Romano: L’America deve cambiare rotta

Musharraf dice addio

Una incursione dell’aviazione americana nell’Afghanistan occidentale ha ucciso nei giorni scorsi più di 90 civili, fra cui molte donne e bambini. Il presidente afghano Hamid Karzai ha denunciato i metodi di guerra adottati dagli Stati Uniti nel suo paese e ha dichiarato che gli americani colpiscono il territorio sbagliato. Alludeva all’esistenza di campi d’addestramento nel Pakistan occidentale, dove i talebani preparano i loro militanti a continue operazioni di guerriglia sul versante afghano della frontiera. L’episodio che ha provocato la morte di 90 civili e le adirate reazioni di Karzai riassumono perfettamente i nodi insoluti di un conflitto che gli Stati Uniti, 7 anni dopo la loro apparente vittoria, non riescono a vincere. Gli americani e le forze della coalizione colpiscono dall’aria perché i mezzi di cui dispongono sul terreno (complessivamente 70 mila uomini) non bastano a contrastare la crescente aggressività dei talebani.

Occorrerebbe presidiare i villaggi riconquistati, perlustrare il territorio, creare basi nelle zone maggiormente esposte del paese. Ma il grosso delle truppe americane è impegnato in Iraq e gli alleati occidentali non hanno né i mezzi né la voglia d’impegnarsi maggiormente in un conflitto che non sembra riscuotere il consenso delle opinioni pubbliche. Il governo afghano non ha torto quando osserva che certi spericolati raid aerei contro zone abitate avranno l’effetto d’ingrossare le file della guerriglia. Ma vi sono limiti umani, finanziari e soprattutto psicologici che gli occidentali, sinora, non sono riusciti a superare. Il fulmineo viaggio di Nicolas Sarkozy in Afghanistan, dopo la morte in una imboscata di 10 militari francesi, dimostra quali difficoltà i governi occidentali debbano affrontare per persuadere i loro connazionali a tollerare i rischi del conflitto. E Karzai non ha torto quando osserva che le retrovie della guerra afghana sono in Pakistan e che le incursioni aeree americane dovrebbero prendere di mira le installazioni talebane nelle sue aree occidentali. Ma quello del Pakistan è un altro nodo che gli Stati Uniti hanno contribuito a rendere ancora più intricato. Il paese di Pervez Musharraf e Benazir Bhutto è stato per molto tempo acrobaticamente in bilico tra l’alleato americano e i movimenti islamisti con cui ha avuto intimi rapporti all’epoca della guerra contro i sovietici. Nel 2001, dopo gli attentati alle Torri gemelle, gli americani hanno spinto Musharraf a uscire dall’ambiguità e fare una scelta di campo. Ma quella scelta ha fatto di lui il nemico degli islamici e ha creato all’interno del paese focolai di crisi che il governo pachistano non è in grado di spegnere. Washington ha sperato che il ritorno dall’esilio di Benazir Bhutto avrebbe irrobustito il regime, però il suo assassinio, poche settimane dopo, ha gettato il Pakistan nel caos. Oggi, dopo le dimissioni di Musharraf (è uscito di scena per sottrarsi a una minaccia d’impeachment), il paese è faticosamente alla ricerca di un presidente e di un equilibrio politico fra i suoi maggiori partiti. Ma è insidiato da continui attentati terroristici ed è meno che mai in grado di controllare quella parte del suo territorio dove i talebani, sostenuti dalle tribù pashtun, hanno creato uno stato ombra. Gli Stati Uniti non possono abbandonare l’Afghanistan e il Pakistan. Ma non possono nemmeno continuare a combattere con metodi che rafforzano il fronte degli avversari. È questo il nodo che il nuovo presidente americano dovrà sciogliere non appena sarà stato eletto alla Casa Bianca.

Commenti

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Il 29 Agosto 2008 alle 19:16 nhico ha scritto:

Stando così le cose, è un nodo che mai nessun presidente americano scioglierà. Anche ad avere tra le mani la spada di Alessandro Magno. Perchè dovrebbe mandare a morire su quelle montagne un numero altissimo di soldati americani. Però potrebbe scegliere l’altra via che lei non ha volutamente considerato.

Il 30 Settembre 2008 alle 04:36 fastnet ha scritto:

Affrontare il problema Afghano seriamente porterebbe ad una soluzione territoriale di equilibrio. Ma l’Afghanistan e’ stato il mezzo utilizzato per arrivare all’Irak e poi forse all’Iran e quindi resta un elemento di retroguardia. Solo le recenti uccisioni di soldati occidentali desta qualche preoccupazione piu’ che attenzione.
Tutto il movimento dei Taleban si basa solo sui proventi della produzione di oppio (che significa morfina e vari derivati) in Afghanistan che rappresenta l’80% della produzione mondiale.
Il livello di ignoranza nel quale i Taleban tengono gli abitanti con giustificazioni religiose e’ probabilmente voluto proprio per impedire che la produzione e gestione della droga diventi di dominio pubblico. Per l’Occidente poter sconfiggere i Taleban significa come prima cosa impedirgli di attingere fondi e ricchezze dalla droga, distruggendo qualsiasi produzione di oppio sul territorio. Senza piu’ proventi la vita dei Taleban durerebbe pochissimo, ma distruggere l’oppio significa anche costruire un’alternativa di produttivita’ legittima per la sopravvivenza degli abitanti dell’Afghanistan e questo e’ un po’ piu’ complesso, richiedendo uno sforzo di cooperazione internazionale significativo e in tempi medio lunghi.
Ma e’ solo questo il vero motivo grazie al quale non si estirpa il male Taleban alla radice ovvero alla produzione di oppio ? Forse il circolo “virtuoso” di droga - mafia - armi - terrorismo fa’ comodo a molti produttori di armi e non solo, per i quali la produzione di oppio Afghana e’ sostanziale perche’ se un capo Talebano da un chilo di oppio guadagna 10 il “circolo virtuoso” dallo stesso chilo ne guadagna 100.

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