Fuori Porta
Umberto Bossi è ancora ammaccato. La durezza della replica di Gianfranco Fini alla storia dell’inno e dei professori meridionali l’ha colpito. D’altra parte ognuno ha le sue identità da difendere. Ognuno è pressato dalla propria storia e dalla propria base. Eppure, sembra un paradosso, il risultato politico più immediato è favorevole alla maggioranza. Walter Veltroni è stato costretto a dire che “con questa Lega non si può discutere” e i fragili fantasmi dell’inciucio demopadano si sono dissolti.
In realtà, è un gioco delle parti. Bossi non metterà mai in crisi questo governo. Lo farebbe, a ragione, se venisse meno il federalismo. Ma chi ha la memoria corta dovrebbe ripensare alla legislatura 2001-2006: Bossi si rimise con Silvio Berlusconi prima delle elezioni regionali del 2000 perché il suo elettorato per almeno due terzi pendeva a destra e perché il Cavaliere gli garantiva il federalismo più vicino alle aspirazioni del Nord. Nei cinque anni di governo del centrodestra, la Lega è stata l’alleato più fedele di Berlusconi. E Berlusconi ricambiò portando a casa (con quanta fatica) il federalismo chiesto da Bossi.
Nel 2006 un referendum frettoloso e molto ideologizzato buttò a mare il bambino con l’acqua sporca e adesso si ricomincia da capo. Con una differenza. Preso dal panico nordista, all’immediata vigilia delle elezioni del 2001, con tre voti di maggioranza, il centrosinistra modificò il titolo V della Costituzione attribuendo alle regioni poteri enormi. Talvolta eccessivi: come nel caso della politica energetica, che è la più nazionale che si possa concepire. Da lì oggi si sta ripartendo.
E il ministro Roberto Calderoli, che avrà indossato una maglietta blasfema ma è una persona di grande garbo e buonsenso, sta mettendo a punto un progetto che finora incontra anche a sinistra apprezzamenti prudenti, ma chiari. Calderoli ha anche incassato la disponibilità di Nichi Vendola (Rifondazione comunista). Al punto che il 23 luglio il Corriere della sera è corso a intervistare il governatore della Puglia per vedere se non si fosse trattato di un abbaglio. No, non era stato un equivoco. Tanto è vero che il giorno precedente, nella riunione allargata con esponenti delle due parti, si udivano da sinistra commenti del genere: sulla giustizia e sull’inno nazionale con il centrodestra non c’è discussione. Ma sul federalismo…
E già, perché Calderoli parla di “federalismo compatibile”, che assicura un trattamento minimo di base uguale per tutti i cittadini italiani sui tre cardini su cui si regge un paese civile: istruzione, sanità, assistenza sociale. Sul resto si discuterà e ciascuno dovrà progressivamente prendere atto di poter spendere quel che incassa con le tasse: sempre meno trasferimenti dallo Stato, sempre più imposte locali.
Anche per la sanità, incubo degli incubi, si procederà per gradi: fatta salva la garanzia delle prestazioni di base uguali per tutti (qui scatta il solidarismo), verranno concordati parametri mediamente virtuosi ai quali avvicinarsi progressivamente. Niente a che fare col temuto modello lombardo: avrebbero potuto adeguarvisi solo cinque o sei regioni.
Il 23 luglio Calderoli ha illustrato la bozza al capo dello Stato. Nel cuore dell’estate i «saggi» del centrodestra lasceranno Lorenzago per incontrarsi in un rifugio sull’Etna, ospiti del governatore siciliano Raffaele Lombardo.
Bossi, dalla sua stanza di largo Chigi a 5 metri da quella di Calderoli, fuma il sigaro e controlla. Non romperà. No, non romperà. Anche perché, prima o poi, anche sulla presidenza della Regione Veneto (regione in cui la Lega ha trionfato alle elezioni) un accordo si troverà.
- Venerdì 25 Luglio 2008























Commenti
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Il 25 Luglio 2008 alle 14:51 mc70 ha scritto:
Quello che ha scritto Bruno Vespa lo condivido pienamente non perché si tratta di un editoriale ben scritto o perché le sue valutazioni si basano su una cronistoria politica puntuale quanto veritiera. Quando Vespa parla di Bossi, e quindi dell’universo Lega, dice la verità che io, collaborando da oltre 15 anni con il Carroccio ho imparato sul campo il gioco delle tre carte ideato da Berlusconi e il Senatur. Un trucco che ha avuto bisogno di un rodaggio durato sei anni (dal 1994 al 2000), ma che oggi è un orologio svizzero a dispetto di Fini e, a suo tempo, anche di Casini. I summit tra il CAV e Bossi sono cementati da un rapporto (forse amicizia) che lega i due e che consentirà loro di procedere spediti in questa legislatura triturando il PD e gli altri ammennicoli politici. L’esito elettorale del 13-14 aprile scorso è stato il risultato del progetto politico dei due politici in questione a cui anche Fini ha dovuto accodarsi. Ed avrà lunga vita questo binomio se il leader (?) del PD continua a sostenere, sprezzante della realtà, che il berlusconismo è finito.
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