Ma il Vertice è stato anche il teatro di contestazioni clamorose contro l’iniziativa italiana di schedare i nomadi. Durante il discorso di Baroso, alcuni membri della società civile hanno indossato magliette contro la schedatura su base etnica (”Against Etnnic Profiling”), mentre l’intervento del sottosegretario del Lavoro italiano e delle politiche sociali, Eugenia Maria Roccella, si è concluso tra i fischi e le urla di alcuni rappresentanti rom. Contro la schedatura dei nomadi si è espresso anche Soros, presidente della fondazione Open Democracy e da sempre in prima linea per difendere i diritti dei rom. “Sono estremamente preoccupato per la schedatura su base etnica in Italia” ha affermato Soros. “Temo che possa diventare una norma de facto in Europa. Queste misure dovrebbero essere illegali”. Nel pacchetto di misure adottato dal Parlamento italiano per la lotta contro l’immigrazione clandestina e la criminalità, il governo si era impegnato a censire i rom presenti nella penisola per favorire la scolarizzazione dei bambini nomadi. Dopo mesi di polemiche tra Roma e Bruxelles, il 4 settembre scorso la Commissione Ue ha riconosciuto che l’iniziativa italiana era conforme alla legislazione europea.
A ricordarlo durante il Vertice è stato il Commissario Barrot. “Soros ignora i fatti o è in malafede, ma non posso crederlo. Sulla base della relazione abbiamo ricevuto il primo agosto [scorso], abbiamo dovuto riconoscere che il governo italiano ha definito ordinamenti che non potevano essere passibili di qualsiasi osservazione da parte nostra”. In altre parole, “i testi normativi sui censimenti dei campi rom sono in linea con le leggi europee, bisognerà ora vederne l’applicazione”. Barrot ha anche precisato che nei prossimi giorni una delegazione di parlamentari europei si recherà in Italia per “verificare come la normativa sarà applicata”. Detto questo, il commissario europeo ha ricordato che “sin dall’annuncio di un censimento nei campi rom in Italia abbiamo comunicato al governo italiano che esso non poteva essere fatto su base etnica, e che non potevano essere prese le impronte digitali ai minori se non vi fosse stato un intervento del giudice”.
Di fronte alla contestazioni esplose durante il Summit, il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha espresso le sue preoccupazioni “per il livello di disinformazione e di non conoscenza di una normativa italiana che riguarda l’identificazione dei cittadini, italiani e stranieri, privi di documenti personali”. Frattini ha poi ricordato come la normativa fosse stata “valutata posititivamente dalla Commissione europea”, e questo nonostante la bocciatura precedente del Parlamento di Strasburgo. Al di là delle polemiche, la giornata di ieri è stata segnata da una serie di proposte attesissime dai rappresentanti rom. Purtroppo, la delusione è stata pari alle attese. Nel suo intervento, il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, si è limitato a presentare un quadro molto generico per sviluppare standard europei d’integrazione dei rom attraverso il lavoro, l’alloggio, la salute e l’educazione.
Dal suo canto, il presidente della Commissione Ue Barroso ha insistito sul fatto che “le politiche pubbliche che riguardano i Rom dovrebbero innanzitutto affrontare la realtà sociale durissima a cui sono confrontati i nomadi nel quotidiano. Ciò di cui abbiamo bisogno” ha proseguito Barroso, “è un sostegno attivo all’educazione dei bambini rom, alla ricerca di impieghi che tengano conto della loro sensibilità culturale e alla promozione di corsi di formazione nei campi del management o del microcredito”. Se alcuni rappresentanti rom non hanno esitato a definire “storico” il Summit svoltosi ieri al Berlaymont, altri invece non hanno risparmiate critiche. Rudo Kawczynski, presidente del Forum européen des Roms et des gens du voyage, si è addirittura chiesto a cosa fosse servita questa conferenza. “Siamo stufo di sentire promesse, vogliamo fatti concreti”. Per la società civile, bisognerà aspettare il prossimo Summit previsto nel dicembre 2008. In quell’occasione, la presidenza francese Ue si è impegnata a proporre una serie di azioni concrete a favore dei Rom.
Nel dicembre 2007, il Consiglio europeo aveva chiesto agli Stati membri di rafforzare le loro politiche di integrazione sociale ed economica. A ruota, il Parlamento aveva adottato una risoluzione per l’applicazione di “una strategia globale”. Da allora, la società civile chiedono una “direttiva quadro” affinché dalle parole si possa passare ai fatti. Un rapporto della Commissione europea reso pubblica il 2 luglio scorso ricordava l’esistenza di strumenti tesi a favorire l’integrazione dei rom, “ora l’Unione e gli Stati membri devono utilizzarli in modo più efficace”. Con questo invito, Bruxelles non ha fatto che altro che porre i paesi europei di fronte alle loro responsabilità: i settori chiave dell’integrazione (lavoro, alloggio, salute ed educazione) dipendono dalle politiche nazionali e dal modo con cui i governi intendono spendere i fondi messi a disposizione dal Fondo sociale europeo. Tra il 2000 e il 2006, l’FSE ha dedicato oltre 275 milioni di euro per progetti riservati alle comunità rom, a cui si sono sommati un miliardo di euro supplementari destinati alle popolazioni vulnerabili, tra cui i rom. Si calcola che nell’Unione europea risiedono tra i 10 e i 12 milioni di rom (di cui 200.000 in Italia). Un rapporto del Consiglio d’Europa sostiene che fino al 50% dei bambini rom non conclude la scuola primaria, mentre stando all’Unicef, in paesi come l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania oltre l’80% dei rom vive sotto la soglia della povertà.
Il rogo del campo rom di Ponticelli (Credits: Ansa)
Il problema comincia dal nome. Zingari, deriva da Athinganos, nome con cui i bizantini indicavano una setta di intoccabili. Il significato è dispregiativo e nessuno di loro vorrebbe essere chiamato così. Gitanos, rom, sinti, nomadi, khorakhané, manouche. Un nome, anzi tanti, che gli hanno sempre dato gli “altri”, quelli che si trovavano a dover convivere con loro, un popolo in cammino, chiuso nelle sue tradizioni e nelle sue regole. Partiti dal nord dell’India e dal Pakistan intorno all’anno mille, i nomadi si sono stabilizzati nell’est europeo da dove hanno poi ricominciato altre migrazioni. In Italia i primi arrivano alla fine del 1300. Sono divisi in centinaia di gruppi e sottogruppi etnici, separati da millenni di migrazioni. Ma uniti da una lingua, il romanés o romani, in tutti i suoi dialetti. Sono tanti, in Europa. Dai 9 ai 12 milioni. Mancano cifre certe, e questo è già un primo problema. Perchè alcuni hanno la nazionalità del paese in cui si trovano magari da generazioni, o di quello da cui sono scappati per via di guerre e persecuzioni (il numeroso gruppo di emigrati dall’ex Jugoslavia, ad esempio). Oppure sono apolidi. Per scelta o per regole sulla residenza. Divisi e sparsi, ma rappresentano la più numerosa minoranza Europea. “La situazione dei rom è inaccettabile dal punto di vista etico, sociale e umano” ha detto il Commissario Ue agli Affari Sociali Vladimir Spidla. Il Consiglio d’Europa (un’organizzazione transanzionale parallela all’Ue e che si occupa soprattutto di affari sociali) ha istituito dal ‘93 la “Roma and travellers division” che si occupa di produrre studi sulla condizione dei rom in Europa e la loro integrazione sociale. Eppure, al di là delle buone intenzioni e dei proclami altisonanti all’integrazione l’Unione sulla questione non ha una politica comune, che coniughi i diritti e riconoscimenti delle minoranze con obblighi uguali nei 25 stati. E così ogni governo fa da sè. Anche a seconda delle tendenze politche del momento.
Più discriminati d’Europa. Secondo il Rapporto della Commissione europea contro il razzismo e le intolleranze presentato al Parlamento Europeo nel 2007, i gitani risultano la popolazione più discriminata d’Europa. Svantaggiati nel lavoro, nell’alloggio, nell’istruzione e nella legislazione. Ma il rapporto non si occupa di devianza e criminalità, altro aspetto inscindibile, insieme causa ed effetto del loro non-inserimento sociale. Il 31 gennaio passato il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che prometteva di “sradicare” i campi nomadi, legali o no, come unico metodo per favorire l’integrazione della minoranza. Il testo afferma che non ci sono norme igieniche nè sanitarie e denuncia l’esclusione dei loro abitanti dai sistemi educativi e sanitari. Il loro reddito (dichiarato) è fino a 10 volte più basso della media europea, la loro speranza di vita è di 10-15 anni più bassa. Una cosa è certa: anche se in Italia gli zingari sono meno che in molti altri paesi europei (circa 170mila contro gli 800mila della Spagna o i 400mila della Francia) il nostro, insieme alla Repubblica Ceca (dove sono 350mila) è uno dei paesi in cui la loro presenza genera più allarme sociale, tensioni discriminatorie (secondo il sondaggio di Eurobarometro solo il 14% si dice a suo agio ad avere un nomade alla porta accanto, contro una media europea del 36%), ed episodi di criminalità. Anche per la mancanza di politiche chiare. “Non si riscontra un coordinamento a livello nazionale” si legge in un rapporto del Consiglio d’Europa, datato però 2005, ben prima delle recenti polemiche su schedature e impronte digitali. “Il fatto è che negli altri paesi la questione rom è stata inclusa all’interno delle problematiche sociali e di welfare” si lamenta il presidente dell’Opera Nomadi di Milano, Maurizio Pagani. In Italia, secondo lui, il problema è trattato solo dal punto di vista dell’ordine pubblico. Inutile chiedersi come la pensi sulle misure preparate dal minstro Maroni: “Siamo contrari, per due motivi: è una schedatura su base etnica e questo è inaccettabile. Ma soprattutto non serve: i dati vengono tenuti dalla prefettura, cioè da un organo di polizia. Non sono certo usati per fini sociali”. Eppure una qualche forma di censimento servirebbe eccome, lo riconosce anche Pagani: “Serve per l’accesso alla sanità e alla cittadinanza, che in Italia è molto difficilie perchè è vincolato alla residenza”. La maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale ha istituito un “ufficio centrale” o comunque un organismo apposito per affrontare il problema, con riconoscimenti legali ma anche repressione degli aspetti che favoriscono la delinquenza.
In Francia, ad esempio, il modello “bastone e carota” sembra funzionare: la legge Besson (del 2000) prevede che ogni comune con più di cinquemila abitanti sia dotato obbligatoriamente di un’area di accoglienza. Ma Sarkozy da ministro dell’interno nel febbraio 2003 ha voluto inserire nella legge sulla sicurezza interna sanzioni dure per chi non rispetta le regole dei campi. Chi occupa abusivamente un’area pubblica può essere arrestato e il mezzo sequestrato. La legge Besson preve un programma immobiliare di case da dare in affitto agli zingari stanziali e terreni familiari su cui poter costruire piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie. Poco di tutto questo, però, è stato effettivamente realizzato, secondo le denunce dell’ Errc (European Roma Rights Center). In Francia si svolge ogni anno la festa di Santa Sara a Saintes Maries de la Mer, in Provenza, a cui partecipano zingari da tutta Europa.

Manifestazione a Roma di Sinti e Rom
In Spagna, i “gitanos” sono quasi un’istituzione: 800mila, dei quali la metà circa in Andalusìa. (A Granada occupano le “cuevas” del Sacro monte alle spalle della città e hanno una processione tutta loro nella Semana santa). Una presenza antichissima, i primi nuclei sono del medioevo, e conflittuale: dai Re Cattolici a Franco, non sono mancate schedature, leggi speciali e vere e proprie persecuzioni. Ai “gitanos” si sono aggiunti ultimamente molti rom rumeni la cui situazione è ancora più disagiata e che vivono nelle “chabolas”, bidonville delle periferie cittadine. Dalla fine degli anni ottanta ogni regione si è dotata di un Ufficio Centrale che coordina interventi e politiche per loro, in cui lavorano sia funzionari del governo che rom come mediatori culturali. I gitanos sono spagnoli a tutti gli effetti, il livello di integrazione si può definire buono. Ma occupano comunque i gradini più bassi della scala sociale: alta la disoccupazione, vivono in case popolari e sono tra i gruppi più numerosi nelle carceri.
In Germania i 130 mila circa tra rom e sinti di nazionalità tedesca sono considerati per legge “minoranza nazionale”. Hanno diritti e doveri riconosciuti. Molti altri vengono dai Balcani e sono stati accolti come rifugiati con un programma di welfare. Non godono della cittadinanza ma di uno status particolare, “duldung”: non un permesso di residenza ma uno stop all’espulsione. Vivono soprattutto in case popolari e hanno un sussidio, ma devono dimostrare la legalità e la volontà di lavorare. Ciononostante i casi di discriminazione e razzismo, secondo il rapporto del Consiglio d’Europa, sono numerosi e gravi. In particolare gli zingari sono nel mirino dei gruppi neonazisti: furono, dopo gli ebrei, le principali vittime dell’olocausto (Porrajmos per gli zingari).
In Romania e altri paesi dell’Est. Nell’ex blocco sovietico i rom rappresentano una fetta importante della popolazione: la Romania è il paese che ne conta il maggior numero. L’ultimo censimento ufficiale ne conta circa due milioni. Nel 2006 è stato istituito un “Ufficio Nazionale” per le politiche dedicate alla loro inclusione sociale. Moltissimi sono i rom che hanno lasciato Bucarest con l’ingresso nell’Ue. Seguono Bulgaria e Ungheria, con circa 800mila presenze. Alti i numeri anche in Repubblica Ceca e ex Jugoslavia.Con percentuali che sono intorno al 5 per cento della popolazione. Un maggior numero non significa però una maggior integrazione. In molti di questi paesi la percezione dei rom è ancora più negativa che nell’ Europa occidentale. In Bulgaria e altri paesi dell’area balcanica, i bambini rom sono mandati nelle scuole per i bambini con problemi psichici. Secondo le stime, il tasso di bambini rom scolarizzati in istituti speciali sarebbe del 60-70 percento in Macedonia, dell’80 percento nel Montenegro e del 50-80 percento in Serbia.
Come giudicate la risoluzione di condanna del Parlamento Ue contro l’iniziativa italiana sulle impronte digitali ai rom?
Bambini rom: costretti a rubare - Partecipa al FORUM e al SONDAGGIO

Controlli di polizia al campo nomadi di Tor di Quinto a Roma

Disseminata di rifiuti di ogni genere, una piazza del quartiere di Bucarest ‘Ferentari’, una bidonville malfamata che ospita il principale insediamento di Rom nella capitale romena.
da Bucarest, di Flaminia Bussotti (Ansa)
A ‘Ferentari’, il ‘Bronx’ di Bucarest, i rumeni non ci mettono piede: è il quartiere più malfamato della capitale, zona ‘off limit’, dove si trova il maggior insediamento rom. È da qui che la maggior parte dei ‘nomadi’ si mette in viaggio per l’Italia. Una ventina di chilometri più avanti, a sud est di Bucarest ma separato, c’è il paese di Sintesti, dove risiede invece l’élite dei rom, i ricchi che non hanno bisogno di espatriare e che alloggiano in ville apparentemente sontuose dove l’architettura, anche se di dubbio gusto, sottintende una forte simbologia del potere: più torri e pagode svettano, e più l’inquilino è potente.
A Ferentari, in giro in auto, vetri chiusi e senza sosta, lo spettacolo è di totale degrado: una bidonville con baracche fatiscenti tirate su con materiali deperibili (lamiere, legname, e qualche mattone), alternate a costruzioni in cemento senza intonaco che ricordano le immagini dei bombardamenti a Sarajevo o in Kosovo durante le guerre dei Balcani. Strade sterrate devastate dalle buche, pozzanghere e fango ovunque, detriti e immondizia, voragini e mucchi di terra qua e là. Le case sono in genere basse, con ingresso sulla strada, qualche scritta o insegna ogni tanto, ma nessun negozio o esercizio commerciale riconoscibile a occhio nudo. Solo dei rivenditori di verdura a qualche angolo con prevalenza di verze verdi. Panni stesi ovunque, antenne paraboliche alle finestre e una matassa nera di fili elettrici di ogni tipo che pende bassa nel cielo.
È il distretto (su sei in tutto) più diseredato e pericoloso di Bucarest, classificato come ‘Comfort 3′, il livello più basso dopo 1 e 2 e il superlusso ‘Lux Comfort’.
L’acqua c’è ma la luce no e viene generalmente, a detta dei bucarestini, rubata con allacci abusivi alla rete cittadina. Uno slum di 60-70mila abitanti (su 2,5 milioni di Bucarest). Statistiche attendibili, come sempre quando si parla di rom, non esistono, ma fra sentito dire e dati storici certi si sa che a Ferentari i rom che lavorano come robivecchi, raccattando e rivendendo materiali (come ferro) per la strada, di piccoli commerci e accattonaggio. Ma ha anche fama di zona del crimine: droga, prostituzione, delinquenza. Una strada del quartiere, Zabrauti, è chiamata la ‘via della droga’: casermoni desolati con drappelli di giovani e ragazzini su marciapiedi e scale, cumuli di immondizia con cani randagi che sembrano sciacalli affamati in cerca di cibo. Qua e la’ auto di lusso.
“Chiuda il finestrino, non scenda e non fotografi, qui non si scherza”, avverte l’autista Cristian Voiculescu, un romeno di 45 anni. Dopo la fine del comunismo avviò un business ed era ricco, poi un rovescio lo ha portato a prendere una licenza di taxi. Come molti in Romania, dove di correttezza politica non c’è ombra, dice, pur assicurando di non essere nostalgico, che ai tempi di Ceausescu molte cose andavano meglio. Ad esempio i rom, che qui chiamano tutti senza tanti complimenti ‘tzigani’: Ceausescu li aveva confinati proprio a Ferentari ma dovevano lavorare, erano controllati e non commettevano reati. Dopo il crollo del regime nell’89 molti rom hanno occupato case e edifici e ci sono rimasti. Come molti romeni, Voiculescu li vede con diffidenza e non accetta di chiamarli rom perche’ si confonde con romeni.
“Ci discreditano all’estero, la differenza fra noi e loro è che loro quando non hanno soldi rubano noi no”, dice concedendo che i disonesti ci sono ovunque. Ma a Ferentari “prima non c’era criminalità, ora è un focolaio di infezioni, povertà, deviazione, c’è mafia, riciclaggio, prostituzione”.

Uno dei palazzi di lusso nel villaggio Sintesti, alla periferia di Bucarest, dove abitano i boss della malavita e l’ elite dei Rom.
Tutt’altro scenario invece a Sintesti, l’area residenziale dei rom ‘bene’: una landa alquanto desolata punteggiata pero’ da ville di gusto singolare con pretese architettoniche: ricordano i castelli spettrali delle fiabe pieni di vette, torri e torrette. Il profano pensa a un equivoco di progettazione ma l’esperto spiega il messaggio simbolico sottinteso: piu’ torri ci sono e più potente è il proprietario. E la gerarchia distingue in ‘Gruia’, il boss locale, ‘Bulibasa’, il capo del villaggio, e il capo vero e proprio della ‘cupola’ (gli ultimi erano due fratelli, Nutu e Sile Camataru e sono stati arrestati). Davanti a quelle ville troneggiano grandi auto tedesche dai 100.000 euro in su. Un tentativo di parlare con alcuni rom davanti a una villa fallisce. Un uomo e una donna con due denti d’oro e una bimba in braccio si avvicinano ma non vogliono parlare con la stampa italiana: “Qui lavoriamo, commerciamo”, è tutto quel che si riesce a tirar fuori. Pochi secondi e accorrono due rom ben piazzati che urlano: Niente domande, noi non andiamo all’estero, non andiamo in Italia, stiamo bene qui”.
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