Romano: il braccio violento della crisi

Berlusconi e Sarkozy firmano l'accordo sul nucleare

L’europeo

Una vettura in fiamme in una strada della periferia di Parigi non è una notizia. Accade generalmente il sabato sera: una banda di ragazzi dà fuoco a un’automobile, la polizia e i pompieri intervengono, i ragazzi li aspettano per accoglierli a sassate, qualcuno finisce al commissariato, gli altri scappano. I moti e i disordini del 2005 sono stati energicamente affrontati da Nicolas Sarkozy, allora ministro dell’Interno. Ma persiste una turbolenza diffusa e latente, fatta di piccoli episodi che esplodono generalmente nelle notti del finesettimana.

Il governo di François Fillon ha adottato un piano che prevede contratti di lavoro per i giovani, incentivi alla scolarizzazione, miglioramento delle strutture scolastiche, nuove case più umane dei casermoni costruiti trent’anni fa. Sarkozy, negli scorsi mesi, ha creato un alto commissariato alle diversità e nominato alla sua guida un imprenditore di origini algerine, Yazid Sabeg. Si dice che il presidente voglia introdurre nel sistema francese la formula adottata negli Stati Uniti («affirmative action») per indurre le istituzioni pubbliche o finanziate dallo stato a inserire nei loro quadri una quota di funzionari o docenti appartenenti alle minoranze. Ma il piano, nonostante le buone intenzioni del capo dello stato, stenta a decollare e appare comunque insufficiente. Occorrerà parecchio tempo, nella migliore delle ipotesi, perché le misure adottate e i fondi stanziati comincino a produrre i loro effetti.

Le burocrazie si muovono lentamente e la crisi del credito costringe il governo a tenere conto di altre esigenze, più importanti per la ripresa della economia nazionale. Dalle banlieue nel frattempo escono, come nella primavera del 2005, segnali preoccupanti. Qualche sera fa, mentre la polizia disperdeva un gruppo di teppisti intorno a un’auto bruciata, un ragazzo, uscito dall’ombra con un fucile ad aria compressa, ha sparato contro la polizia una ventata di pallini di piombo.
Non è la prima volta: esiste forse un rapporto fra la crisi dell’economia e queste nuove ondate di violenza? Forse no. Ma la crisi avrà certamente l’effetto di acuire il disagio economico e sociale delle periferie. E può divenire preoccupante quando le rivendicazioni non sono soltanto economiche e sociali, ma anche etniche e religiose. Yazid Sabeg ha detto recentemente: “In Francia stiamo costruendo frontiere interne. L’apartheid non esiste nella legge, ma esiste nei fatti. Le cose si aggravano e la crisi rischia di aggravare ancora questa frattura”.
Questo malessere non è soltanto francese. I disordini greci degli scorsi mesi sono dovuti in buona parte all’esistenza di una corrente anarchica che risale alla guerra civile dell’immediato dopoguerra e alla resistenza contro il regime dei colonnelli negli anni Settanta. Ma la brusca interruzione della crescita e l’aumento della disoccupazione offrono agli anarchici l’occasione per muoversi all’interno di una più vasta area di malumore sociale.
Fenomeni analoghi appaiono, anche se con caratteri alquanto diversi, in Lettonia, in Polonia, in Islanda, in Romania, in Bulgaria, in qualche città russa particolarmente colpita dalla crisi e nei territori francesi d’oltremare, dalla Guadalupa alla Martinica. Là dove esistono antichi malesseri, vecchie rivendicazioni (i paesi baschi, l’Ulster) o potenziali tensioni etniche, la recessione è destinata ad avere ripercussioni non sempre prevedibili. La crisi, per ora, è principalmente economica. Ma potrebbe mettere in discussione, nei prossimi mesi, la sorte di alcuni governi e il futuro di alcuni regimi.

Commenti

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Il 22 Marzo 2009 alle 12:49 nhico ha scritto:

Le trombe menagrame, da più parti, annunciano catastrofe a non finire. E qualche trombone (Bocca su L’Espresso) arriva anche a dire che Obama farà una brutta fine. In tempi bui, si sa, le cassandre proliferano. Ma non necessariamente va ucciso il buonsenso. Seminare zizzania non serve a niente. I consensi persi, anche quelli elettorali, si riacquistano con le proposte intelligenti e mantenendo il sangue freddo. Non giocando a chi la spara più grossa.

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