Belpietro: Meno recessione ritardando la pensione

Vita in ufficio

Editoriale

Silvio Berlusconi vorrebbe che giornali e televisioni si occupassero meno di crisi economica e più di quel che funziona nel Paese. Secondo il Cavaliere una tv più serena non deprimerebbe i consumi, ma aiuterebbe la crescita. Le frasi del premier hanno fatto arricciare il naso a molti colleghi, convinti che il Cav voglia solo nascondere la crisi sotto il tappeto, imbellettando la recessione. Invece, io penso che il presidente del Consiglio non abbia tutti i torti. Spesso noi giornalisti ci facciamo prendere la mano e drammatizziamo gli eventi, trasformandoci in profeti di neri presagi più di quanto sia lecito.
In questo convincimento mi conforta l’opinione di uno studioso serio come Mario Deaglio, docente di economia internazionale all’Università di Torino ed ex direttore del Sole 24 ore, che sulla Stampa ha scritto un commento, dal titolo “Se i media fanno il tifo per il crollo”, in cui spiega l’influsso di giornali e tv sull’andamento delle borse e dell’economia.

Secondo il professore, “la paura che, nei paesi ricchi, si è impadronita di decine di milioni di famiglie, operatori economici e imprese, che pur potendo spendere sostanzialmente come prima non spendono”, ha a che fare con l’informazione. I titoli di gran parte dei mezzi di comunicazione avrebbero rafforzato i timori dei consumatori, diventando un elemento determinante nel peggioramento dello scenario economico. Per Deaglio, l’effetto perverso sarebbe il seguente: i giornali annunciano una catastrofe, la gente si preoccupa e non spende, di conseguenza consumi e investimenti scendono. Risultato: l’economia peggiora. Conclude il professore: “Occorre che chi scrive, o trasmette, notizie economiche, così come chi legge, mantenga una giusta freddezza e non si lasci trasportare dall’emotività”.
Non so se Berlusconi, quando ha invitato i media a non parlare solo di crisi, avesse letto l’articolo di Deaglio, ma posso dire che il ragionamento del professore mi pare molto assennato. Innanzitutto perché non nasconde le difficoltà del momento. Qui infatti non si tratta di sostenere che la recessione è un’invenzione della stampa (anche su questo numero Panorama si occupa di ciò che sta accadendo in molte fabbriche del Nord), ma di moderare i toni e di evitare gli eccessi, dire la verità, tutta la verità, e offrire soluzioni concrete. Per evitare che (per rifarsi sempre al prof), a forza di dire che la crisi ha già vinto, la si faccia vincere davvero.

Ma se, come ho detto, penso che il Cavaliere abbia ragione ad appellarsi a giornali e tv, ritengo anche che il governo debba fare di più di fronte al peggioramento della nostra economia. Sì, lo so che il Consiglio dei ministri ha varato misure per rilanciare i consumi, con aiuti alle famiglie in difficoltà, ma non credo che gli interventi saranno sufficienti. Per riuscire a stimolare la crescita e far ripartire la spesa servono risorse più ingenti di quelle fin qui messe a disposizione.
Francia e Germania si apprestano a superare i parametri europei del patto di stabilità pur di favorire la ripresa. Noi di debiti ne abbiamo accumulati fin troppi e già fatichiamo di questi tempi a farceli finanziare. Dunque, non possiamo emettere altri titoli di stato: come dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, “sarebbe demenziale”. Per uscire dal pantano non resta dunque che metter mano alla riforma delle pensioni.
Da noi si continua ad andare in pensione a 58 anni, mentre negli altri paesi europei non è consentito ritirarsi dal lavoro prima dei 65. Basterebbe adeguarci a ciò che fanno gli altri per disporre di un risparmio di diversi miliardi di euro. Soldi da destinare alle famiglie e ai lavoratori dipendenti. Ma da noi, grazie al sindacato, si continua a preferire stipendi sempre più lontani dall’Europa in cambio di una pensione vicina. La nostra è una repubblica fondata, più che sul lavoro, sui salari bassi.

Commenti

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Il 30 Novembre 2008 alle 12:23 6stelle ha scritto:

Quando si perde il lavoro a cinquant’anni o anche prima e non ci saranno sicuramente altre opportunità, quanti anni si può tenere in cassa integrazione il lavoratore prima di metterlo in pensione? fino a sessantacinque?
Chi sono i lavoratori che possono andare in pensione in età avanzata?
Sono tutte domande che ho fatto a me stesso e non sono stato in grado di dare risposte intelligenti, se qualcuno è in grado di farlo, si accomodi pure, aspetto.

Il 2 Dicembre 2008 alle 10:48 bruno1946 ha scritto:

All’estero l’eta’ pensionabile e’ a 65 anni, non italiani vogliamo essere sempre differenti cosi’ ci troviamo con un mercato del lavoro atrofizzato.

Non c’e bisogno di sbizzarirsi o reinventare la ruota, basta copiare come fanno gli altri. Poi va anche ricordato che all’estero i lavoratori “anziani” sono tenuti in considerazione per la loro esperienza e affidabilita’.

In Italia e’ la mentalita’ che e’ sbagliata, grazie ad un sindacato politicizzato.

Il 2 Dicembre 2008 alle 11:36 morax ha scritto:

Si parla molto dei giovani precari, giustamente perchè sono stato giovani anche io, poco si sa dei vecchi precari. Oggi il problema dell’età pensionabile, chi ci governa o non lo capisce o fa finta di non capirtlo, non è che gli ultra cinquantenni vogliono andare in pensione, è che gran parte di questi hanno perso il lavoro e non riescono a ricollocarsi perchè in Italia dopo i 50 sei fuori dal mercato del lavoro. Personalmente rappresento questa categoria: a 53 anni, per riduzione del personale, sono stato licenziato in 3 secondi (come dirigente d’azienda nessuna tutela, quindi no cassa integrazione e mobilità). Ricollocarsi è impossibile, tutte le aziende stanno seguendo questa strada, assumendo giovani stagisti, co-co-pro, tempo determinato…. tutti a basso costo. Io con i miei 30 anni di contributi non ho diritto a nulla e devo aspettare, se non cambia la legge, i 60 anni di età e pagarmi contributi volontari. Come vivere e mantenere la famiglia per 7 anni? I ns politici non lo sanno, tanto per loro, con 2,5 anni di legislatura, possono percepire una ricca pensione a 50 anni grazie ai ns contributi!!!!!!!!!!!!!!

Il 4 Dicembre 2008 alle 16:29 vieraccio ha scritto:

buon articolo; tutto vero. Però, come sanno bene i sindacati, che per questo vi si oppongono, ritardare la pensione a 65 anni vuol dire eliminare tutto il lavoro nero che, persone ancora giovani e valide vanno spessa a fare una volta “liberati”. E, come già è successo negli anni 70, probabilmente sarà l’economia sommersa a salvare l’Italia in questa fase di crisi.
Vale ala pena di rischiare proprio ora?
NB: scherzo, ma non troppo

Il 4 Dicembre 2008 alle 18:15 Corrado Buccieri ha scritto:

Di poveri ce ne sono abbastanza,questa crisi pare che
voglia colpire i ricchi….e lasciamola scorrere fino
alla normale stabilità.

Il 13 Dicembre 2008 alle 20:05 aldos ha scritto:

Sono d’accordo sulla diagnosi ed anche sulla terapia. Perché sono convinto che la comunicazione sia un fattore fondamentale dell’economia. Vedendo “Ballarò” ed “Anno zero” non si pensa ad una crisi, una recessione, ma si teme l’arrivo di una carestia! Questo significa remare contro, gettarsi la zappa sui piedi. E’ ovvio che chi può deve sostenere i consumi anche per dare una speranza a chi teme di perdere il posto di lavoro. Sul sistema pensionistico, lo “scalone” introdotto dalla riforma Maroni, cancellato da Prodi, è l’unico provvedimento che può dare i mezzi per ampliare gli ammortizzatori sociali. Di cui si ha estremo bisogno per la sopravvivenza di una larga fascia di cittadini. L’unico che potrebbe storcere il naso, per fini politici e non certo sindacali, visto l’esito dello sciopero generale dovrebbe rientrare a miti consigli. Anche gli interessati, in questa fase dell’economia, capirebbero.

Il 5 Gennaio 2009 alle 14:49 Le over 60 e la pensione? Ma lasciamole lavorare » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] “La realtà è più sfumata” precisa Maurizio Benetti, dell’ufficio studi Cisl. “Una legge del 1977 ha equiparato la possibilità di andare in pensione a 65 anni, lasciando alle donne la facoltà di esercitare l’opzione con preavviso di 3 mesi. La Corte costituzionale ha poi cancellato l’obbligo di preavviso, ma non sempre l’azienda ne tiene conto”. In altre parole, oggi una donna ha diritto ad andare in pensione a 60 anni, ma se vuole può continuare a lavorare anche senza dare preavviso all’azienda. Addirittura può accadere che le donne vengano “discriminate al contrario” dalle imprese che vogliono sfoltire il personale. Come sostengono un centinaio di ex dipendenti dell’Istituto San Paolo, pensionate contro la loro volontà poco dopo la fusione con la Banca Intesa. “Tutte avrebbero voluto continuare a lavorare oltre i 60 anni” racconta la sindacalista della Uil Valeria Cabrini “ma l’azienda ha contestato loro il mancato preavviso appellandosi al regolamento Intesa. Peccato però che in San Paolo vigesse la prassi opposta, e che nessuno le avesse informate del cambiamento”. Il contenzioso si è chiuso con una transazione e le dipendenti sono state ripagate con una buonuscita tra le 12 e le 15 mensilità. Ogni storia è un caso. Oggi le donne lavorano a lungo e volentieri, ma esistono impieghi più usuranti. Mancano gli asili nido, soprattutto al Sud. E parità di salario e di carriera si fanno attendere. “Per questo credo sia giusto lasciare alle donne libertà di scelta” commenta Rita Fiori, segretario generale del Consiglio nazionale dei centri commerciali. “Io ho 62 anni e ho firmato un contratto sino al 2010, però a condizionare le scelte altrui potrebbero anche intervenire problemi familiari o di salute”. [...]

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