Editoriale
Trovo indecente la battaglia intorno al corpo di Eluana. Anzi: lo spettacolo dei fan che tifano per la sua morte mi inorridisce. Non mi piace chi utilizza la vita spenta di una giovane donna per sostenere le tesi pro eutanasia. Penso che imbastire una campagna politica per il diritto alla “buona morte” servendosi del dolore e della disperazione della famiglia Englaro sia un esempio di cinismo che mette i brividi. Lo stesso sentimento lo provai alla vigilia di Natale di due anni fa, quando una pattuglia radicale specializzata in manifestazioni di disubbidienza civile accompagnò la fine di Piergiorgio Welby, un pittore che una malattia terribile aveva privato di ogni funzione, riducendolo immobile in un letto. Gli esponenti della Rosa nel pugno nei cinquant’anni della loro storia ci avevano abituati alle ribellioni pacifiche in caserma, agli aborti con comunicato stampa e perfino alla distribuzione di spinelli in piazza. Si trattava di pugni nello stomaco, per l’opinione pubblica, che dovevano spingere un Parlamento pigro e indeciso a intervenire su materie complesse. Che si fosse d’accordo o no con quelle provocazioni, non si può non riconoscere che i radicali, mettendosi in gioco anche dal punto di vista penale, costrinsero l’Italia a discutere. Ma quando i seguaci di Marco Pannella annunciarono la morte di Welby con toni quasi trionfalistici, la mia reazione fu di profonda tristezza. Un uomo e la sua disperazione erano stati usati in nome di una campagna politica. Può darsi che l’obiettivo della sfida fosse alto o civile, come piace dire agli esponenti della Rosa nel pugno, ma strumentalizzare una morte non può essere giustificato da alcun fine. A onor del vero, mi fa paura anche la battaglia senza tentennamenti di chi difende vite che si sono spente da molti anni. Neppure tra i sostenitori dell’esistenza a oltranza trovo molto rispetto per il dolore di un padre la cui figlia non c’è più anche se giace in un letto. Come per i tifosi dell’eutanasia, anche i fan della vita senza limiti mi fanno tremare, insensibili come sono di fronte all’angoscia delle famiglie che hanno perduto i loro cari. Perché non c’è ombra di dubbio che, anche se continuano a rimanere attaccati a una macchina che li fa respirare, quei parenti sono persi per sempre. Lo so che di mezzo c’è un problema etico grande come l’universo. Che in discussione c’è il concetto stesso di vita o di morte e che non si può liquidare la fine di un essere umano come una faccenda burocratica. Già lo Stato ci prende per mano e ci assilla fino alla morte: se poi gli deleghiamo anche quella, ci aiuterà a raggiungerla più in fretta, previa compilazione di un modulo. Capisco anche quanto sia difficile fissare la modica quantità di vita che dà diritto ad accedere all’assistenza per andare all’aldilà. Ma, pur sapendo e comprendendo tutto ciò, penso che se mi trovassi imprigionato in un corpo che non mi risponde più, senza poter parlare e senza poter vedere, senza poter ascoltare la voce della mia famiglia, anch’io vorrei andarmene. Però in silenzio, senza politici, giudici, medici o vescovi che decidano per me, senza articoli sui giornali, soprattutto senza diventare, mio malgrado, il simbolo di una battaglia di disubbidienza civile. Purtroppo, temo che avrei bisogno almeno di un’altra vita prima di vedere intorno a me questo rispetto. Oppure di un altro Parlamento.
- Venerdì 21 Novembre 2008























Commenti
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Il 21 Novembre 2008 alle 13:48 Stato vegetativo permanente: quelle giovani vite sospese » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Di Gianna Milano e Fabio Turone - fotografie di Francesco Cito Guarda la GALLERY - LEGGI ANCHE: L’editoriale del direttore [...]
Il 26 Novembre 2008 alle 12:05 romy1942 ha scritto:
Sono quasi completamente d’accordo con l’ultima parte dell’articolo
di Belpietro, non lo sono sul punto che critica le manifestazioni di piazza per l’attuazione che disciplinino i diritti civili.
Quelle manifestazioni furono necessarie per indurre lo Stato italiano attraverso il Parlamento ad emanare norme che disciplinassero pronblemi , quali il divorzio e l’aborto.
Sono certo che se le proposte di legge relative ai due problemi di cui sopra, venissero presentate oggi, difficilmente sarebbero approvate… e questo deve farci riflettere..
A livello di diritti civili, l’Italia occupa in Europa una posizione certamente non invidiabile..
La Spagna, che pure è partita dopo di noi, ci ha di gran lunga superato.
Lo Stato italiano deve far rispettre alle gerarchie vaticane l’art. 7 della Costituzione ed assumere dovute contromisure, ogni volta
che il Vaticano ingerisce pesantemente nei fatti civili italiani.
E’ opportuno mettere in evidenza inoltre, che tra una legge LIBERTARIA ed una liberticida c’è una differenza abissale.
Pertanto ben vengano leggi che disciplinino le modalità di redazione di documenti relativi alle scelte individuali ed inviolabuili di ogni cittadino; non debbono però entrare nel merito del contenuto di tali atti, i quali debbono essere assolutamente rimessi alla libera volontà del sottoscrittore.
Il 17 Dicembre 2008 alle 18:11 m.stella71 ha scritto:
Anch’io, come tutti, seguo questa faccenda da tempo.
Condivido quanto detto nella conclusione del suo articolo, ma rimango sempre più perplesso dal protrarsi della vicenda, sembra, alle calende greche. Perché? Siamo veramente convinti che il babbo abbia il coraggio di andare fino in fondo? Perché si aggrappa a tutti i cavilli? Comincio ad avere dei dubbi e non è certamente per farsi pubblicità.
Se avesse voluto poteva provvedere direttamente a casa sua a togliere il sondino e non sarebbe incorso in nessuna violazione penale.
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