È in gioco l’impero, non la razza, e con l’impero la religione, non la geopolitica. Un nero a capo degli Stati Uniti non è la fine del razzismo. Che sciocchezza, il razzismo americano non c’è più, se non in forma residuale, da una generazione e mezzo. Nero è beautiful, è fico da un bel pezzo. Il nero trionfa nel cinema, nella moda, nella musica, nel teatro, nelle università d’eccellenza, nella ricerca, nella medicina e nelle professioni, nella vita civile, nei consigli d’amministrazione, nella high society, e trionfa ben oltre il peso demografico della minoranza black, anche in virtù dei programmi di discriminazione positiva o affirmative action.
E il dramma sociale delle frange emarginate della popolazione nera si mescola con quello della minoranza di poveri di ogni razza e colore che convivono nella società capitalistica americana inseguendo il programma di mobilità ed emancipazione sociale più efficace del mondo e della storia umana intera, ma non sempre riuscendo nell’impresa.
Ora una parte dei liberal ritira fuori la questione razziale in modo lamentoso perché il candidato Barack Obama è in difficoltà relativa nei sondaggi, e uno dei tratti caratteristici delle sinistre in tutto il mondo è la precostituzione di più o meno efficaci alibi ideologici, anche preventivi, di fronte alla possibilità della sconfitta. Ma sono pretesti, demagogie, propagande. Un nero alla Casa Bianca è una faccenda molto più importante della fine della discriminazione razziale, che è solo un ricordo della generazione dei sessantenni: c’è di mezzo l’ipotesi di una presidenza universalistica e davvero stavolta «imperiale».
Obama presidente vorrebbe dire un volto americano anomalo, nuovo, impossibile da leggere con i vecchi criteri, per l’Africa, per l’Asia, per l’Europa stessa (si è vista l’incredibile accoglienza festosa dei tedeschi a Berlino). Sarebbe il presidente della globalizzazione non più solo economica, ma politica e antropologica. Incarnerebbe l’universalismo che distinse, in una progressiva e pervasiva penetrazione del Cristianesimo, l’Impero romano fino all’editto di Costantino.
L’uomo, per quanto giovane, nasce dal cuore del più sperimentato e furbo establishment politico americano, quello di Chicago. Eppure, si comporta naturalmente, spontaneamente, da predicatore e perfino da profeta. Come sempre in quella politica spettacolo, in quella giostra fenomenale un po’ ottocentesca e un po’ futuribile, ciò che decide è lo staff, la famiglia biopolitica del capo, e le istituzioni sono un filtro formidabile, che potrebbe assimilare e digerire qualunque cosa, profilo, avventura. Obama è inesperto, certo, ma questa è precisamente la sua forza. La sua sola faccia, il suo solo sorriso nero con la dentatura bianca che squilla dolce e malinconica, è un programma che nessun altro potrebbe avanzare sul palcoscenico dove si gioca la lotta per il consenso.
Il problema non è più l’Iraq, questione risolta bene da Bush, Cheney e Petraeus dopo molti errori, e nemmeno l’economia degli hard working Americans, vecchia solfa retorica buona per tutte le elezioni e per tutti i candidati (gli Stati Uniti cresceranno quasi del 3 per cento l’anno prossimo, roba da leccarsi i baffi per noi europei). Il problema è che, oltre che giovane, oltre che pieno di charme, oltre che ben sposato con una donna piena di energia e di strafottenza e due bambine da sogno, Obama è il gospel nero che canta il futuro dell’America, offre il famoso sogno che rompe con realismi e cinismi della politica, e vende la speranza come genere il più popolare, perché genetico, costitutivo e costituzionale, della storia americana.
- Venerdì 29 Agosto 2008























Commenti
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Il 29 Agosto 2008 alle 18:57 nhico ha scritto:
Obama è uscito dalla capanna dello zio Tom, puntando dritto sulla Casa Bianca con il vento in poppa. La sua pelle non è nera, né bianca, né gialla. Ha il colore della novità. E’il Messia che l’America aspettava dopo l’era Busc. E come ogni messia verrà da subito messo alla gogna. Il re sarà nudo e, allora sì, tutti, ma proprio tutti, si accorgeranno del colore della sua pelle e spunterà il razzismo.
Il 30 Agosto 2008 alle 09:49 Corrado Buccieri ha scritto:
Il razzismo è nato con l’uomo e non sarà debellato.
Con Obama,tornerà in auge,ma forse sarà apprezzato.
Il 31 Agosto 2008 alle 12:26 rezik ha scritto:
Se Ferrara pensa che “il razzismo americano non c’è più, se non in forma residuale, da una generazione e mezzo” credo che sia male informato. Martin Luter King qualcuno lo avrà pure ammazzato…
Certo l’apartheid sugli autubus e nelle scuole non c’è più, ma ricordo bene un episodio che mi è capitato ai tempi del caso OJ Simson.
Viaggiavo in aereo da Amsterdam a Roma accanto ad una coppia di Californiani di mezza età che non appena aprìì un giornale con le foto del processo attaccarono discorso sulla debolezza del giudice, e sullo strapotere dei neri in America. Certo, politically correct, non dissero “negri” ma il discorso e la rabbia con cui lo fecero mi fece capire qualcosa sul razzismo “di fondo” negli USA. Forse deve passare ancora un’altra generazione…
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