L’arcitialiano
La Chiesa italiana o almeno la sua Conferenza episcopale ha deciso di accettare, anzi di favorire, una legge in cui ciascuno di noi è chiamato a stabilire come desideri morire, e quando lo desideri, nel caso sia perduta coscienza o capacità cognitiva o possibilità di trasmettere un pensiero compiuto. Parliamo del “testamento biologico”, detto anche “dichiarazioni anticipate di fine vita”. E già le parole sono chiare: la vita è a mia disposizione, come le mie cose, ne dispongo come voglio.
La Chiesa fa ciò che vuole, ovvio, e i vescovi pensano di limitare i danni, di scongiurare l’abbandono terapeutico, l’eutanasia o il suicidio assistito, che ormai sono pratiche legislative diffuse in Europa, facendo del testamento biologico una specie di diga. Così il cardinale Angelo Bagnasco, capo dei vescovi, dice che dalle direttive anticipate si dovrà escludere la possibilità, resa tragicamente chiara nel caso di Eluana Englaro, di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiale.
E come si fa, una volta abbattuto il tabù o il mistero della vita umana, una volta consegnata la decisione sulla vita alla volontà soggettiva, all’arbitrio di ciascuno protetto dalla norma valida per tutti, come si fa poi a porre condizioni e a stabilire limiti? Il nulla, come ideologia, non sopporta limiti. Il nulla non ha confini. La diga dei vescovi non reggerà.
L’uomo è un animale libero. Può rifiutare le cure. Può fare quel che vuole e che ha sempre fatto, determinando le condizioni della propria vita e anche quelle della propria morte. Ma stabilire questo potere come un diritto, farne una norma universale, vuol dire fare cultura nichilista, vuol dire non già trasgredire il tabù della vita, il suo mistero, ma abbatterlo per scelta ideologica. Lo abbiamo già fatto con l’aborto, che è un atto di distruzione della creatura umana del quale abbiamo stabilito non solo la legalità (questione discutibile), ma anche la legittimità moralmente indifferente. Ora, dopo la vita nascente, lo faremo per la vita morente. E dietro il testamento, passato quel principio, c’è ovviamente la sequenza di eutanasia e suicidio assistito.
Che non sappiamo come morire è un riflesso del fatto che non sappiamo più tanto bene come vivere. La moderna paura di morire si accompagna ad altre paure: soffrire, far soffrire gli altri, dipendere dalla altrui carità, perdere la propria libera disponibilità di se stessi. Ci siamo inventati una vita che non c’era mai stata prima di noi. Una vita che è una nostra costruzione, fatta di soluzioni chimiche, interventi chirurgici, macchine capaci di prendere in carico il corpo e sostituirne le funzioni a tempo indeterminato. Non riusciamo a padroneggiare bene questo insieme di possibilità tecniche. Infatti oscilliamo sempre tra due retoriche vitaliste di opposta caratura, e le confondiamo l’una con l’altra. «Ha combattuto fino all’ultimo» è il complimento alla volontà di vita tenace e consapevole. «È morto senza soffrire, istantaneamente, come desiderava» è il complimento rivolto alla persona che vuole scomparire senza nemmeno saperlo.
Una volta, quando il mondo era diverso, meno secolarizzato, meno libero e volitivo, ma anche meno triste, la persona che declinava provava l’antica ed eterna paura di morire ma sapeva affidarsi, si consegnava in modo cerimoniale ed esemplare alla cura altrui, la cura della medicina e quella dell’amore familiare o amicale, e poi c’era il prete con l’ultimo sacramento. E poi c’era il poeta: «Morire sì/ non essere aggredito dalla morte». A decidere dell’ultimo istante era la discrezione. Caso per caso. Nel bene e nel male. Morire non era l’effetto di una norma, era l’avvenimento finale della vita, del misterioso corso della vita faceva parte come una necessità e, per la gente di fede, come una speranza.
- Venerdì 26 Settembre 2008























Commenti
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Il 28 Settembre 2008 alle 10:46 nhico ha scritto:
La Chiesa ha sempre detto che la vita non ci appartiene. Ora fa una inversione ad U e ci rende liberi di spegnerla. Domani sorgerà un comitato di saggi con il compito di stabilire quando e come uno può essere spento. A quel punto si edificheranno i mortifici e tutti possiamo sapere dove andare a morire, lasciando il quando alla solerzia degli altri. Che triste pensiero. Ma la chiesa gioiosa che fine a fatto?
Il 29 Settembre 2008 alle 12:46 flaviofirenze ha scritto:
ma la chiesa non ha sempre detto che questa è solo una transizione per la vera vita, quella eterna? E allora perché tanto attaccamento a questo schifo di vita terrena, perché questo feticismo della vita? Sbrighiamoci a morire per vivere in eterno e facciamola finita.
E lasciamo che ognuno sia libero di morire a modo suo.
Il 29 Settembre 2008 alle 18:00 Corrado Buccieri ha scritto:
Con la fine dei valori…..il resto è politica.
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