L’europeo
Il maggiore rammarico di George W. Bush, alla fine della sua presidenza, è di avere dato retta a chi gli garantiva la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa. Per il resto, tutto bene. È lieto di avere fatto la guerra afghana, di avere distrutto il tirannico regime di Saddam Hussein, di avere promosso l’allargamento della Nato al di là delle vecchie frontiere sovietiche, di avere rifiutato qualsiasi apertura verso l’Iran, di avere mantenuto in vita, anche dopo la malattia di Fidel Castro, l’embargo contro Cuba. Ed è convinto che i posteri riconosceranno i suoi meriti. Non credo che i posteri confermeranno il suo giudizio.
La guerra afghana è stata combattuta frettolosamente e fu concepita al Pentagono soltanto come un preludio a quella che i neoconservatori volevano fare all’Iraq. La guerra irachena fu decisa senza piani per il futuro, nella certezza che gli americani sarebbero stati accolti come liberatori e gli esuli avrebbero creato, non appena tornati in patria, la democrazia irachena. Le due guerre lasciano in eredità al successore di Bush due situazioni irrisolte, due regimi precari e una regione ancora più instabile di quanto fosse otto anni fa.
L’Iran è diventato, insieme alla Turchia, la maggiore potenza del Medio Oriente. Il conflitto tra sunniti e sciiti si è inasprito. L’alleato pachistano rischia di precipitare nella guerra civile. La questione palestinese è ancora una piaga aperta, capace d’infettare tutta la regione. Il Libano è stato salvato dall’intervento europeo.
Il presidente può certamente vantarsi di avere evitato ai suoi connazionali gli attentati terroristici da cui sono state colpite Spagna, Gran Bretagna e Turchia. Ma le due guerre incompiute della sua presidenza hanno creato un campo di battaglia in cui il fondamentalismo islamico ha potuto reclutare con maggiore successo i suoi militanti.
Su un altro fronte, quello dei rapporti con la Russia, Bush è riuscito a rendere teso e conflittuale un rapporto che fu per due anni, all’inizio del suo mandato, positivo e promettente.
Nell’asse ereditario di Bush i posteri e gli storici troveranno anche la crisi finanziaria e i suoi effetti mondiali. Non sono economista, ma ho l’impressione che le cose, per grandi linee, siano andate così. Quando presentò la sua candidatura alla presidenza, Bush si definì un «conservatore compassionevole» e dichiarò di volere creare per i suoi connazionali una «ownership society», una società in cui ogni americano sarebbe stato proprietario della sua casa. Ma volle diminuire le tasse e lasciò che l’obiettivo (una casa per tutti) venisse raggiunto con le acrobazie di un mercato finanziario che, grazie alle deregolamentazioni della sua presidenza, poté costruire su una palude di debiti la più alta e instabile piramide finanziaria della storia. Mentre gli americani compravano la loro casa con denaro non ancora guadagnato, l’America spendeva miliardi di dollari (3 trilioni secondo alcuni calcoli) per le sue guerre.
Poiché i grandi debitori sono molto più potenti degli onesti creditori, gli Stati Uniti hanno potuto finanziare i loro debiti con cartelle del tesoro che venivano comperate dalle tigri asiatiche e, in particolare, dalla Repubblica Popolare Cinese. Ma il denaro con cui la Cina acquistava i bond degli Usa proveniva dalle sue esportazioni verso il ricco mercato americano. Per molti anni il fluido dei finanziamenti e dei crediti ha continuato a circolare nelle tubature del sistema finanziario mondiale. Ora i rubinetti si stanno progressivamente chiudendo. Comincia, alla fine dell’era Bush, la grande siccità. Di questo, temo, parleranno i posteri.
- Lunedì 5 Gennaio 2009























Commenti
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Il 6 Gennaio 2009 alle 11:19 gordiano ha scritto:
Quasi quasi mi faccio la casa
Ragazzi sono cinquant’anni di eroica Rivoluzione e non sembra vero che sia passato tanto tempo dallo sbarco del Granma, dalla lotta sulla Sierra, dalla cacciata di Batista e tutte quelle palle là. Adesso ci tiene a galla Meo Porcello il petroliere e Speedy Gonzales governa per procura. L’altro giorno vedo alla tele i caraibici fratelli De Rege degli anni duemila, comici involontari, ubriachi di retorica e forse pure di Pampero, ché il rum venezuelano non è male, quasi meglio del nostro.
Meo Porcello rende omaggio al genuino fervore rivoluzionario, dice che è socialista, martiano e bolivariano, pure se a me pare che li prendiamo per il culo da cinquant’anni ai poveri José Martí e Simon Bolivar, qualcuno se n’è accorto, ma ha fatto una brutta fine, scomparso, morto, scappato, insomma, in un modo o nell’altro hanno messo il silenziatore alle idee fastidiose, ché la Rivoluzione si serve con l’obbedienza, mica con il peccato originale dell’intellettuale che pensa con la sua testa. Meo Porcello è così preparato in storia patria che racconta la Rivoluzione a modo suo, dice che Fidel è erede di Carlos Manuel de Céspedes, ché lui ha continuato la prima Rivoluzione del 1868. Bravo Meo Porcello che studi sui libri della retorica, bravo davvero. Io mica lo so se ci prende per il culo o se ci crede davvero alle cose che dice con quel bel faccione rosso vermiglio, però mi mette parecchia paura quando grida che il popolo cubano è preparato per resistere un altro mezzo secolo. Cazzo, Meo Porcello, tu fai il frocio con il culo degli altri, questo il problema. Non camperò un altro mezzo secolo, credo, ma l’idea di passarlo come questi primi trent’anni della mia vita mi prende male. M’importa un cazzo se ci accompagnerai nella dura battaglia, fattela da solo questa battaglia persa per costruire un mondo dove si rispetta la dignità dell’uomo. Qui sono cinquant’anni che tutto si fa meno che pensare a chi ci vive in questo maledetto paese, dove la gente scappa, approfitta di ogni mezzo per darsela a gambe e lasciarvi soli a sparare cazzate da una tribuna prefabbricata sul lungomare.
Meo Porcello parla a raffica e sembra che il discorso gliel’abbia scritto Fidel, da quant’è simile alle cose che diceva il vecchio quando era nei suoi cenci, che Dio lo conservi. Ci dice che a Cuba non sarà più vietato costruirsi o riparare la propria casa da soli. Cazzo che conquista! In tutto il mondo normale divieti come questi farebbero ridere i polli. Noi bisogna ringraziare Raúl perché li toglie.
Speedy Gonzales inaugura a Santiago un quartiere di petrocasas, abitazioni costruite con tecnologia venezuelana che combina Pvc e ferro, come misura tampone contro la scarsità abitativa dopo il passaggio degli ultimi uragani. A dire il vero le case ci si riparavano da soli pure quando era vietato, ma adesso che si può fare continueremo a farlo più volentieri. Cosa vuoi raccontare a gente come questa, che la Terra è tonda? L’ha già detto Galileo, mi pare, e qualcuno non ci credeva. E poi ci sarebbero altri problemini in questa terra maledetta dal sole infernale d’un’estate perenne. Ve ne dico qualcuno, così, tanto per gradire, magari prendete nota e nel prossimo discorso al popolo combattente ce li raccontate. Ci sarebbero salari da fame, doppia valuta in circolazione, trasporti che non funzionano, divieti di uscire e rientrare nel Paese, mancanza di libertà di espressione. E mica ho finito… solo che per adesso basterebbe, così, tanto per gradire. Cominciare da questo sarebbe un buon inizio.
Speedy Gonzales, invece, con il sostegno di Meo Porcello, dice che adesso dobbiamo costruire le case da soli, invece di ricorrere al metodo della microbrigada, siamo liberi di mettere su mattoni e calcina, travi di ferro e tetti di tegole in alluminio. Tutto da noi, con i soldi che non abbiamo, almeno chi lavora per lo Stato e non s’ingegna diversamente, chi segue le regole martiane e bolivariane, chi si fa il culo per loro da cinquant’anni. E allora compagni cubani che avete accalappiato uno straniero parecchio ricco che spedisce soldi dall’estero datevi da fare. Costruitevi la casa. Pure voi ragazzi cubani che vi fate il mazzo nella fredda Europa come lavapiatti, che non si sa come siete riusciti a scappare ma potete tornare, spedite denaro ai parenti e fatevi la casa. E ancora voi, cubani di Miami, anche se Speedy Gonzales e Meo Porcello vi chiamano vermi capitalisti, mandate dollari freschi ai parenti poveri che loro si faranno le case.
Bene. Pure io pubblico libri in Italia e ogni tanto un po’ di soldi arrivano. Magari pochi, ma meglio di niente qualcosa fanno. Bene. Allora quasi quasi anch’io mi faccio la casa…
Alejandro Torreguitart Ruiz
3 gennaio 2008
Traduzione di Gordiano Lupi
http://www.infol.it/lupi
Il 6 Gennaio 2009 alle 15:40 nhico ha scritto:
La massima aspirazione di molti di noi umani è una casa di proprietà. Sotto ogni latitudine. Negli States, un gruppo di banchieri assatanati, al solo scopo di arricchirsi, dimenticando le più elementari regole del dare e dell’avere, spingono le famiglie verso quell’ eldorado. Si vendono case. Girano soldi. Si arricchiscono banche, costruttori e intermediari immobiliari a danno di chi è stato poco guidato nell’ acquisto delle quattro mura. Ed era, o meglio appariva, così grande la torta da spartire, che nessuno ha voluto rinunciare alla sua parte. Tanto che hanno dovuto inventare un nuovo prodotto finanziario per soddisfare le tante richieste dall’estero. E, mentre i caveau elettronici delle banche dei paesi più industrializzati del mondo si riempivano all’ inverosimile, tutti pensavano di aver fatto dei buoni affari. Poi, come si dice in gergo, scoppiò la bolla e il sistema bancario mondiale andò in fibrillazione. Il resto è cronaca. Non pensò, però, che gli storici daranno la colpa di ciò al presidente uscente. Né del fatto che, con ogni mezzo, ha tenuto lontano dagli Stati Uniti i terroristi islamici. Penso, invece, che per l’ America i veri guai cominceranno con la nuova amministrazione. Ancora Obama non ha messo piede alla Casa Bianca, ma va già perdendo, per scarsa moralità, pezzi del suo staff. E non va meglio con le sue scelte operative. Leon Panetta, l’ex capo di gabinetto di Clinton, alla Cia, proprio per la poca esperienza in tema di intelligence, è considerata dallo stesso New York Times, un giornale che non poco ha contribuito alla sua elezione, una scelta anomala. Ed è solo il prima dell’ inizio.
Il 7 Gennaio 2009 alle 19:48 Corrado Buccieri ha scritto:
Penso che il rammarico maggiore di Bush è di andarsene
senza aver attaccato anche l’Iran.
Il 7 Gennaio 2009 alle 19:50 Corrado Buccieri ha scritto:
Perchè lui non si riteneva di essere il grande presidente Usa, bensì il Capo di Stato Maggiore dell’
esercito mondiale.
Il 6 Febbraio 2009 alle 20:49 framarcan ha scritto:
E se non ci fosse stato Bush?
A troppe rivisitazioni stiamo assitendo; troppe verità nascoste vengono a galla; troppe menzogne narrate nei libri di storia degli ultimi decenni del secolo stiamo scoprendo.
Ancora però qualcuno, che forse rimpiange l’era dei potenti capi comunisti e del KGB (che sta riattivandosi sotto altre spoglie)insiste nel volerci imporre la propria verità.
Lasciamo che il tempo consenta di far luce vera sulle recenti vicende e forse apprezzeremo di più un Presidente che ha avuto il coraggio di affrontare momenti difficili per noi tutti.
Il grande Obama non ha già sbagliato? quante volte ancora lo farà?
la storia dei Kennedy dovrebbe insegnare qualcosa soprattutto a chi ha vissuto in America per tanto tempo.
francesco cananzi
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