Romano: Dalai Lama dimezzato

L’Europeo

La sua figura bonaria e attraente, lo stile della sua comunicazione, la perfetta combinazione di esotismo e modernità hanno fatto del Dalai Lama, in questi anni, un santo laico della cultura umanitaria occidentale. Ma è probabile che il leader del Buddhismo tibetano abbia perduto, all’interno del suo popolo, una parte della sua originaria autorità. Esiste omai una diaspora tibetana in cui i giovani, nati e cresciuti all’estero, hanno perfettamente appreso i modi più adatti a suscitare l’interesse delle opinioni pubbliche democratiche e hanno imposto al loro «pontefice» una linea più aggressiva e militante.
Lo stesso Dalai Lama, in un articolo scritto per la stampa internazionale qualche giorno fa, si è definito «semipensionato». Questo passaggio delle consegne ha cambiato lo stile e gli strumenti della battaglia nazionale. L’insurrezione del 1959 fu una rivolta popolare, provocata dallo scontro fra il sentimento nazional-religioso della popolazione e l’intolleranza dogmatica del regime comunista di Pechino. Quella degli scorsi giorni appare meglio diretta e concertata. Mentre i tibetani all’estero organizzavano marce e dimostrazioni, i monaci in patria imitavano, con un piglio più bellicoso, i loro confratelli di Rangoon.
La scelta del momento non è casuale. Gli organizzatori sapevano di poter contare, a qualche mese dall’apertura delle Olimpiadi di Pechino, sull’attenzione e sulla simpatia delle società occidentali. Sapevano che questo era il momento migliore per portare allo scoperto le contraddizioni del regime cinese.
La Cina vuole crescere, accumulare ricchezza, distribuire prosperità ai suoi cittadini. Sa che questi obiettivi esigono capitali stranieri e buoni rapporti con la comunità economica mondiale. Occorre fare incetta di materie prime, esportare, creare joint-venture con aziende straniere, rispettare le regole di mercato fissate dalla Wto (l’Organizzazione del commercio mondiale). In questo quadro le Olimpiadi, per Pechino, sono l’equivalente di una grande campagna promozionale, organizzata per dimostrare al mondo che la Cina è un paese accogliente, moderno.
Ma i dirigenti cinesi hanno altre priorità. Sanno ciò che è accaduto nei paesi comunisti europei dopo il crollo del sistema sovietico e sono convinti che un’esperienza simile provocherebbe in Cina conseguenze ancora più traumatiche e pericolose. Vogliono lo sviluppo economico, ma non sono disposti a tollerare ideologie concorrenti, separatismo, autonomismo. Concedono ai loro connazionali il diritto di intraprendere e di arricchirsi, ma non quello d’intaccare l’autorità del partito sulla società. Se il Tibet li costringesse a una scelta simile a quella che dovettero affrontare a Tienanmen nel giugno 1989, non avrebbero dubbi: sceglierebbero la repressione.
Anche le democrazie hanno le loro contraddizioni. I governi conoscono i sentimenti delle loro opinioni pubbliche e debbono alzare la voce in segno di protesta. Ma non possono ignorare due fattori. In primo luogo sanno, anche se preferiscono non dirlo ad alta voce, che la stabilità del continente cinese è un bene internazionale e che nessuno può sapere che cosa accadrebbe se il governo allentasse le briglie sul collo del paese. In secondo luogo il mercato cinese, soprattutto dopo l’inizio di una imprevedibile crisi americana, è diventato la loro maggiore ancora di salvezza. In altre parole, se dovessero scegliere fra i Giochi olimpici e le domande di sanzioni o boicottaggio avanzate da alcuni ambienti occidentali, sceglierebbero i Giochi olimpici.

Commenti

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Il 21 Marzo 2008 alle 16:03 Carlalberto Iacobucci ha scritto:

I monaci tibetani, protestano contro la dominazione cinese e centinaia di persone rimangono uccise. Tutto accade per sfuggire alle proteste che potrebbero contaminare i giochi olimpici. E questa non potrebbe mai essere un’attenuante, del resto i monaci sono da sempre braccati e soppressi. Non credo che il partecipare del nostro Paese sia giustificato seppur gli atleti non hanno da giustificare nulla

Il 28 Marzo 2008 alle 12:44 Il tibetologo: “Il Dalai Lama sbaglia, e adesso temo un’ondata di violenze” » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Giornalista, autore dell’unica biografia autorizzata sul Dalai Lama pubblicata in Italia, esperto di culture indo-tibetane, l’ex presidente dell’Associazione Italia Tibet Piero Verni, di fronte alla repressione cinese, non ha dubbi: la massima autorità spirituale del Tibet ha perso la presa su una parte del suo popolo. Si è inventato un “dialogo che non esiste” e ha avallato, per legittimarsi agli occhi degli “occupanti”, prima l’ingresso di Pechino nel Wto e infine il no al boicottaggio delle Olimpiadi. Non sono ingenerose le sue critiche? Senta: intellettuali del calibro di Bernard Henry Levi, lo stesso Sarkozy, il presidente del parlamento europeo Hans Gert-Pottering hanno apertamente dichiarato di prendere in considerazione l’ipotesi del boicottaggio. E, di fronte a tutto questo, che cosa fa il Dalai Lama? Si trasforma nel più tetragono assertore delle Olimpiadi. Frena le rivolte. Un drammatico paradosso. Dal punto di vista giornalistico la notizia è proprio questa: Tenzin Gyatso, più che organizzarla, ha “subito” la rivolta tibetana. Anche Sergio Romano, su Panorama, sostiene che il Dalai Lama è lontano dalle aspirazioni indipendentiste del suo popolo. La verità è che la Marcia per il ritorno in Tibet partita il 10 marzo e considerata il detonatore della protesta si è subito posta su un terreno sideralmente distante da quello del governo in esilio. Non a caso lo stesso Dalai Lama non l’ha nemmeno citata nel suo annuale discorso del 10 marzo. In pratica, ha dato l’imbarazzante impressione di voler discolparsi agli occhi dei cinesi, anziché denunciare la repressione di questa Tienanmen sorda e muta che si sta consumando Come è nata l’insurrezione di Lhasa? Attraverso il tam tam, il passaparola, l’entusiasmo suscitato dalla Marcia organizzata dalle cinque organizzazioni della diaspora in India. E in modo del tutto spontaneo. Si capisce: il maglio repressivo cinese in patria ha distrutto qualsiasi embrione di organizzazione tibetana in patria, come è accaduto qualche anno fa alle Tigri del Tibet. Lo Youth Congress, la più radicata e radicale organizzazione non governativa dei tibetani della diaspora, prende in considerazione l’ipotesi della lotta armata? Fino ad ora assolutamente no, come dimostra il programma tutto gandhiano della Marcia verso il Tibet. Certo, se non si apriranno spiragli di cambiamento significativo, temo che tutto potrà diventare possibile, anche le scelte più estreme. In linea di massima non è in discussione la scelta nonviolenta quanto la richiesta di Tenzin Gyatso di semplice autonomia politica. Perché ora, dopo vent’anni di inutile ricerca di un dialogo, i tibetani si sono stufati e pongono subito un problema di indipendenza nazionale. [...]

Il 7 Giugno 2008 alle 10:17 matrixzetajones ha scritto:

Che simpatici umoristi i studiosi del tibet. Magari prendiamo anche soldi da Jackie Chan per scrivere articoli demenziali?
S.S. il XIV Dalai Lama è la manifestazione vivente di Avalokiteshvara (in sanscrito) o Cenresig (in tibetano) il Buddha della Grande Compassione. Detto questo, vi domando, come fa una persona che vive di amore per il prossimo a volere una guerra? come si fa a pensare che la soluzione migliore sia marciare in cina e vedere i propri simili essere massacrati? come si fa a scrivere una biografia completa senza sapere chi è e come muove le sue azioni il soggetto della stessa biografia?
è dal ‘59 che lotta per l’indipendenza usando l’arma del dialogo e no della dimostrazione! cari esemi giornalisti non fateci ridere piu, sulle disgrazie altrui grazie

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