Romano: Crisi profonda, America vaga

Barili di petrolio

L’europeo

Vi sono problemi su cui i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti hanno posizioni chiaramente diverse. Barack Obama ritiene che occorra ritirare le truppe dall’Iraq ed esclude sin d’ora la presenza di basi americane permanenti dopo la normalizzazione del paese. John McCain considera il ritiro delle truppe una umiliante sconfitta e pensa che l’America debba prepararsi a combattere, se necessario, una “guerra dei cent’anni”.

Obama è pronto ad adottare una riforma sanitaria che comporterebbe maggiori oneri per il bilancio pubblico. McCain punta sull’aumento delle assicurazioni private.
La differenza maggiore concerne la politica fiscale e soprattutto il modo in cui i due candidati giudicano la tassa di successione sulle grandi fortune (la “estate tax”). Obama vuole lasciare le cose come stanno: l’aliquota del 45 per cento con l’esenzione dei primi 7 milioni di dollari. McCain vuole portare la soglia di esenzione a 10 milioni di dollari e abbassare la tassa al 15 per cento.
Sappiamo che Obama è maggiormente disposto a difendere con misure protezionistiche i distretti industriali colpiti dalla globalizzazione, mentre McCain sembra credere nelle virtù del mercato e della concorrenza. E sappiamo che il loro giudizio d’insieme sulle condizioni economiche degli Stati Uniti è diverso. Per Obama l’America è in recessione, mentre McCain parla di rallentamento.
Conosciamo male invece la posizione dei due candidati sui problemi che il nuovo presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare quando sarà installato alla Casa Bianca: la crisi energetica, la patologia dei mutui ipotecari di difficile rimborso, il vertiginoso aumento del prezzo delle materie prime, gli effetti della nuova cartamoneta (future e derivati) sulla finanza globale. Si parla molto di petrolio perché il prezzo del gallone sta drammaticamente modificando lo stile di vita della società americana. Ma le proposte rimangono vaghe e poco efficaci.
McCain raccoglie un’idea di George W. Bush e sostiene che all’aumento del prezzo del petrolio occorre rispondere con un programma di trivellazioni lungo le coste dell’Atlantico e del Pacifico. Obama risponde che “trivellare di più non significa far scendere il prezzo della benzina; abbiamo bisogno di più energia alternativa e di automobili che consumino meno”. Ma è difficile immaginare che le trivellazioni o le energie alternative possano avere effetti positivi, se mai ne avranno, prima della metà del prossimo decennio. Ed è ancora più difficile governare l’economia americana e, indirettamente, quella di un’area molto più vasta senza una credibile analisi degli effetti che i terremoti finanziari avranno sulla salute della economia mondiale.
Non sembra del resto che le altre capitali economiche abbiano idee più chiare. L’ultimo G8 ha vinto le resistenze degli Stati Uniti e ha parlato di ambiente, clima, surriscaldamento, riduzione delle emissioni nocive. Ma ne ha parlato, paradossalmente, quando l’agenda internazionale è dominata da altri problemi, oggi forse più gravi. Chi sostiene che il G8 è ormai uno strumento d’altri tempi, poco adatto ad affrontare le crisi dei prossimi anni, ha ragione. La soluzione delle crisi non verrà né dal presidente Usa né dal club delle potenze economiche. Verrà probabilmente, come dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, dal modo in cui ciascuno di noi, nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, modificherà le proprie esigenze, i propri costumi, il proprio modo di lavorare e, in ultima analisi, la propria vita.

Commenti

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Il 19 Luglio 2008 alle 09:46 Corrado Buccieri ha scritto:

Rallentamento o recessione….comunque significa che
l’America sta male.
Con l’11 settembre,molte cose furono sepolte,sotto le
torri gemelle…..ora per seppellire i guai delle banche…che succederà?

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