L’Editoriale
Non conosco Emma Marcegaglia. Mi dicono che sia tosta, determinata e ottimista, animata da molta voglia di fare. Nelle sue prime settimane da presidente della Confindustria ha parlato di come far ripartire la crescita economica, di interventi antiburocrazia, di riforma della contrattazione aziendale. Discorsi sacrosanti e sottoscrivibili: la politica deve muoversi, il sindacato non deve rimanere fermo al passato. C’è però una questione che mi pare rimasta un po’ in ombra, non so se per distrazione dei cronisti o per scelta della nuova leader degli industriali, ed è ciò che deve fare l’impresa.
Perché in tema di sviluppo del Paese, se è vero che i governi non hanno fatto molto e le organizzazioni confederali hanno fatto fin troppo ma per frenarlo, bisogna riconoscere che anche gli imprenditori hanno qualche responsabilità. Non parlo solo delle imprese andate male, ma anche di quelle andate bene: talvolta, invece di credere nella propria azienda, gli azionisti hanno dirottato altrove gli investimenti, preferendo la finanza all’industria, la rendita alla sfida.
So di avventurarmi in un campo minato, ma credo che sia ora di fare un discorso sulla qualità della nostra classe imprenditoriale, o almeno di una non piccola parte di essa. La politica, il sindacato, la burocrazia e il sistema bancario hanno colpe enormi. Il nostro è il paese occidentale col minor tasso di libertà economica, dove più si ostacola chi vuole avviare un’attività, ma è anche quello dove le imprese troppo spesso chiedono aiuti allo stato. Da noi abbondano i capitalisti senza capitale e gli imprenditori sembrano più preoccupati di ottenere sgravi fiscali e cunei che di fare buoni prodotti.
Se si dà uno sguardo agli incentivi pubblici versati alle imprese, si scopre che rappresentano lo 0,44 per cento del pil (anno 2003, esclusi trasporti e agricoltura), mentre in Gran Bretagna raggiungono appena lo 0,19. Una ragione c’è: a Londra ancora echeggiano le parole di Margaret Thatcher, che non furono solo rivolte contro il sindacato, ma anche contro gli aiuti alle imprese. «Se non siete capaci di vendere buoni prodotti, dovete fallire» disse la Lady di ferro annunciando ai manager la chiusura dei rubinetti.
In Italia si è convinti che tocchi allo Stato aiutare le aziende a essere competitive. Uno dei refrain più ascoltati riguarda la ricerca e sviluppo: siamo tra gli ultimi, e non per colpa dei governi (o perlomeno non solo) quanto piuttosto delle imprese. Nel 2003 neanche metà dei fondi investiti in ricerca e sviluppo proveniva da privati e la quota era in discesa. Un’anomalia nel confronto con l’Europa, dove le imprese finanziano più del 60 per cento della spesa in innovazione, con punte che raggiungono il 70 nei paesi nordici.
Ci siamo cullati con l’idea che piccolo è bello, perché la moneta svalutata e la flessibilità delle aziende con pochi operai consentivano di essere competitivi. Ora che servono soldi per investire in grande scopriamo che piccolo è senza fondi. I minimprenditori fanno miracoli anche senza soldi e quelli grandi con i soldi, specie se pubblici o di terzi, troppe volte fanno disastri.
È di qualche anno fa un libro del giornalista Massimo Mucchetti in cui si calcolava quanto denaro avessero bruciato i grandi gruppi dal 1993 al 2001: quasi 142 miliardi di euro. Lo stato e il sindacato con questa enorme distruzione di ricchezza hanno poco a che fare: le colpe sono quasi tutte degli industriali. Parlarne aiuterebbe a non fare altri errori. Sarebbe un buon inizio per una giovane presidente che dice di voler cambiare per contribuire a far crescere il Paese. Probabilmente aiuterebbe a far crescere anche gli imprenditori.
- Venerdì 6 Giugno 2008























Commenti
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Il 10 Giugno 2008 alle 18:18 nhico ha scritto:
Da noi l’imprenditore è abituato e tendere la mano ancora in fasce. Anzi quasi sempre la levatrice che lo fa nascere si chiama Stato. E da quel momento quel padre putativo l’accompagna per tutta la vita ora con prestiti a fondo perduto ora con una leggina speciale che gli fa superare i momenti congiunturali della sua difficile crescita. Pronto a non fargli mancare neppure i pannoloni quando, sfibrato da quelle continue trasfusioni, si viene a trovare con le arterie indurite e fa acqua da tutte le parti. Stando così le cose, sembra difficile che sia possibile praticare svolte risanatrici che diano un poco di sollievo alle casse comune di tutti noi. Ma lei, l’Emma Marcegaglia, se c’è una strada la saprà trovare. Lo dice la sua storia imprenditoriale.
Il 11 Giugno 2008 alle 15:56 Corrado Buccieri ha scritto:
In Italia ormai tutto deve crescere..bisogna stare
attenti che diventiamo spilongoni.
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