Belpietro: L’impossibile teorema di Sofri

Adriano Sofri

L’editoriale

Di Adriano Sofri non mi stupisce la pervicacia nel dichiararsi innocente. Anche se una sentenza definitiva della Cassazione l’ha condannato a 22 anni di carcere, riconoscendo che fu il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, l’ex leader di Lotta continua ha tutto il diritto di dire che non ha “mai ordito, né ordinato quel delitto”. La legge non impone a un condannato di tacere, né gli impedisce di dirsi vittima di un’ingiustizia; neppure gli vieta di tentare di riaprire il processo, di chiedere una revisione della sentenza, che nel caso in questione già vi fu, ma con la conferma di tutte le condanne. Dunque non sarò certo io a dire che invece di scrivere della sua dolorosa vicenda umana e politica, Sofri dovrebbe farsi dimenticare, lasciar cadere su di sé il silenzio, sparire. Anzi: gli auguro un giorno di poter dimostrare di non avere nulla a che fare con l’assassinio di un inerme poliziotto, contro cui lui e i suoi compagni predisposero una campagna di odio, o, meglio, un annuncio di morte.
E se non mi stupisce la sua proclamazione di innocenza, non sono neppure sorpreso dalla tesi giustificazionista da lui sostenuta nei giorni scorsi e che lo ha portato a spiegare l’agguato a Calabresi come “l’azione di chi volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. L’ex capo di Lc nella sua rubrica sul Foglio si è spinto a sostenere che il delitto “fu un atto terribile, ma ciò non significa che i suoi autori fossero persone malvagie”. Per Sofri chi sparò al commissario “fu mosso dallo sdegno e dalla commozione delle vittime”, sottintendendo che l’omicidio fu una risposta alla strage di piazza Fontana, una reazione sbagliata, ma in fondo motivata da sentimenti nobili, alti.
L’ex leader extraparlamentare in passato aveva spiegato i fatti di quegli anni con la “perdita dell’innocenza” provocata dall’attentato del 12 dicembre 1969, in cui morirono 17 persone. La bomba avrebbe strappato a lui e ai suoi compagni il candore, spingendoli a odiare, anzi, a invidiare chi odiava di più, come un giorno mi disse durante un’intervista. La tesi è che l’esplosione avrebbe sconvolto una generazione, l’avrebbe spinta a incattivirsi: avrebbe liberato la violenza, armato le mani. All’origine della colpa c’è dunque un atto di terrore. Ecco perché Sofri non vuole che si parli di terrorismo a proposito dell’agguato a Calabresi. Perché il terrorismo è quello di piazza Fontana e ovviamente è un terrorismo di stato, il resto è solo una difesa, magari non legittima, ma comprensibile. La tesi giustificazionista è comune a molti protagonisti di quegli anni, anche a quelli del partito armato. Devono spiegare, devono trovare un appiglio per motivare la loro lucida follia, altrimenti apparirebbero per quel che sono: criminali. Politici, ma sempre criminali. Cinici, egoisti, narcisisti e insensibili, come tutti i criminali.
La criminalità politica non nacque dopo piazza Fontana. Gruppi di destra ma anche di sinistra organizzarono attentati ben prima di quell’inverno di quasi quarant’anni fa. Sofri ricorda solo le bombe fasciste, che vi furono, ma dimentica le esplosioni di diverso colore, come quelle contro il Palazzo della Regione, a Trento, nella primavera del ‘68, il cui autore fu prontamente nominato “primo rivoluzionario d’Italia”, e anche quelle contro il Comune di Genova, il palazzo di giustizia di Livorno, la sede della Banca d’Italia di Milano, il palazzo di giustizia di Roma, la sede del Senato e del ministero dell’Istruzione, per cui furono condannati, con sentenza definitiva, degli anarchici. L’ex leader di Lc sorvola anche sulla riunione che diede vita alle Brigate rosse, avvenuta in un albergo di Chiavari un mese prima di piazza Fontana, e anche sulla data di nascita della XXII ottobre, la banda che uccise e terrorizzò in nome della rivoluzione.
L’estrema sinistra non diventò violenta per reazione alla strage di piazza Fontana: lo era già. E la lotta continua di Sofri per far credere il contrario la comprendo. Ma ha meno possibilità di successo di quante egli ne abbia di dimostrare la sua innocenza.

Commenti

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Il 20 Settembre 2008 alle 12:38 lupo.rex ha scritto:

Caro Belpietro, di Sofri non mi stupisce nulla. Un mediocre e pedante scribacchino glabro che ha raggiunto la notorietà solo grazie ad un assassinio, inutile come tutta la sua vita di fallito.
Mi stupiscono semmai alcuni suoi esegeti, che non è necessario andare lontano per trovare e compatire.

So long.

Il 22 Settembre 2008 alle 14:34 giovanni.agretti ha scritto:

Caro Belpietro,

approfitto surrettiziamente di questo spazio che ha altro scopo per rivolgerti una domanda (per mestiere le faccio anch’io, non solo tu…) che è la seguente:

Se ad un “sinistro” neologismo che sui Internet è inteso a definire chi è ex comunista o comunque di sinistra, viene l’uzzolo (e l’uzzolo a loro viene, eccome…) di insultarti, eccheccivuole? Viene sulla home di Panorama e nei commenti al tuo editoriale ti insulta dandoti dello stupido e del servo del padrone inteso come Berlusconi.

Una tua scelta di direttore. Va bene. Inutile dire che se vai su Repubblica o Espresso e fai altrettanto ti buttano fuori dalla porta. Senza avere neppure la gentilezza di aprirla prima.

Ma se, puttacasaso, tu scrivessi sul forum di Panorama e nella foga della polemica con chi fa spamming (traduzione a richiesta…) da perfetto soldatino di sinistra, che linka forum di sinistra, riproduce integralmente senza che il webmaster obietti articoli interi di Repubblica e Liberazione e così via, con tutto l’armamentario dei falliti di sinistra, se tu scrivessi – dicevo – ad uno di questi perfetti cretini che è un cretino, il “tuo” webmaster ti sospende. Perché? Perché sono vietati insulti! Quelli di Repubblica e Liberazione non sono insulti, pare di capire: è cultura! Due giorni di sospensione, umilianti e resi pubblici col tuo nick, tra la gioia dei sinistri.

La mia domanda è questa: perché un militonte (non è un errore) di sinistra può dare del cretino nella home al direttore di questo giornale, ed io nel forum non posso fare altrettanto nei confronti di un vile nessuno, che oltretutto si nasconde dietro un nickname?

So che non mi risponderai. Commettendo un errore bestiale, come i tuoi giannizzeri che con singolare incompetenza governano il forum di Panorama. E’ così, con tanti piccoli sassolini che precipitano a valle, che si prepara la sconfitta. Bontà fasulla e incompetenza sinora erano appannaggio della sinistra. Io ne avrei fatto a meno volentieri. Almeno su Panorama.

Saluti d’uso.

Il 22 Settembre 2008 alle 14:58 redazione Panorama ha scritto:

Caro Giovanni Agretti, su Panorama ci piace la buona educazione, tutto qui.

Il 22 Settembre 2008 alle 15:26 giovanni.agretti ha scritto:

Cioè dare del cretino a Belpietro è considerato educato e le mie critiche invece sono considerate ineducate?

Bastava saperlo.

Ora mi cancello e gli abbonamenti-omaggio della mia azienda ai nostri clienti, non li vedrete più. Questione di educazione. Complimenti e buon proseguimento.

So long.

Il 22 Settembre 2008 alle 17:52 montebaldo ha scritto:

Sono perfettamente d’accordo con Belpietro sul fatto che Sofri sparisca e cada nell’oblio, peccato che prima di Ferrara sul foglio abbia dato spazio al sig. Sofri anche Panorama e la cosa ha causato la mia disdetta dell’abbonamento.
Sono sempre un suo sostenitore

Il 23 Settembre 2008 alle 12:06 pereira ha scritto:

Ho sempre pensato che i soli ad avere interesse ad ammazzare il commissario Calabresi fossero i depistatori/mandanti della strage di piazza Fontana. E’ storicamente acclarato che Calabresi fu parte attiva (e non innocente) nel tentativo di criminalizzazione degli anarchici e in cui il “suicidio” di Pinelli fu un “incidente di percorso”. I mandanti della strage di piazza fontana erano e sono anche i mandanti del depistaggio. Ed è indubbio che Calabresi li conosceva… Chi allora poteva temere una sempre possibile crisi di coscienza di Calabresi. Chi poteva temere che Calabresi potesse fare i nomi di chi gli aveva detto di indirizzare e depistare le indagini. Ovviamente gli stessi che l’hanno fatto uccidere: i mandanti della strage di piazza Fontana.
http://lombardia.indymedia.org.....=node/8846

Il 23 Settembre 2008 alle 12:10 pereira ha scritto:

Anch’io sono convinto di questo: basti rileggere quello che Gemma Capra ha scritto, a suo tempo, in riferimento al periodo immediatamente precedente il delitto. Basti riflettere sul clima che c’era in Questura in quel periodo, di come Calabresi fosse isolato e guardato con sospetto, basti rileggere quello che ha scritto Vasile sull’Unità: Calabresi si era, prima di tutti, pericolosamente avvicinato ai segreti e ai mandanti della strage di Piazza Fontana.

Per questo il delitto Calabresi è un atto terroristico, e la sortita di Sofri è un macigno sulla strada dell’accertamento della verità.

Se Sofri come afferma e molti, me compreso, ritengono vero, che non è stato il mandante dell’omicidio Calabresi, perchè poi si arroga il diritto di dire che non fu un atto terroristico ?

Il 23 Settembre 2008 alle 13:21 pereira ha scritto:

Spingendo la verità storica un po’ più in là. Lettera a Mario Calabresi Francesco “baro” Barilli 4 luglio 2008
Caro Calabresi,
ho letto da qualche settimana il suo libro, “Spingendo la notte più in là”, e volevo comunicarle alcune riflessioni. Innanzitutto una precisazione, che è corretto esporle subito affinché non si disperda fra le righe e perché non resti fra noi il velo dell’incomprensione. Ho 42 anni, non ho vissuto direttamente i fatti di cui le parlerò; conosco Licia Pinelli e ho seguito il caso del marito per passione civile, cercando di tenermi lontano da tentazioni manichee.
Vengo ora al suo libro. Se è un racconto sul dolore personale, sull’elaborazione del lutto resa ancora più faticosa dalla giovanissima età che lei aveva quando suo padre fu ucciso, il suo è un bel libro. Se è la ricostruzione di una parte della storia d’Italia (ripeto: di una parte, per di più filtrata dalla sua soggettività) è un lavoro dignitoso, che si confronta con i limiti di una rappresentazione parziale, valida nella misura in cui quei limiti li ammette con franchezza. Se pretende di essere “la” ricostruzione dei nostri anni ’70 il valore è ancora inferiore.
Non credo che quest’ultima opzione fosse il suo intento, ma di fatto è quel che si è concretizzato sui media. Un’operazione negativa, e lei - anche riconoscendole di non avervi partecipato volontariamente - non può sentirsi escluso dalle responsabilità, essendo persona consapevole delle dinamiche dei media. Non può sottrarsi al ruolo assegnatole di depositario di una verità costretto a rimuoverne un’altra.
Prima di leggere il suo libro mi era capitato di vederla un paio di volte in televisione. In entrambe le occasioni ha speso parole belle ma “scivolose” su Pino Pinelli, come se la storia dell’anarchico precipitato dalla questura milanese la notte del 15 dicembre ’69 fosse rimasta impigliata alla vicenda di suo padre per un caso o per le bizze della storia. Leggendo il suo racconto speravo di trovare qualcosa di diverso, ma sono rimasto deluso. I toni sono rimasti partecipi, ma così pure l’atteggiamento sbrigativo, quasi da “è tutto chiaro, passiamo ad altro”, verso una questione che resta irrisolta, al di là della famosa sentenza D’Ambrosio che attribuì quella morte ad un malore con slancio attivo. Glielo dico perché, indipendentemente da quel che si può pensare delle conclusioni del magistrato, il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione da quella finestra. Esistono un prima e un dopo, e forse l’errore di questi 39 anni è stato concentrarsi su quel singolo istante senza saperlo o volerlo contestualizzare.
Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna contro suo padre fu quanto di più sbagliato si possa immaginare, nei toni e nei contenuti. Sbagliata eticamente, intellettualmente e politicamente, perché finì col cementare l’opinione pubblica in una contrapposizione in cui interrogarsi se suo padre fosse o meno l’unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse o meno presente nell’istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.
Lei potrà obbiettare che la verità la si raggiunse con la sentenza del 1975, in cui D’Ambrosio salomonicamente escluse l’omicidio come il suicidio. Strano paese, l’Italia: dove speso la magistratura viene accusata di ingerenze nella vita pubblica, per poi delegarle acriticamente la ricerca della verità, dimenticando che solo scopo dell’azione giudiziaria è l’accertamento dei fatti nei loro aspetti penalmente rilevanti. I giudici non sono i sacerdoti della verità, ne sono i meccanici: assegnargli un ruolo salvifico significa caricare la loro coscienza di un peso insopportabile, col solo effetto di sgravare la nostra.
Quel che è in discussione non è tanto la sentenza (su cui ho i miei dubbi, ma parlarne risulterebbe dispersivo) quanto la sua effettiva portata, perché la vicenda Pinelli comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge (e questo lo conferma pure la sentenza, pur se disponendo il proscioglimento del dottor Allegra perché il reato si era nel frattempo estinto per intervenuta amnistia). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l’acquiescenza di suo padre.
So che quest’ultima affermazione può averla ferita: mi creda, non era mia intenzione. Così pure non è mia volontà tentare una sgradevole graduatoria d’importanza o di gravità fra quelle due campagne denigratorie (subite da suo padre e da Pinelli), ma va sottolineato che a quella contro Luigi Calabresi parteciparono intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato, e forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva. Riconoscere e ricordare il fiume di fango versato su Pinelli e sugli anarchici sarebbe stato da parte sua un gesto non solo nobile, ma pure utile e particolarmente significativo.
Caro Calabresi, in precedenza le dicevo di averla vista in televisione in un paio di occasioni. Una di queste fu lo speciale di Ballarò sugli anni ’70, lo scorso 23 gennaio. Oltre alle testimonianze in studio, nel corso della trasmissione fu mostrato un filmato che ripercorreva le tragedie di quel periodo. Qui, l’amara sorpresa: nessuna menzione per Varalli, Zibecchi, Brasili… Neppure per Roberto Franceschi, che proprio 35 anni prima, il 23 gennaio 1973, fu colpito mortalmente dalle forze dell’ordine al termine di una contestata assemblea del movimento studentesco. Una sentenza civile del 1999, superando un muro di omertà e falsità, affermò con chiarezza le responsabilità della polizia, escludendo l’uso legitimo delle armi. In quella puntata di Ballarò, se non altro per la coincidenza temporale, mi sarei aspettato una citazione almeno del caso Franceschi. Così non è stato.
Sia chiaro: non si tratta di considerare i morti come pesi da buttare sui piatti della bilancia per raggiungere l’equilibrio, e neppure di contrapporre lutti ad altri lutti. In altre parole, non vorrei un Ballarò “compensativo”: la storia non la si fa con un macabro pallottoliere, e cercare oggi il punto d’equilibrio su quella bilancia è operazione antistorica e pericolosa. Credo però sia altrettanto pericoloso rimuovere dalla storia d’Italia il fatto che le lotte sociali - da Portella delle Ginestre alla fine degli anni ’70 - hanno prodotto un enorme tributo di tragedie.
Per vicissitudini personali ho avuto modo di ascoltare le storie di molti parenti di quelle vittime. Ho letto i loro racconti, ho raccolto memorie di dolori ed esperienze. Sono molte le cose che ho trovato in comune; alcune riguardano la dimensione collettiva, altre quella personale. Fra queste, il timore che quelle vicende finiscano nella pattumiera della storia, dimenticate o riscritte in modo sciatto o strumentale.
Nel suo libro lei lamenta la mancanza di un luogo dove la memoria delle tragedie degli anni ’70 sia conservata, arrivando ad essere condivisa e - di conseguenza - sintomo di vera pacificazione nazionale. In quella sua ipotesi di luogo della memoria resterebbero però esclusi i Franceschi, Varalli, Zibecchi, i morti di Avola, quelli di Reggio Emilia e molti altri, di cui non fa menzione. Si tratterebbe di una sorta di operazione che ricalca quella intrapresa in Sudafrica senza saperne ripercorrere il percorso (tortuoso e faticoso, ma anche il solo che sappia portare a un risultato, tenendosi lontano dalle tentazioni di scorciatoie), di una memoria strabica e incompleta. E una memoria parziale è destinata a rimuoverne altre. Ricordo cosa scrisse Ferdinando Camon: “quando le tragedie della storia si confondono e il ragazzo interrogato a scuola nel datare un avvenimento sbaglia di tre secoli, vuol dire che non fanno più male: che ci siano state o non ci siano state non fa nessuna differenza”.
Caro Calabresi, credo che la notte, prima di spingerla più in là e dirsi pronti a un nuovo giorno, la si debba capire, senza ricordarne solo quella parte di oscurità che ha sconvolto la nostra vita. Questa è la riflessione che le chiedo di fare e la saluto cordialmente, nella speranza di una sua risposta.

Francesco “baro” Barilli

Vedi anche: Giuseppe Pinelli: Spingendo la verità storica un po’ più in là. commento di Sergio Segio alla lettera a Mario Calabresi di Francesco Barilli

Il 26 Settembre 2008 alle 09:03 voltaireplus ha scritto:

Signori della redazione del forum PANORAMA, Sono sempre in attesa delle vostre scuse!!!
Esigo delle scuse, ieri mi avete deriso umiliato d’avanti a tutti per una colpa che non ho commesso,
Che i vostri provocatori, dico i VOSTRI perché siete voi a pagarli al clic, tanti clic tanti soldi, Il loro compito è evidente provocare per accendere la discussione che deve sempre trascendere il polemica, cosi ottenete più clic dagli utenti ,
PIu’ clic più soldi per VOI, Quella odiosa finestrina che scende nel mentre uno scrive nell’ opposito spazio paga molto di più,
Adesso le scuse!! perché la vostra reazione di ieri era perché avevo scoperto l’INGANNO, Voi giocate con i sentimenti della gente: sia religiosi che politici, o personali;
Le vostre astuzie di Bannare un vostro uomo per poi darli un’altro Nick per continuare sono astuzie infantile, come potete vedere non mi rivolgo ai VOSTRI provocatori ma direttamente a voi, fate presto!!
Io ho votato BERLUSCONI credendo di votare per la libertà, niente di più falso gli ITALIANI sono diventati vittime d’un sistema lucrativo che porta sempre tanti soldi nelle tasche del PAPERONE DEI POPERONI, la libera informazione televisiva è morta, i programmi sono creati ad’hoc per fare una società di rimbambiti che continueranno a votare BERLUSCONI,
Lo sapete che sono anche FRANCESE e vivo in Francia, qui in Francia ci facciamo ammazzare per le libertà,Questa per me è una campagna di libertà
Non crediate che faccio questo per far ancora parte dei poveretti pecoroni del vostro forum,
Poveretti soggiogati dalle vostre astuzie, non mi interessate, se andate avvedere i miei post ho sempre seleziona i miei interlocutori, solo qualche volta perché da loro provocato ho scambiato qualche battuta con i vostri provocatori. ieri m’avete bannato un sacco di volte vi consiglio di non perdere più tempo, le scuse e poi ognuno per la sua strad

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