Belpietro: Pensioni, la paura fa 60

Un modulo della pensione

Editoriale 

Non c’è niente da fare: da noi appena si tocca un privilegio la categoria coinvolta si ribella e costringe la politica a ritornare indietro con la coda fra le gambe. È successo con i tassisti, è capitato con i magistrati. Se ne deduce che fare le riforme in Italia è da sempre un’impresa ardua. C’è però una missione che appare più complicata delle altre ed è cambiare la previdenza. Chi tocca le pensioni muore e lo sa bene Silvio Berlusconi che proprio su quella materia vide naufragare il suo primo governo, nel 1994.
Il Cavaliere, già sotto scacco dei magistrati che gli inviarono il famoso avviso di garanzia a mezzo stampa mentre era in corso il G7 a Napoli, cadde sulle proteste contro la riforma previdenziale, che spaventarono Umberto Bossi e lo spinsero a uscire dal governo. Sarà per questo che quando c’è da metter mano alle pensioni il premier ci va con i piedi di piombo.
Di sicuro la vicenda dell’innalzamento dell’età pensionistica per le donne che lavorano nel settore pubblico è stata maneggiata con la massima cura. Infatti, nonostante la misura sia sollecitata dall’Unione Europea, che intende equiparare il trattamento delle signore a quello dei maschi, i ministri competenti si sono mossi con una cautela straordinaria, ipotizzando correzioni lievi in un arco di tempo molto ampio. In realtà il passaggio al tetto dei 65 anni, dagli attuali 60, avrebbe bisogno di essere fatto in fretta.
La gradualità forse risponderà a regole di cortesia imposte dal galateo, trattandosi di donne, ma non risponde certo a criteri di economicità. Per capirlo basta dare un’occhiata ai conti dell’Inpdap, l’ente previdenziale dei dipendenti dell’amministrazione pubblica.
Nonostante il lavoro del commissario, che fa di tutto per risparmiare, l’istituto ha un disavanzo di 8 miliardi di euro. Una cifra enorme che serve a pagare oltre 2,6 milioni di pensioni agli ex dipendenti pubblici e che non è controbilanciata dai contributi versati dai 3,3 milioni di impiegati statali. Secondo alcune simulazioni, se non si interviene in fretta, nel giro di soli cinque anni gli 8 miliardi di buco diventeranno 14. In pratica, in capo a un decennio, l’Inpdap rischia di trasformarsi in un’autentica voragine per il bilancio dello Stato.
Mandare dunque in pensione le donne più tardi, adeguando le norme che le riguardano a quelle dei colleghi uomini, non è un dispetto né una mancanza di riguardo nei confronti di lavoratrici che quasi sempre hanno una doppia occupazione, quella di impiegate e di mamme, come ho letto su qualche giornale. Ritardare il loro pensionamento è semplicemente una necessità, anzi un’urgenza. E forse qualcuno farebbe bene a spiegarlo. Tacere i danni che possono essere prodotti continuando a nascondere la testa sotto la sabbia non ha molto senso.
Capisco che il sindacato faccia il suo mestiere e strilli ogni volta che si sfiora l’argomento, ma la buona politica ha l’obbligo di rimuovere ciò che non funziona e soprattutto di decidere. Toccare le pensioni non è, né mai sarà, popolare. Però il sistema così com’è non regge e viaggia allegramente verso il crac. Aspettare non serve a nessuno, certamente non al Paese.
Dunque, lancio una modesta proposta: il governo si procuri un amuleto che scongiuri la malasorte, che allontani i ricordi degli insuccessi passati, e poi faccia la riforma previdenziale. Quella che riguarda le lavoratrici del pubblico impiego e quella che interessa i dipendenti privati. Approfitti della diffusa percezione di un cambiamento epocale provocato dalla crisi economica che sta squassando i mercati e il mondo. Decida. Del resto, se non ora, quando?

Commenti

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Il 13 Marzo 2009 alle 22:27 tonino1948 ha scritto:

Gentile Direttore, come si conciliano le sacrosante considerazioni contenute nel suo articolo con l’intento del Governo di pensionare forzosamente lavoratori con 40 anni non si sa ancora se di servizio o di contributi, con l’effetto di lasciare a casa persone in massima parte al di sotto dei 60 anni?

Il 14 Marzo 2009 alle 08:21 alman9000 ha scritto:

Finalmente! Ci risiamo! Evviva! Siamo alla ennesima rievocazione dei fattacci del ‘93 che avevamo perso di mente.
Dunque il Cavaliere si prese uno scotto tale in quell’occasione che ancora se lo ricorda e non vuole ripetere lo scontro con il sindacato in tema di pensioni. Quindi bando alle remore e riformiamo il sistema previdenziale poiché ci stiamo avviando verso il disastro.
Alcune precisazioni:
1)nel ‘93 il Cavaliere è stato oggetto di un invito a comparire e non di un avviso di garanzia mentre si trovava a Napoli e fu contattato telefonicamente dai carabinieri incaricati della consegna degli atti la sera prima della pubblicazione della notizia sul Corriere della Sera.
2)a Napoli non era in corso un vertice del G7 ma una conferenza internazionale sulla legalità.
3)Il governo Berlusconi cadde per la sfiducia votata dal partito di Bossi che si era imbufalito per il fatto che il Cavaliere aveva cominciato a fare campagna acquisti tra i rappresentanti della Lega come se si trattasse di una campagna acquisti tra squadre di calcio e in secondo luogo perché non riteneva giustificata una modifica brutale del sistema previdenziale come era stata proposta dal governo.
4)Il sindacato è stato contrario alla riforma delle pensioni proposta dal Cavaliere per lo stesso motivo denunciato da Bossi.
5)Confindustria ritirò l’appoggio al governo Berlusconi e lo abbandonò al suo destino proprio sul tema previdenziale ritenendo del tutto impraticabili e controproducenti le proposte del Cavaliere.

La previdenza non può essere ricondotta a una semplice contabilità come quella fatta dalla serva di casa con i conti della spesa riportati su un pezzo di carta da formaggio. Altrimenti non si sarebbero mai potute fare in Italia le riforme sociali come quelle dell’agricoltura o del commercio che hanno permesso di modernizzare il nostro paese nel dopoguerra.

I conti dell’ente INPDAP non devono condizionare la riforma dello Stato che si rivela sempre più improrogabile: se i dipendenti attivi dello Stato diminuiscono a seguito di ristrutturazioni questo non deve pregiudicare i trattamenti pensionistici degli ex dipendenti.

Non si capisce dove sta il pericolo di voragine per i conti dello Stato: nel sistema previdenziale separato dei giornalisti? O in quello degli onorevoli? O in quello di tante altre categorie che si possono permettere una contabilità separata? O le spese inutili dello Stato rivolte in mille rivoli improduttivi?
O le spese di finanziamento dei giornali? Si potrebbe continuare per giorni in questo elenco.
Le riforme non si fanno con gli amuleti in mano o toccandosi i preziosi.

Il 14 Marzo 2009 alle 09:05 alman9000 ha scritto:

Ahi Ahi! Stiamo perdendo la memoria dei fatti per colpa dell’età che avanza, vero direttore?
Siamo un pochettino irrazionali nell’argomentare i problemi della previdenza, vero?
Purtroppo gli anni passano e la lucidità vacilla paurosamente.
Scrivere la storia del nostro paese non è così semplice come fare spiccioli di cronaca da redattori di giornali di provincia. Le riforme dello stato non si fanno con i conti della serva in mano.
La cosa più evidente è l’inadeguatezza della tua visione nell’affrontare il problema da te posto.

Il 16 Marzo 2009 alle 19:06 luigiadriano1 ha scritto:

Egregio direttore,l’istituto familiare,di cui la donna è una colonna portante,tutela,con disposizioni di immediata applicazione,la donna ed il suo ruolo all’interno di quella che è sempre stata considerata la cellula fondamentale della società.L’emancipazione della donna dagli anni ‘60 ha comportato una rivoluzione all’interno della famiglia e della medesima società.Leseparazioni,i divorzi,l’aborto,l’emarginazione e la delinquenza minorile sono il frutto della latitanza dello Stato,che ha progressivamente svuotato il dettato normativo teso alla tutela del nucleo familiare.La disgregazione della società è inarrestabile,anche alla luce di una cultura miope di coloro,che,come Lei,ritiene di dovere equiparare la donna all’uomo,a tutti i costi.La invito a considerare l’enorme ed abnorme dispendio del PIL,indipendentemente dalle crisi contingenti,per compensare soggetti come Lei ed altri del mondo dello spettacolo e dello sport.La spesa pubblica non è soltanto quella che finanzia servizi pubblici,ma anche e,soprattutto,tutto ciò che il consumatore-famiglia spende per soddisfare bisogni primari e secondari(sport e spettacoli compresi,gestiti da gruppi finanziari ed industriali, che si rivalgono sul consumatore).La donna,tutt’oggi,vive una condizione penalizzante,perchè costretta da una società complessa,sotto il profilo dell’assetto organizzatorio,ed apparentemente opulenta,ad esercitare una doppia attività per contribuire a fare vivere ai componenti il nucleo un effimero benessere materiale.La donna vive in una condizione lavorativa usurante;non appare,dunque,assolutamente equo attivare procedure di parificazione,che avrebbero effetti ancora più devastanti per la famiglia e la medesima società.L’utilizzo ottimale delle scarse risorse disponibili è una regola di politica economica e di economia politica che deve trovare applicazione mediante riforme strutturali che dovrebbero riguardare,in primis,le istituzioni dello Stato(riduzione del personale della Presidenza della Repubblica Italiana,riduzione del Parlamento ad una sola Camera,riduzione drastica del numero dei parlamentari,riduzione del numero dei Comuni,eliminazione delle Regioni,delle Comunità montane e delle Province),la revisione dell’organigramma delle pubbliche amministrazioni(a titolo esemplificativo,cito un Tribunale,ove,il 10/15 %
del personale è costituito da commessi ed autisti(4-5,che non servono al giudice,che ha l’esigenza di ausiliari qualificati).L’utilizzo pessimo degli strumenti di pianificazione urbanistica,che peggiorano l’attuale situazione di dissesto idreogeologico ed il degrado,spesso irreversibile dell’habitat naturale ed urbano,nonchè lo sperpero di denaro per consulenze da parte di politici incapaci devono essere messi immediatamente in discussione e non il sistema pensionistico.Quanto pubblico denaro riceve la carta stampata,anche quella “patrocinata” da vari parlamentari ? Prima di scrivere,consideri bene le Sue idee,perchè le persone non sono soltanto numeri.
Mi fermo,perchè avrei tanto altro da scrivere.
Con cordialità
Luigi De Marco

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