Romano: la lungimiranza di Rudy Giuliani

Quando Rudolph Giuliani decise di candidarsi a sindaco di New York e promise che avrebbe adottato verso tutta la criminalità, piccola o grande, il criterio della «tolleranza zero», la classe politica italiana, con poche eccezioni, lo definì sprezzantemente «sceriffo» e trattò il suo programma elettorale alla stregua di una bravata reazionaria. Non volle capire che dietro le promesse di Giuliani vi erano indagini sociologiche sugli effetti perniciosi della piccola criminalità, soprattutto nelle grandi città. Un muro imbrattato dai graffiti, un lampione rotto e spento, una cabina telefonica distrutta, il borseggio nella metropolitana, la prostituzione nelle strade, l’accattonaggio petulante e aggressivo, i vetri rotti possono sembrare, a prima vista, infinitamente meno gravi dei reati (estorsioni, rapimenti, omicidi) che sono tipici della criminalità organizzata. Ma i sociologi americani avevano osservato che ogni piccola trasgressione impunita trasmette un segnale negativo che altri, inevitabilmente, finiranno per cogliere e utilizzare.
Se è permesso coprire di graffiti le targhe stradali o calpestare i prati dove un cartello ne fa divieto, perché non si dovrebbe passare col rosso o lasciare la macchina in doppia fila? Se la prostituzione e l’accattonaggio sono tollerati, perché non si dovrebbero vendere, senza alcuna licenza, ombrelli nei giorni di pioggia o, peggio, prodotti contraffatti all’angolo delle strade? Ogni infrazione non perseguita giustifica e incoraggia altre infrazioni. La negligenza delle autorità allarga progressivamente l’area dell’illegalità consentita.
Nel Paese in cui i magistrati non cessano di ricordare che «l’azione penale è obbligatoria», abbiamo assistito al più alto tasso di negligenza giudiziaria mai registrato nell’Europa civile. Mi sono chiesto più volte, negli ultimi anni, quali fossero i sentimenti dei procuratori di Milano, inflessivi censori delle malefatte politiche, quando passeggiavano per le vie del centro della loro città. Non sapevano che le borse vendute sotto i portici di corso Vittorio Emanuele erano contraffatte? Che i loro venditori erano probabilmente clandestini o, comunque, i piazzisti di un’organizzazione che violava le regole del commercio e frodava il fisco? Chi ha occasione di viaggiare frequentemente sa che in questi anni il divario estetico e civile fra le maggiori città italiane e quelle dei nostri partner nell’Unione Europea si è progressivamente allargato. Le nostre città sono diventate più brutte, più sporche e più pericolose di quanto non fossero dieci anni fa.
Alcuni sindaci (Sergio Cofferati a Bologna, Leonardo Dominici a Firenze) sembrano avere capito che Giuliani non aveva torto e hanno cominciato a essere meno tolleranti. Sono arrivati tardi e soltanto quando si sono accorti che stavano perdendo i loro elettori. Ma questa constatazione, al punto in cui siamo, mi sembra irrilevante. E, francamente, poco importa che qualcuno di essi abbia deciso di colpire i lavavetri prima dei parcheggiatori abusivi o i graffitari prima degli accattoni. Ciò che maggiormente conta è cominciare a rompere la catena che tiene insieme le illegalità quotidiane.
E invece, no. Non appena Firenze ha cominciato dai lavavetri si è levato i solito coro degli scettici, dei «filantropi» e dei dietrologi. Gli scettici sostengono che sarebbe stato meglio colpire più duramente il crimine organizzato. I filantropi lamentano che il potere dia prova di indifferenza per gli umili, i diseredati, gli «ultimi». E i dietrologi, infine, intravedono dietro queste operazioni l’ombra della nuova strategia moderata con cui il futuro Partito democratico cerca di strappare voti alla destra. Una questione d’ordine pubblico e di vita civile è diventata così, ancora una volta, «politica», nel senso più deteriore della parola. E gli intellettuali infine non hanno mancato l’occasione di recitare la parte in cui eccellono: quella dei bastian contrari, sempre pronti a sostenere le virtù astratte dell’ideologia e a dimostrare grande indifferenza per i problemi quotidiani dei loro connazionali.

Commenti

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Il 8 Settembre 2007 alle 12:32 Carlalberto Iacobucci ha scritto:

Ogni articolo è sempre troppo ampio seppur si possa sintetizzare. In ogni modo e con le ragioni del caso Rudolph William Louis Giuliani III detto Rudolph Giuliani era il sindaco di una piccola cittadina di nome New York abitata soltanto da 10.000.000 di persone 1/5 degli abitanti del nostro Paese con culture diverse e integrazione difficile.

Il 9 Settembre 2007 alle 13:30 Idenio ha scritto:

Sono perfettamente d’accordo con quanto afferma l’Ambasciatore Romano.In Italia, ormai, non ci si meraviglia piu’ di nulla!Nessuno nota il degrado delle nostre citta’;sempre piu’ sporche,violente, in altre parole:invivibili! Il rilassamento allo sfacelo e’ inarrestabile e da tutti tollerato.Se qualcuno, prova solamente a cambiare qualche parametro della dissoluzione, immediatamente emergono voci di dissenso.Debbo dedurre che ci piaccia vivere nel disordine,l’immondizie,

Il 9 Settembre 2007 alle 13:31 Idenio ha scritto:

nell’incuria, nella violenza e in una societa’ di completa anarchia.

Il 10 Settembre 2007 alle 22:11 mirtillo ha scritto:

Credo che la verità sia cha in Italia è necessario fare delle scelte che sarebbero “normali” per le destre ma che possono essere fatte solo da sinistra. Ve lo immaginate Berlusconi che propone le cose che ha fatto (e che farà) la sinistra di oggi?
E allora, non per dar ragione al vecchio Montanelli, turiamoci il naso! Sono cmq cose da fare.

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