Romano: Riuscirà il Dragone a salvarci dalla crisi?

Sino a qualche mese fa Henry Paulson, segretario americano del Tesoro, impiegava buona parte del suo tempo a evitare che il Congresso approvasse leggi protezionistiche contro le esportazioni cinesi. Oggi la tentazione protezionistica esiste ancora, ma è considerevolmente aumentato il numero di coloro per cui la Cina, in un mondo minacciato dalla recessione, è un fattore di speranza e di ottimismo. Le ragioni sono state spiegate da Federico Rampini nel corso di un convegno a Roma, promosso da Walter Veltroni e presieduto da Ferruccio de Bortoli, sulle elezioni americane e la crisi finanziaria. Le vicende degli ultimi mesi hanno avuto due effetti opposti e complementari. Hanno dimostrato la fragilità delle economie che si sono progressivamente finanziarizzate e i meriti di quelle che non hanno mai perso di vista la realtà delle attività produttive e le virtù del risparmio. Al primo gruppo appartengono anzitutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, al secondo la Cina. Se un paese può darci una mano a uscire dal pantano in cui rischiamo di affondare, questo è la Cina. Le sue riserve valutarie, il suo grande mercato e il lavoro dei suoi cittadini sono una delle poche luci che illuminano il paesaggio con rovine dell’economia internazionale. Esistono tuttavia due punti interrogativi. Il primo concerne il legame che ha unito in questi anni l’America e la Cina. Gli americani hanno riempito i loro supermercati di prodotti cinesi e hanno garantito alla Repubblica Popolare la straordinaria crescita annuale del suo prodotto interno lordo. I cinesi hanno investito il ricavato delle esportazioni in bond americani e hanno finanziato il debito pubblico degli Stati Uniti.

Ma oggi la recessione colpisce i consumi americani e, di conseguenza, le esportazioni cinesi: una situazione che incide sul tasso di crescita del pil cinese e rischia di provocare un pericoloso aumento della turbolenza sociale in un paese dove scioperi e rivolte contadine sono ormai all’ordine del giorno. La Cina sa che deve sostituire le esportazioni con i consumi del mercato interno e si appresta a varare un pacchetto fiscale che dovrebbe iniettare nell’economia una somma di poco inferiore ai 600 miliardi di dollari. Occorre persuadere i cinesi a usare i loro risparmi per consumare di più, ma questo può accadere solo se lo stato è in grado di garantire un sistema sanitario e previdenziale, oggi inesistente. Senza assistenza e previdenza i cinesi continueranno a tenere i loro soldi in banca o sotto il materasso. E la Cina, azzoppata dalla brusca interruzione della sua crescita, non sarà in condizione di aiutare nessuno, neppure se stessa. Il secondo punto interrogativo concerne le intenzioni dei dirigenti cinesi. Molti, soprattutto in America, hanno lungamente sospettato che la Cina avrebbe rivelato prima o dopo le sue ambizioni imperiali. A me sembra invece che sia consapevole dei suoi limiti e delle sue debolezze. Sa di essere ancora, per molti aspetti, un paese sottosviluppato. Sa che la crescita degli ultimi decenni ha allargato l’area della società benestante, ma ha creato sacche di collera sociale che possono esplodere da un momento all’altro. Ed esiterà a lungo prima di assumersi responsabilità internazionali per le quali non si ritiene preparata. È questa la ragione per cui i dirigenti cinesi, quando vengono interpellati sul ruolo del loro paese nella crisi, rispondono prudentemente che il loro maggiore contributo a risolvere i mali del mondo sarà la buona gestione della loro economia. In altre parole, possono aiutarci soltanto facendo del loro meglio per uscire dalla crisi il più presto possibile.

Commenti

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Il 21 Novembre 2008 alle 19:58 nhico ha scritto:

Il Dragone, che non è estraneo alla formazione della valanga che sta investendo le economie di mezzo mondo (di quel mezzo mondo che, con poca avvedutezza, non tenendo conto del terremoto che nel lungo periodo avrebbe causato in casa propria, vi ha trasferito le proprie attività industriali abbagliato dalla quasi inesauribile manodopera a costo bassissimo), ha bisogno dell’ America tanto quanto l’America ha bisogno del suo forziere. Ed è la forza di questo abbraccio simbiotico che equilibrerà quelle economie e le altre.

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