L’Arcitaliano
Non mi piace fare del moralismo a basso costo, e la buona educazione non è l’anima della politica mediterranea, però Silvio Berlusconi e Walter Veltroni dovrebbero concordare un modo più accettabile per entrambi di sancire in pubblico l’irritazione reciproca. La rincorsa del risentimento è diventata una produzione di insulti a mezzo di insulti, una specie di coazione a spararla ogni giorno più grossa. Se misurassimo la popolarità non già dei due distinti leader (ché qui Berlusconi è per adesso imbattibile e Veltroni corre per l’ultimo posto come spesso succede ai vinti) ma del loro rapporto politico e personale, vedremmo che la spirale di accuse e nullificazioni non è amata, non è stimata per interessante e sensata, da una maggioranza di italiani.
Il perché non è così complicato da afferrare. Non è rassicurante vedere gli istinti primordiali del cattivo carattere affiorare in un capo politico. Vuol dire che non c’è filtro, non c’è professionalità intorno a lui, non c’è quel tanto di freddezza che è decisivo nei momenti importanti della vita pubblica di una comunità. Vuol dire che il risentimento, chiave del conflitto, non si elabora, non diviene linguaggio adulto, esperienza matura della personalità, e dunque rimane grezzo e rozzo, si esprime tecnicamente male, senza ironia, senza toni caustici ma freddi. E questo significa mancanza di un lavoro ben fatto.
Berlusconi maltratta Veltroni con qualche sciatteria, dopo un breve incontro in cui sembrava che il grande outsider ormai canonizzato e saldamente insediato in una lunga nuova esperienza di governo volesse cambiare i connotati allo stile della Repubblica. La faccenda è proprio curiosa.
Il leader del Pd avrà fatto arrabbiare il premier con i suoi comportamenti, le sue dichiarazioni, il suo fare politica oscillante e debole, dunque spesso aggressivo, inutilmente aggressivo. Ma portare in pubblico questa irritazione, nella nuda forma della lite senza regole né ironia, contraddice tutto il resto del messaggio di Berlusconi, un premier pronto a salire al Quirinale, quando fosse necessario, un politico che sta con un piede ben fermo nell’esecutivo e con l’altro segue una parabola istituzionale che è il coronamento a sorpresa, illustre e fantasioso happy ending, di una carriera turbolenta, di una storia avventurosa e inquieta.
Veltroni da parte sua è monotono, inutilmente cattivo e rozzamente allarmista, quando rimette in ballo, sarebbe meglio dire ricicla, il trash del vecchio antiberlusconismo, le chiacchiere moleste sulla crisi della democrazia (sul putinismo, poi, che faccia tosta da un vecchio figiciotto). Oltretutto Veltroni con queste scazzottate gratuite si priva dell’unico tratto davvero originale che aveva la sfida politica implicita nella sua candidatura a capo dei democratici, un partito nuovo dove in molti vogliono fargli la pelle o comunque rendergli la vita dura con metodi assai vecchi e conosciuti.
La vocazione maggioritaria, l’idea di lavorare finalmente per un riformismo progressista moderno, senza l’ancoraggio mortifero alla sinistra estrema e ai partiti del veto politico-sociale, era un’idea strettamente legata alla fine della polarizzazione pro o contro il Cavaliere, a una nuova etica ed etichetta politica.
Sì, queste sono chiacchiere al vento. Al carattere non si comanda. Ma gli staff e le classi dirigenti dovrebbero essere lì per esercitare l’influenza quando i leader sbrodolano, ripetono filastrocche insultatorie senza immaginazione, si tirano per le orecchie e si avviliscono con un protocollo linguistico non proprio adatto alle funzioni che rappresentano e al carisma politico di cui dovrebbero essere portatori.
- Venerdì 3 Ottobre 2008























Commenti
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Il 4 Ottobre 2008 alle 14:54 nhico ha scritto:
Veltroni è un sopravvissuto. Un sopravvissuto al suo partito e a se stesso. Esordisce, all’alba del suo certo incoronamento a capo della neonata cordata di ex DC e ex PCI, dicendo di avere la vocazione al maggioritario e di volere inaugurare una nuova stagione politica di reciproco rispetto. Si fa musica e si balla in entrambi gli schieramenti, mentre ci si prepara alla battaglia imminente. In questo clima di scontro finale, tutti i radical sic, banchieri compresi, gli stessi che ci hanno regalato il tsunami subprime invece di fare la guardia ai nostri risparmi, si misero in fila per andarlo a votare. Dopo il gioioso evento e la sconfitta non preventivata così catastrofica, però, l’uomo delle fughe, come insegna il suo passato e il suo presente, credendo di frenare l’emorragia verso il dipietrismo, è ritornato al punto di partenza. Non riuscendo a capire, nonostante le recenti affermazioni di Bertinotti , che non gli è possibile tornare indietro, almeno che non voglia mettere in liquefazione il Pd.
Il 6 Ottobre 2008 alle 00:38 noak ha scritto:
Ha detto Berluscon: “I cambiamenti non si possono fare con i disegni di legge ma con la decretazione. Il decreto è l’unico metodo che abbiamo per governare”
Litigare senza stile non edifica, però …..
Il decreto legge è un atto con forza di legge che può essere adottato dal governo in casi straordinari di necessità e urgenza. La necessità e l’urgenza possono riferirsi tanto al provvedere (cioè alle disposizioni in esso contenute), quanto al provvedimento (nel suo complesso). È la legge 400/1988, nel prescrivere che i D.L. devono contenere misure di immediata applicazione, non esclude che il provvedimento sia di per sé capace di risolvere il caso di necessità ed urgenza per cui è stato adottato. La straordinarietà dello strumento normativo si riconduce alla deroga al principio di rappresentatività, in quanto sottrae al Parlamento, sia pure per un periodo di tempo limitato (60 giorni), l’esercizio della funzione legislativa. La Corte Costituzionale considera un requisito unico la straordinarietà, la necessità e l’urgenza. La stessa Corte si è recentemente (sentenza 29/1995) dichiarata competente a verificare la sussistenza di detti presupposti, in particolare affermando di poter dichiarare l’incostituzionalità del decreto legge nel caso di evidente mancanza degli stessi. Nel 2007 (sentenza n. 171/2007) la stessa Consulta ha per la prima volta annullato un D.L. per carenza evidente dei presupposti e chiarito che la conversione parlamentare non può salvare il vizio, che incide sulla separazione dei poteri e non esclusivamente sul rapporto politico fra Parlamento e Governo.
Il 6 Ottobre 2008 alle 17:15 cini ha scritto:
Totalmente condivisibile quanto abilmente illustrato da Ferrara.
A noi cittadini farebbe piacere veder scaturire un minimo di decenza e maturità politica da parte dei rispettivi leader , di chi sta abilmente governando e di chi si trova all´opposizione.
Uno dei due è più colpevole dell´altro ma per non cadere nella stessa trappola è meglio evitare inutili retoriche e speculazioni varie.
Un´appello ai due leader:
cercate di crescere, politicamente s´intende, noi cittadini abbiamo oggi un´urgente necessità di volere assistere ad una certa maturità tra i nostri illustri politici.
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