Ferrara: I dolori del giovane Obama

Barack Obama con la first lady Michelle

L’arcitaliano 

L’inaugurazione del mandato presidenziale in America è una cerimonia in costume, tra le coccarde e le musiche bandistiche e le divise e gli abiti cerimoniali e altri segni di attaccamento alla tradizione sembra di rivivere i tre secoli che precedono il nostro. Ma sembra anche una cerimonia religiosa, l’incoronazione del capo di una comunità scandita dalla preghiera, dalla predica, dal giuramento sulla Bibbia, dalla benedizione, naturalmente in una tonalità protestante dove ciò che importa è “we, the people”, cioè la sovranità collettiva di una grande democrazia costituzionale che si considera una luce su una collina, e una misura di Dio fatta per ciascuno dei partecipanti, fatta per gli individui e le famiglie. Molto bella ed emozionante, per chi ha fiducia nella ritualità monarchica di tutte le solide repubbliche.

L’incoronazione di Barack Obama aveva tratti splendidi, con quella suggestione imperiale che è indicata dalla vivacità cromatica, dalla diversità delle folle, dalla presenza danzante di così tanti neri, asiatici, latinos mescolati in un seguito ininterrotto di feste, di concerti, di canti corali sugli spartiti di canzoni e inni che ciascun americano impara a memoria a scuola e non dimentica mai più. La musica cantata in coro è forse il maggior pegno di integrazione e di ossequio laico alla trascendenza della cittadinanza rispetto all’individuo. Le discussioni di questi anni sul bisogno, o no, di una religione civile capace di legare il vulgo disperso di una repubblica fragile come la nostra si capiscono meglio quando si guardano queste cerimonie tipicamente americane.

Non importa che poi a Washington tendano a comandare in effetti poche famiglie influenti, alleate con i principi della borsa di New York e con il grande business. Non importa che, specie negli ultimi tempi, la presidenza fosse diventata quasi un fatto dinastico, con le famiglie Bush e Clinton sempre dentro o nei dintorni della Casa Bianca. Gli americani sanno che i riti della democrazia sono solo una parte della politica, ma guardano a quella folla variopinta di giudici, congressmen, funzionari pubblici, pastori, lobbisti e altri agenti di influenza, militari, business-men che circondano l’eletto, il prescelto, come al contorno decisivo dell’unzione democratica, della santificazione, sempre reversibile a giudizio delle assemblee elettive sovrane, di un comandante in capo che, finché gli si lascia il potere, è autorizzato a esercitarlo senza troppe remore, riserve, condizionamenti, ricatti di palazzo.
Questo presidente giovane, nero, energico, follemente ambizioso, grande oratore nella tradizione solidarista democratica, ma anche politico realista della scuola di Chicago, è ora alla prova. Deve fermare la crisi con la forza dell’intervento pubblico, ma senza proporre un modello socialdemocratico all’europea che dividerebbe il paese e si incaglierebbe nelle procedure dell’economia mondializzata. Deve estrarsi dalla tragedia claustrofobica in cui George W. Bush e Dick Cheney hanno dovuto recitare la parte del cattivo, e proseguire in quella guerra al terrorismo di cui ha riconosciuto la realtà. Programma da far tremare anche un gigante.
Finora l’idealismo di Obama, il suo spirito sognatore, era il prodotto della parola incarnata in lui stesso, nella sua biografia, nella storia sacralizzata della sua diversità e della sua identità profondamente americana, di qui il suo tratto messianico, la sua forza di rassicurazione e la statura di guida morale, oltre che politica.
Ma il giorno dopo l’inaugurazione del primo mandato tutto questo è finito, e per quanta pazienza manifestino gli americani nella considerazione del presidente e della sua agenda, per quanto gli promettano di non giudicarlo una delusione troppo presto, di lasciargli un grande spazio di manovra adeguato alla vastità della crisi, la resa dei conti comincia da subito.

Commenti

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Il 23 Gennaio 2009 alle 16:57 shift ha scritto:

Ha proprio ragione Ferrara, la resa dei conti inizia da subito, infatti:

“A chiedere una verifica dello status anagrafico del neo comandante in capo, e l’eventuale impeachment a tre giorni dall’insediamento (un record), e’ un movimento trasversale guidato dall’ex ministro della Giustizia democratico della Pennsylvania, Peter J. Berg.

Sulla scia di una ventina di istanze legali, istituite finora da avvocati e fondazioni giuridiche in altrettanti Stati.

E con la spinta di una petizione alla Corte Suprema da 300.000 firme e di un passaparola in rete da 100 milioni di contatti..

Obiettivo, costringere Obama a rendere pubblico il suo certificato di nascita originale.

Allo scopo di scongiurare una crisi istituzionale senza precedenti, che porterebbe all’annullamento di ogni trattato, ordine o nomina da lui varati.”
Tratto da Libero del 23 gennaio 2009

In altre parole sembra che Obama non sia nato in USA, cosa che per le leggi americane per l’elezione a Presidente non si deroga, perche’ le norme sono draconiane a tale proposito.

Il 23 Gennaio 2009 alle 21:42 paolosco ha scritto:

Le autorità delle Hawaii hanno confermato l’autenticità del certificato di nascita di Obama lo scorso ottobre. Per fortuna la stampa USA non dà nessun credito al “movimento trasversale” citato da Libero. E’ stata pubblicata da diverse fonti, invece, la notizia che la Corte Suprema ha già respinto le istanze di un certo Donofrio (secondo il quale nemmeno McCain aveva i titoli per la candidatura a Presidente) e anche l’istanza di Berg è già stata respinta dai tribunali della Pennsylvania.
Naturalmente su Internet continueranno a proliferare le leggende metropolitane e le teorie complottistiche.
Per chi ama la satira consiglio
http://www.wikiality.com/Obama.....t_Petition
Libero non mi sembra all’altezza, non fa nemmeno ridere. Meglio che si mettano a fare i giornalisti (sul serio).
In quanto alla “resa dei conti”, sicuramente la campagna elettorale è finita e Obama ora è messo alla prova. Direi che la maggior parte della gente qui in America ne è consapevole e anche che c’è una grande dose di realismo e una vera disponibilità a “lasciarlo lavorare”, come si direbbe in Italia, e a non pretendere risultati istantanei o miracolosi.

Il 24 Gennaio 2009 alle 12:40 shift ha scritto:

Il problema del certificato di nascita di Obama e’ serio, sempre tratto da Libero del 23 gennaio 2009:

“A registrare il neonato Obama fu la madre Stanley Abb Dunham presso il Dipartimento della sanità dello Stato americano delle Hawaii, l’8 agosto 1961.

Trattasi però di mera (e obbligatoria) segnalazione della nascita, avvenuta il 4.

Non dell’atto che documenta il parto, emesso dall’ospedale o dal medico competenti.

In ossequio allo statuto 338-178, era allora pratica comune per le autorità di Honolulu accettare anche la registrazione di bimbi nati all’estero, qualora i genitori avessero eletto residenza sull’isola.

Dunque tale certificato (o “Live birth”), postato dallo stesso Obama sul suo sito per placare le polemiche, non ha molto valore.”

E sempre da Libero del 23 gennaio 2009:

“La domanda sorge spontanea: cosa costava a Barak Obama tacitare le voci (emerse già in campagna elettorale) su una sua presunta nascita in Kenya, e sulla successiva acquisizione della cittadinanza indonesiana, diffondendo copia autenticata del proprio certificato?

Per richiedere una bona fide copy al Vital Statistics Bureau bastano 5 dollari, Obama ha preferito spenderne quasi un milione, incaricando un team di avvocati di contrastare le pretese dei querelanti.

Viene il sospetto che qualcosa da nascondere ci sia”.

E ancora sempre dalla stessa fonte giornalistica e dallo stesso articolo:

“Credere che a pochi giorni dal parto (Shift: si parla della madre di Obama) se ne sia tornata in America e’ piuttosto arduo, considerando il ferreo divieto di volo alle gestanti in fase avanzata.

La nonna africana di Obama, Sarah, ha affermato in alcune interviste (e il 16 ottobre con il reverendo Ron Mac Bae) d’aver assistito alla nascita del futuro Presidente in Kenya, al Coast province Hospital di Mombasa.

Una conferma incrociata l’avrebbe carpita al responsabile del Provincial civil registrar di Mombasa l’affidavit di un altro reverendo, Kweli Shuhubia.

Ma anche la sorella e lo zio di Obama, Maya e Sayd, non sanno indicare con certezza il luogo natio del celebre parente (“The Obama Nation”, pag. 21-30).

Anche l’ambasciatore del Kenya, ha rivendicato nella patria africana la culla del neo presidente. Lo rivela in una intervista a Radio 101 Detroit. ”

Come si vede notizie precise e circostanziate, che lasciano forti dubbi sulla possibilità che Obama non venga dimesso dalla Corte Suprema, che sta tuttora vagliando.

Quindi i dolori, come diceva Ferrara ci sono per Obama, eccome!

Il 24 Gennaio 2009 alle 14:02 nhico ha scritto:

I dolori di parto, dentro o fuori l’America, sono stati della madre del giovane Obama, ma lui, che ha dovuto giurare due volte per evitare inghippi alla sua presidenza, ha già esaurito tutti gli aiutini. E, da ora in poi, tutti gli scivoloni saranno suoi.

Il 26 Gennaio 2009 alle 21:56 paolosco ha scritto:

non riesco a inserire altri commenti, qualcuno mi sa spiegare perché?

Il 26 Gennaio 2009 alle 21:57 paolosco ha scritto:

Forse il mio commento era troppo lungo, chiedo scusa.
Provo a inserirlo a pezzi:
http://www.philly.com/philly/h.....66049.html
[…]
Berg, a Hillary Clinton supporter, announced he’s filing a federal lawsuit today, claiming that Obama lost his citizenship when his mother relocated the family to Indonesia when Barack was a boy.
Under the law, however, moving to a foreign country does not negate an American’s citizenship.
Berg said that he’s acting on his own, not as an agent for the Clinton campaign. Republicans were prepared to file a similar lawsuit after the Democratic convention, he said.

Il 26 Gennaio 2009 alle 21:59 paolosco ha scritto:

Quello sopra è un passaggio di un articolo di Philadelphia Daily News dello scorso agosto.
Di seguito un altro articolo di settembre della stessa testata, tanto per chiarire i termini della questione riferita confusamente da Libero

http://www.philly.com/inquirer.....86554.html
Challenge to Obama is rejected
Justices declined to take citizenship case.
By Michael Doyle
McClatchy Newspapers
WASHINGTON - The Supreme Court declined yesterday to hear a long-shot challenge to President-elect Barack Obama’s electoral eligibility.
Without comment, the court brushed off a New Jersey man’s lawsuit contending that Obama did not meet the Constitution’s citizenship requirements for the presidency.
The lawsuit was one of various challenges, promoted on Web sites and in the conservative media, that differ somewhat in detail but build on common questions and insinuations about the circumstances of Obama’s birth.
Obama was born in Hawaii on Aug. 4, 1961. His mother was a U.S. citizen, and his father, a native of Kenya, was a British subject.
Retired attorney Leo C. Donofrio of East Brunswick, N.J., argued in his petition to the Supreme Court that because Obama had dual nationality at birth, he was not a “natural born” citizen.
Anyone born on U.S. soil is a U.S. citizen, regardless of his or her parents’ immigration status.
The persistence of the citizenship questions drove Obama’s campaign to post a copy of his state-issued birth certificate online in June. Hawaii state officials confirmed Obama’s birth there and the authenticity of the document.
Some conservative activists have not been convinced. They have been paying for ads and filing multiple lawsuits.
The justices still must dispose of at least one other legal challenge to Obama’s eligibility, filed by lawyer Philip J. Berg of Lafayette Hill, Pa. A federal judge in Philadelphia threw out Berg’s lawsuit in October, saying he lacked legal standing to bring the challenge.

Il 26 Gennaio 2009 alle 22:10 paolosco ha scritto:

A proposito della precisione e dell’attendibilità dell’articolo di Libero, a suscitare qualche dubbio possono bastare affermazioni come questa (sempre dal solito pezzo del 23 gennaio)
“Verifica necessaria In un Paese come gli Usa, dove senza certificato di nascita non ti danno la patente o la tessera del club”
Io sono un cittadino italiano residente negli USA, ho una regolare patente americana, nessuno mi ha chiesto il certificato di nascita. Per il resto, non so a quali club si riferisca il giornalista, ma suggerirei, appunto, di essere un po’ più preciso e di non riportare pedissequamente le storielle che circolano su Internet.
E che dire di questa circostanziata ipotesi?? Cito (sempre dal solito articolo):
“Credere che a pochi giorni dal parto (Shift: si parla della madre di Obama) se ne sia tornata in America e’ piuttosto arduo, considerando il ferreo divieto di volo alle gestanti in fase avanzata.”
Ma chi ha stabilito che la madre di Obama (che viveva alle Hawaii) era andata in Kenya a partorire? E se così fosse, sarebbe ritornata alle Hawaii nel giro di 4 giorni per registrare la nascita?? Come diceva lo stesso giornalista nello stesso articolo, infatti: “A registrare il neonato Obama fu la madre Stanley Abb Dunham presso il Dipartimento della sanità dello Stato americano delle Hawaii, l’8 agosto 1961.”
Che Obama sia nato alle Hawaii lo hanno confermato le autorità di quello stato. A quanto risulta dalla stampa americana, nemmeno il famigerato Berg lo mette in discussione.
Il problema qui non è la cittadinanza di Obama, ma come sia possibile che un giornale italiano pubblichi una bufala del genere. Rimando a un interessante articolo di Giuliano Ferrara del 2000, s’intitolava “Attenzione, caduta mitomani”. A quanto pare quelli di Libero non gli hanno dato retta.
http://archivio.panorama.it/ho.....0001011008

Il 26 Gennaio 2009 alle 22:26 paolosco ha scritto:

Per i media americani il caso era chiuso (al più tardi) all’inizio di dicembre 2008. Chi è interessato può andare a cercare gli articoli di Los Angeles Times, Baltimore Sun, Daily Nation (testata africana) - ho cercato di inserire i link nel post, ma sembra che ci sia un problema, ci riprovo dopo.
Ma quali sono allora le fonti delle notizie “precise e circostanziate” di Libero?
In attesa che qualcuno dimostri il contrario, ho un suggerimento: c’è una miriade di siti Internet di nessuna attendibilità, dediti a fanatismi vari e strampalate teorie complottistiche.

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