Romano: La crisi rilancia i premier

Inghilterra

L’europeo

Come ogni grande crisi, dal crac del 1929 agli choc petroliferi degli anni Settanta, anche quella dei mutui e del credito avrà una lunga serie di ricadute. Accadrà ciò che accade su scala più piccola quando un’azienda fallisce. Al dramma di alcune persone (gli azionisti, i proprietari delle obbligazioni, i dipendenti e le loro famiglie) corrisponde spesso la fortuna dei concorrenti e di coloro che compreranno a prezzi stracciati i beni del “defunto”. Faremo i conti a suo tempo, quando sarà più facile comprendere quali paesi siano stati danneggiati dalla crisi e quali ne abbiano tratto vantaggi. Già ora, tuttavia, è possibile constatare che è cambiata la geografia dei rapporti fra maggioranza e opposizione all’interno dei principali paesi dell’Unione europea.
Il caso più evidente è quello della Gran Bretagna. Per ragioni in buona parte psicologiche, quindi irrazionali, il Primo ministro Gordon Brown sembrava destinato a una inesorabile sconfitta elettorale. È stato salvato dal fallimento di Lehman Brothers e dal crollo delle Borse mondiali. Mentre il segretario del Tesoro americano si arrabattava con il Congresso per creare un piano di salvataggio che non ha convinto, in ultima analisi, i mercati finanziari, Brown ha riscoperto nel patrimonio genetico del partito laburista la formula delle nazionalizzazioni ed è diventato improvvisamente il capofila della cordata dei salvatori. Al suo avversario David Cameron, leader dei conservatori, non è rimasta altra possibilità fuor che quella di sostenere, in nome del bene comune, lo sforzo del governo: una posizione commendevole, ma politicamente poco redditizia.
Qualcosa del genere è accaduto in Spagna, dove José Maria Zapatero sembrava azzoppato dalla crisi dell’edilizia. Il premier socialista non ha avuto una parte significativa nelle vicende delle ultime settimane, ma la crisi importata dagli Stati Uniti ha avuto l’effetto di oscurare le sue responsabilità e ha spuntato le armi dell’opposizione.
La situazione di Nicolas Sarkoky è alquanto diversa. Dopo la crisi georgiana di agosto, il presidente francese aveva già dimostrato di sapere bene usare per sé e per l’Europa le risorse della presidenza europea. Ma la crisi finanziaria gli ha permesso di darne un’altra dimostrazione. Non sappiamo se riuscirà a conquistare, con l’aiuto dell’Italia, una nuova Bretton Woods (dal nome della località dove furono stipulati, sotto l’influenza degli Stati Uniti, gli accordi economico-finanziari del 1944), ma il suo dinamismo ha reso ancora più insignificante il balbettio dell’opposizione socialista. Silvio Berlusconi è, per certi aspetti, in una situazione analoga. Non è facile per il Partito democratico attribuire al governo le responsabilità di una congiuntura che ha le sue origini altrove e da cui l’Italia, per ora, è stata soltanto sfiorata.
In Germania il governo non esce bene dalla crisi. Il cancelliere ha respinto il principio della responsabilità collettiva e ha creduto che il paese sarebbe riuscito a risolvere da solo i problemi delle sue banche. Lo scacco subito nel caso di Hypo Real Estate ha dimostrato che la sua strategia era sbagliata. Ma anche nella Repubblica federale, in ultima analisi, la crisi giova al governo e nuoce all’opposizione. È una considerazione che vale generalmente per quasi tutti i governi dell’Ue. Se la principale responsabilità è dell’America e se l’Europa, complessivamente, si è dimostrata all’altezza della situazione, perché mai gli elettori dovrebbero desiderare, oggi, governi diversi?

Commenti

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Il 25 Ottobre 2008 alle 15:24 nhico ha scritto:

Anche se è rimasto mimetizzato tra le righe, agevolmente si riesce a cogliere il diverso comportamento del Pd, nell’ affrontare il problema italiano regalatoci dal subprime. Mentre nel resto dell’Europa, indipendentemente da quello che ha saputo o non saputo fare quel governo, l’opposizione, per il bene della Nazione, dà il suo contributo alla ricerca della migliore soluzione, da noi scende in piazza al solo scopo di risolvere i propri interni problemi di leadership. Nel solco dell’antico motto della casa.

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