
L’europeo
Per una sorta di riflesso automatico continuiamo a valutare le elezioni europee con schemi e criteri che appartengono al passato. Leggiamo che la Democrazia cristiana bavarese (Csu) ha perso 14 punti e ne traiamo la conclusione che la destra moderata è in crisi. Leggiamo che il Partito popolare austriaco, cugino dei democristiani tedeschi, ha perso 9 punti rispetto alle elezioni di 2 anni fa e giungiamo alla stessa conclusione. Se lo schema destra-sinistra fosse ancora quello giusto, dovremmo registrare il successo dei partiti di sinistra. Ma la socialdemocrazia austriaca ha perso più di 5 punti e quella bavarese un po’ più di 1 punto. Credevamo che nella maggior parte degli stati europei le battaglie elettorali fossero ormai regolate dalle oscillazioni del pendolo fra socialisti e popolari. Invece il quadro è cambiato. Gli elettori delusi dalla destra moderata non votano necessariamente per la sinistra riformista, e quelli delusi dalla socialdemocrazia non votano necessariamente per il partito popolare.
In Baviera i suffragi perduti dalla Csu sono andati in buona parte ai Freie Wähler, un costola democristiana che una “affascinante cinquantenne”, Gabriele Pauli, ha strappato e portato con sé abbandonando la casa madre. In Austria i voti perduti dal Partito popolare sono andati verosimilmente al nuovo partito di Jörg Haider (Bzö, Alleanza per il futuro dell’Austria) e quelli perduti dalla socialdemocrazia ai nazional-liberali (Fpö) di Heinz-Christian Strache, già delfino di Haider e oggi suo accanito concorrente. Dovremmo quindi dedurne che i vincitori morali delle elezioni sono i partiti della destra radicale e populista? È una interpretazione riduttiva e insoddisfacente.
Come alcuni partiti italiani (Italia dei valori e, in parte, Lega nord) anche i Liberi elettori di Pauli, l’Fpö di Strache e la Bzö di Haider esprimono malumori e frustrazioni più di quanto non esprimano ideali e obiettivi di largo respiro.
Dietro queste formazioni politiche s’intravede un ceto medio sempre più numeroso, impaurito e arrabbiato. Teme gli effetti della globalizzazione sul suo posto di lavoro. È convinto che l’immigrazione minacci la sua sicurezza personale, la sua identità religiosa, il futuro della nazione e, se gli extracomunitari alloggiano dall’altra parte della strada, il valore della sua abitazione.
La classe politica a cui affidava tradizionalmente la soluzione dei suoi problemi gli appare una casta avida ed egoista. Le banche a cui affida i suoi risparmi gli sembrano interessate soltanto ai guadagni dei loro amministratori. Anziché votare per, come in passato, vota contro ed è disposto a cambiare campo da una elezione all’altra se un volto nuovo gli promette che presterà ascolto alle sue angosce. Il guaio è che il «volto nuovo», quando conquista il potere, è generalmente condannato a tradire le promesse fatte prima del voto.
Dopo avere assicurato i suoi elettori che cambierà la loro vita, il nuovo arrivato scopre che il bilancio del suo paese deve rispondere alle regole dell’Unione Europea, che la salute della finanza mondiale dipende da Washington, che il prezzo del petrolio e delle materie prime viene fissato da meccanismi incontrollabili e che l’arma del protezionismo è un pericoloso boomerang. Sono relativamente fortunati, in questa congiuntura, i paesi in cui la legge elettorale produce governi relativamente stabili. È il caso della Gran Bretagna, dove il vincitore l’anno prossimo sarà certamente uno dei due maggiori partiti, della Francia e, almeno per il momento, dell’Italia.
- Venerdì 3 Ottobre 2008























Commenti
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Il 3 Ottobre 2008 alle 18:05 melloni ha scritto:
Votare contro fa bene all’umore e alla salute e se il sistema va avanti ugualmente o quelli “contro” non manterranno le promesse, il nostro animo ha comunque già scontato anche questo e, in ogni caso … la salute prima di tutto !
Il 4 Ottobre 2008 alle 16:26 nhico ha scritto:
Il ceto medio è in rivolta, e per il momento si limita soltanto a dirottare i voti, perché è stato lasciato solo a combattere l’immigrazione e i guai che questa comporta. E finiamolo di dire e di scrivere che si tratta solo di mera convinzione o di percezione errata. C’è una ragione se le nostre carceri sono piene nella quasi totalità da extracomunitari. E come se ciò non bastasse, la Chiesa, quella stessa Chiesa che dovrebbe salvaguardare la sua identità religiosa, non si cura più di loro e volge tutta la sua attenzione e le risorse verso i nuovi venuti. Dimenticandosi che quando ci si rivolge al prossimo si deve partire dal prossimo più prossimo. E non c’è prossimo più prossimo del tuo vicino di casa. Invece, il mondo all’improvviso si è capovolto. E così dai muri delle nostre scuole vengono scippati i crocifissi e non si celebra più la natività nelle aule, né vi si insegna più la nostra religione, per non urtare la sensibilità di chi ha il dovere di integrassi, nel rispetto dell’esistente. Nelle carceri, i nativi o mangiano quello che passa il convento o restano a stomaco vuoto, mentre per tutti gli altri ospiti, extracomunitari e non, è d’obbligo servirli a tavola senza badare a spese e cucinando solo pietanze che si sposano con la loro religione ed i loro usi e costumi. Come predica l’European Union. E si potrebbe continuare all’infinito. Dal grido non si tocchi Caino, i radical scic, con abiti talari o civili, sono passati al grido il razzismo è vicino. Miopi prima e ciechi ora. E la rivolta fomenta.
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