Romano: La City è nuda

Fra tanti inconvenienti, le grandi crisi hanno il vantaggio di mettere alla prova le idee e i modelli che erano stati presentati e percepiti, negli anni precedenti, come miracolosi toccasana. Sono il momento della verità, quello in cui l’imperatore, come nella favola di Hans Christian Andersen, è nudo.
Il più nudo degli imperatori europei, in questo momento, è la Gran Bretagna. Margaret Thatcher ebbe il grande merito di sfidare la correttezza politica dell’ideologia dirigista con cui i laburisti avevano costruito il modello britannico del secondo dopoguerra. Tenne testa alla sfida dei minatori e liberò l’economia nazionale dal ricatto del carbone. Convinse le università a cercare in se stesse e nelle proprie potenzialità scientifiche i finanziamenti di cui avevano bisogno. Liberalizzò il settore dei servizi. Ridette fiato all’iniziativa privata. Modernizzò la City di Londra con un avanzato sistema informatico e ne fece il maggiore concorrente di Wall Street su scala mondiale. Ma non esitò, in corso d’opera, ad abbandonare lungo la strada una buona parte del grande patrimonio industriale britannico.
Scomparvero così, o furono comprate da gruppi stranieri, le industrie che, come quelle dell’auto, erano state per molte generazioni i pilastri dell’economia nazionale. La formula dette buoni risultati e venne adottata dai successori della Lady di ferro. Tony Blair conquistò la leadership del suo partito e vinse tre elezioni consecutive anche e soprattutto perché lasciò chiaramente intendere che il laburismo non avrebbe messo in discussione l’eredità di Margaret Thatcher.
Fu quello il momento in cui il modello messo a punto dalla Lady di ferro sembrò inattaccabile e cominciò a sedurre una buona parte della sinistra riformista del continente. Ma nel sistema vi era un virus a cui pochi prestarono attenzione. L’economia britannica era pericolosamente squilibrata.
Un banchiere italiano, recentemente, ha fatto a questo proposito un’osservazione interessante. La crescita dell’economia britannica è stata negli ultimi anni considerevole. Ma provate a togliere dal tasso di crescita la parte delle attività finanziarie e vi accorgerete che quella rappresentata dalla produzione (l’economia reale) è inferiore alla crescita italiana.
È questa la ragione per cui la crisi del credito ha colpito la Gran Bretagna molto più dei suoi maggiori partner europei. Per Londra, quindi, questa non è soltanto la crisi delle banche. È la crisi del modello di cui la Gran Bretagna ha orgogliosamente rivendicato la paternità e che ha giustificato ai suoi occhi, fra l’altro, la decisione di non adottare l’euro.
La crisi del modello ha già avuto alcune conseguenze, tra cui la fine dello sprezzante scetticismo con cui la Gran Bretagna ha guardato l’euro in questi anni. Di fronte alla maggiore protezione di cui godono i paesi che l’hanno adottato, qualche inglese comincia a chiedersi se il rifiuto della moneta unica non sia stato un errore. Ma vi saranno anche conseguenze politiche di cui vedremo gli effetti alle prossime elezioni, probabilmente nel 2010.
E vi sarà un pubblico esame di coscienza sul ruolo del paese nel mondo. Qualcuno osserverà allora che la scelta di un sistema finanziario simile a quello americano e il rapporto speciale con gli Stati Uniti hanno prodotto il coinvolgimento nella guerra irachena e, ora, la crisi del credito. Mentre gli altri paesi dell’Unione Europea devono correggere, rattoppare e ricucire, l’imperatore britannico ha bisogno di un abito nuovo.

Commenti

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Il 30 Gennaio 2009 alle 18:54 nhico ha scritto:

I buoni tessuti ed i buoni sarti a Londra non sono mai mancati. Certamente sapranno trovare il bandolo di questa intrigata matassa. Senza necessariamente tagliare il cordone ombelicale con gli Usa.

Il 31 Gennaio 2009 alle 19:40 sayonara ha scritto:

D’accordo nhico, ma l’articolo del sign Romano pone l’accento sulla crisi/fine di un modello e di un sistema economico/finanziario che fino a ieri sembrava a “prova d’urto” o all’avanguardia. Ora si scopre che le “retroguardie” in realtà reggono (per il momento) un po’ meglio e su questo bisogna sollevare degli interrogativi seri.
Il comunismo è fallito da tempo ma il capitalismo (e gli USA sono la massima incarnazione del modello capitalistico) non sembra stare molto meglio. Questo è il punto dell’articolo mi pare…… nella maniera sempre inappuntabile di un grande storico e attento osservatore della realtà quale è il sign Romano.

Il 5 Febbraio 2009 alle 18:58 Corrado Buccieri ha scritto:

In realtà….l’America ha toccato i minimi termini e
la cugina UK la sta seguendo.I tempi cambiano.

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