Archivio di Aprile, 2009

Vespa: Perché Berlusconi esce illeso dalle macerie

Il cdm all'Aquila

Fuori Porta
Perché Silvio Berlusconi è più popolare dei suoi principali colleghi europei? L’ultimo numero dell’Economist rileva con molta perplessità che Nicolas Sarkozy nei sondaggi è sotto i sindacati (in genere poco popolari) sebbene i numeri della crisi francese siano migliori, per esempio, di quelli tedeschi. Gordon Brown e Angela Merkel non stanno messi benissimo. Il Cavaliere invece cresce. Più disgrazie gli cadono addosso, più cresce. Possiamo discutere sui numeri dell’indice di gradimento, non sulla sostanza. E la sostanza ci dice che la popolarità di Berlusconi, già alta al momento della vittoria elettorale di un anno fa, è cresciuta con i rifiuti di Napoli, poi con la crisi economica più grave da 80 anni, infine col terremoto dell’Aquila.
Per capire il fenomeno, vale la pena di sfogliare un quotidiano comunista, Il Manifesto. Spiega Ida Dominijanni (14 aprile): “Il terremoto… è stata l’apoteosi della vocazione antipolitica di Berlusconi, del suo antico presentarsi come un politico per caso, in prestito al Palazzo, ma cresciuto fuori del Palazzo, e come un premier per necessità, che per vocazione resta un imprenditore che s’è fatto da solo, che a ciascuno dice di farsi da solo, o nella fattispecie di rifarsi, anche sotto una tenda”.
L’allusione al rifarsi è motivata dal racconto poche righe prima della dentiera fatta avere a tempo di record a una signora che l’aveva persa tra le macerie della propria casa e all’impegno di altre due anziane sfollate di andare dal parrucchiere in cambio di due tailleur nuovi. Come dire: basta un modesto gesto d’attenzione per conquistare una persona per sempre e garantirsi un clamoroso effetto moltiplicatore. “Che può fare una sinistra più agonizzante che malconcia dinanzi a un populismo così spontaneo e naturale?” si chiede Il Manifesto. “Intanto non snobbare il problema, non liquidare il populismo come un sottoprodotto politico necessariamente di destra”. E quant’altro.
Piaccia o non piaccia, Berlusconi è l’uomo del fare. Sbuffa contro le lentezze di un sistema bicamerale perfetto e si rifugia nei decreti legge. Lamenta gli estenuanti dibattiti parlamentari (la democrazia esige le sue piccole noie) e propone di far votare solo i capigruppo. Si sente imbrigliato nei vincoli costituzionali che il presidente della Repubblica (e ora anche quello della Camera) gli ricordano ogni momento e deve abbozzare. Ma appena arriva un’emergenza rinasce. Perché rinasce?
Perché emergenza chiama commissario e il commissario agisce per le vie brevi, saltando le procedure. Guido Bertolaso e Gianni Letta si ammazzano di lavoro, l’uno sul campo, l’altro nelle retrovie di Palazzo Chigi. Ma il commissario ideologico è il Cavaliere. È lui che sfida il destino dicendo che già nel primo autunno, quando a L’Aquila comincia il gran freddo, gli sfollati dormiranno in una casa vera. Come farà, non sappiamo. Ma l’ha promesso e c’è il rischio che ce la faccia.
Quando va a L’Aquila, Berlusconi si siede con gli uomini della Protezione civile e guarda carte, rilievi, progetti. Sa che tra lui e le nuove case non c’è alcun ostacolo se non il tempo. Niente doppie letture parlamentari in commissione e in aula, niente conferenze di servizi, niente rallentamenti burocratici, niente fondi virtuali.
La vita non può scorrere sempre così, Berlusconi ha dimostrato di saperci fare anche con la crisi (il suo consenso non è sceso nemmeno lì). Ma dategli una vecchietta senza denti e un quartiere da ricostruire senza intoppi e lui trionferà.
La sinistra più intelligente l’ha capito e si chiede se anche la politica italiana nel suo complesso non uscirà cambiata dal terremoto dell’Aquila.

Ferrara: Abbattiamo il muro del 25 aprile

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

L’arcitaliano
Silvio Berlusconi fa bene a farsi il suo 25 aprile. Ma chi lo provoca a festeggiare dovrebbe dare ragione della festa. Che è una bella festa, in origine. Giusta, perché c’è stato un momento in cui bisognava scegliere e trovare una verità e viverla. E quel momento e quella scelta vanno ricordati nel tempo. C’è gente che ha sfigurato il 25 aprile, nei mesi successivi della rabbia e della maledizione. Ma prima un mucchio di gente si era fatta valere, aveva fatto quello che considerava il proprio dovere, sacrificato esistenza libertà e vita per fare la cosa giusta.
Bella pagina, da ricordare. In modo sobrio, intelligente, sincero, senza faziosità, senza strumentalismi politici di bottega, senza riserve e intenzioni nascoste, senza sputare in faccia a quelli che morirono dalla parte sbagliata, senza coprire il giorno del ricordo con le menzogne di una storia che divide. Ma prima di tutto bisogna domandarsi: che ne abbiamo fatto della Repubblica nata dalla Liberazione?
L’abbiamo abrogata, cancellata nella vergogna e nel disonore. L’abbiamo rimossa con tutta la forza del circuito mediatico-giudiziario. Non abbiamo soltanto messo in carcere alcuni corrotti con un giusto processo, abbiamo distrutto con brutalità un sistema, una cultura, un modo di essere della vecchia democrazia repubblicana. Abbiamo sepolto la memoria istituzionale e politica della Repubblica sotto una gigantesca ondata di demagogia e di discredito.
Nemmeno un partito di quelli che hanno firmato la Costituzione, nemmeno uno spezzone della classe dirigente che era passata dal Comitato di liberazione nazionale alla Costituente, niente e nessuno è stato risparmiato dal grande repulisti dei primi anni Novanta. Tutti ladri e mafiosi. Tutti costretti alla fuga, al cambio del nome, al mimetismo, alla cancellazione dell’identità storica. In un certo senso verrebbe da domandarsi: che cosa c’è da festeggiare? E da rispondersi: niente, niente più.
Il crollo del Muro di Berlino ha poi fatto la sua parte. L’equivoco dell’antifascismo non democratico, della lotta di liberazione condotta con tutte le riserve di un’ideologia totalitaria, è saltato. Si è capito che il bagaglio retorico del vecchio antifascismo da arco costituzionale era troppo pesante per continuare a portarlo appresso. Ci sarebbe voluta una genuina revisione storica dei presupposti del 25 aprile, ovvero le ragioni sbagliate di tanti che combatterono dalla parte giusta.
Ci pensò proprio Berlusconi, dopo Bettino Craxi, a rifare i conti con il 1945, e a rifarli attraverso i fatti della politica. Prima riscoprendo e rilanciando in modo salutare, qualche volta con insistenze e atteggiamenti fobici un po’ anacronistici, il valore storico dell’anticomunismo. Poi legittimando nella politica italiana quella destra «impalatabile» che era stata brutalmente esclusa dall’arco costituzionale, un’esclusione che funzionava da alibi per la permanenza in vita, oltre i limiti del consentito, del comunismo all’italiana.
Oggi che quell’alibi è caduto quella destra ha, anche grazie a Berlusconi, un leader che è un riverito e accettato presidente della Camera capace di predicare la necessità di un 25 aprile unito, senza se e senza ma.
Il 25 aprile è stato svuotato del suo profondo contenuto di libertà con la barbarie giustizialista, poi è stato trasformato in parata faziosa, in politicizzazione abusiva di una ricorrenza nazionale di gioia e di riscatto. Ecco, speriamo che Berlusconi trovi le parole per dire un nuovo 25 aprile, più convincente di quello abbandonato dagli antichi partiti in rotta politica e morale lungo gli ultimi 20 anni.

Romano: Svolta pericolosa per Obama

Chavez_Obama
L’europeo
È cominciata negli scorsi giorni una fase critica della politica estera di Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti ha rapidamente gettato sul tavolo alcune delle sue carte.
Ha detto agli iraniani che l’America è pronta a negoziare la fine dell’embargo e la ripresa dei rapporti diplomatici ancor prima di avere ottenuto da Teheran l’interruzione dell’arricchimento dell’uranio.
Ha soppresso alcune delle norme che limitavano i viaggi a Cuba dei cittadini americani di origine cubana e i trasferimenti di denaro alle loro famiglie.
Ha stretto la mano di Hugo Chávez al vertice panamericano di Port of Spain.
Ha congelato i preparativi per l’installazione di una base antimissilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca (una iniziativa particolarmente sgradita a Mosca). Ha avuto un cordiale incontro con il presidente russo Dmitri Medvedev e creato le condizioni per l’avvio di un nuovo negoziato sulla riduzione delle testate nucleari.
Ha fatto sapere al nuovo governo israeliano e al suo bellicoso ministro degli Esteri che gli Stati Uniti non intendono rinunciare alla creazione di uno stato palestinese. Ha inviato i suoi rappresentanti a Damasco.
E con il viaggio di Hillary Clinton a Pechino ha detto sostanzialmente ai cinesi che i rapporti economico-finanziari sono oggi più importanti per gli Stati Uniti di quanto non siano la questione tibetana e il problema dei diritti umani.
Raramente un presidente americano aveva fatto, in così breve tempo, tante aperture e annunciato tanti cambiamenti. In molti paesi europei questi segnali di una nuova politica estera sono stati salutati con entusiasmo. Non altrettanto entusiastica, invece, è stata la reazione della società politica americana. Obama continua a godere di larghi consensi, ma i repubblicani sostengono che le concessioni fatte ai nemici dell’America sono senza contropartita e rappresentano una minaccia per la sicurezza del paese.
Queste critiche non sono completamente infondate. Per convincere il mondo che la sua politica estera avrebbe rapidamente corretto gli errori del suo predecessore, Obama ha dato in alcuni casi, ancora prima dell’inizio del negoziato, ciò che avrebbe potuto centellinare nel corso delle trattative. Ma ha preso contemporaneamente qualche precauzione. Ha detto che la base antimissilistica in Polonia è una questione di costi e non ne ha categoricamente escluso la costruzione. Ha detto a Teheran che non vi sarà accordo senza un sistema ispettivo che garantisca la rinuncia iraniana a un programma nucleare militare. Ha detto a Cuba che la revoca dell’embargo dipende dal modo in cui i fratelli Castro, d’ora in poi, tratteranno i loro dissenzienti e oppositori.
Ma è improbabile che l’opposizione repubblicana negli Stati Uniti si accontenti di queste cautele. Sa di potere utilizzare le concilianti aperture della politica di Obama per riconquistare quella parte della società americana che crede nel diritto degli Stati Uniti d’imporre al mondo i loro principi, i loro valori e, in ultima analisi, i loro interessi.
Obama si muove quindi lungo un sentiero sempre più stretto. Vuole dare al mondo un forte segnale di novità, ma deve guardarsi le spalle, al tempo stesso, da tutti coloro che non mancheranno di sfruttare a loro vantaggio gli inevitabili incidenti di percorso di un negoziato difficile. Speriamo che di questo siano consapevoli anche i paesi, dalla Russia all’Iran, che dovranno negoziare con l’America. Se crederanno di avere di fronte a sé un interlocutore debole e conciliante, le intese diventeranno impossibili.

Belpietro: c’è un’altra casta, i manager

Il manager Puri Negri
L’editoriale
In questi giorni mi è capitato sotto mano un vecchio ritaglio della Repubblica. Si tratta di un articolo di un paio d’anni fa, dedicato a Carlo Puri Negri, che fino all’altro ieri era il vicepresidente della Pirelli Real estate, società immobiliare del gruppo della gomma. L’incipit del pezzo è esaltante: “Carlo Puri Negri ha il merito di impersonare un caso che non è così frequente nel mondo dell’industria e della finanza. Quello di un manager che, dopo aver mosso i primi passi nelle più varie direzioni, scopre poi una vocazione precisa, e in essa si dimostra fantasioso e innovativo, e in grado di produrre valore”. Mi fermo qui, anche se il testo prosegue con altre deliziate immagini.
Che razza di valore fosse in grado di produrre l’erede della dinastia degli pneumatici è noto a tutti. Nel 2008 la Pirelli Re ha perso quasi 200 milioni di euro ed è stata costretta a lanciare un aumento di capitale pari al doppio della perdita. Un disastro, insomma. Tralascio il fatto che due anni fa, quando uscì l’articolo della Repubblica, sul settore immobiliare già s’allungavano le nuvole nere della crisi. Non voglio infierire sull’anonimo redattore: capita a tutti di scrivere stupidaggini. Anche perché il punto non è ciò che è stato detto, semmai quello che si è taciuto. A stupirmi è infatti l’assenza (o quasi) di commenti alla notizia dell’addio dato dal manager alla sua creatura, un abbandono accompagnato da una buonuscita di 14 milioni di euro, nei quali sono compresi quasi 9 milioni e mezzo di indennità per l’anticipata cessazione del mandato e 3 milioni per convincere il manager a non fare concorrenza alla sua ex società.
L’uomo che ha fatto 200 milioni di buco è stato ringraziato con 14 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 36 che ha incassato negli ultimi sette anni. E, tranne rare eccezioni, nessuno ha avuto nulla da ridire: i quotidiani hanno dato la notizia nelle pagine economiche, senza commentare, come fosse routine. A me non pare una cosa così ovvia: come si fa a corrispondere una liquidazione da milioni di euro a un manager che ha creato una voragine di debiti e di perdite? Come si fa a invocare il valore e il merito e premiare chi il valore lo ha distrutto e ha solo il merito di essersi costruito un contratto blindato, a prova di licenziamento?
Quello di Puri Negri è un caso clamoroso, ma non il solo. Nelle scorse settimane la Seat Pagine gialle, altra società straindebitata che nel 2008 ha perso 179 milioni di euro, ha gratificato Luca Majocchi, amministratore delegato uscente, con quasi 8 milioni di euro, 5 dei quali a ricompensa del patto di non concorrenza. Oltre al danno, c’è la beffa di dover pagare il manager che viene congedato perché non provochi altri danni.
Non voglio fare il moralista, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Per anni ci siamo sbracciati a spiegare a operai e impiegati che il salario non è una variabile indipendente dai risultati di un’azienda. Oggi ci accorgiamo che esiste un’altra variabile indipendente che negli ultimi anni ha consentito a una casta di dirigenti di moltiplicarsi la remunerazione senza tenere in alcun conto il reale andamento dell’impresa. È come se esistesse una scala mobile dei top manager che sale sempre più in alto, senza alcun controllo, né di chi nell’azienda ci lavora, né dei suoi azionisti.
Nel passato ci spiegarono che le public company, ovvero le società senza proprietari di riferimento, erano il futuro, perché liberavano le aziende dai padroni. Non vorremmo che le finte public company italiane si fossero sì liberate dal controllo e dagli interessi dei propri azionisti, ma solo per rimanere prigioniere dei propri manager voraci.

Vespa: Se gli sciacalli sono i giornalisti

il recupero dei tesori religiosi e degli oggetti personali

Fuori Porta

Un fotografo s’avvicina a un bambino e gli intima: “Piangi o sorridi”. Il bambino resta interdetto, i genitori mettono in fuga il fotografo. Un altro si traveste da prete ed entra nel grande hangar in cui sono deposte le bare prima del funerale. Scoperto, ammonito, allontanato.
Non mi meraviglio: cose del genere accadono purtroppo in ogni tragedia. E in questo caso, se la Protezione civile deve far fronte in poche ore alla distruzione di un intero capoluogo di regione e di una trentina di paesi circostanti, con circa 100 mila persone scappate in pigiama e 500 sotto le macerie, di cui 200 salvate entro un paio di giorni, ecco che la notizia sta nel parlarne male mentre tutti ne parlano bene.
Dopo quasi 50 anni di mestiere cominciato da adolescente in quel centro storico dell’Aquila oggi deserto e impraticabile, mi chiedo che senso abbia cercare il colpo quando basta raccontare la normalità per sconvolgere il lettore e lo spettatore.
Ho imparato dall’alluvione di Firenze e poi in Belice, Friuli, Irpinia, Umbria e ancora a Sarno che le tragedie sono tanto più grandi dell’immaginazione che basta appoggiare la cinepresa su un muro qualsiasi: racconta tutto da sola. Noi cronisti potremmo perfino stare zitti.
Per carattere, noi abruzzesi di montagna siamo più vicini ai friulani e speriamo di essere sobri e bravi come loro nella ricostruzione che contribuì allo straordinario sviluppo economico di quella regione. Siamo gente di poche parole, disposta ad applaudire con sobrietà. La storia ci ha insegnato la diffidenza e non vediamo l’ora di essere smentiti. Se qualcuno ci imbroglia, non lo dimentichiamo. Ma se merita la nostra amicizia, sarà per sempre. Il silenzio è la nostra forma suprema di disprezzo e qualche sciacallo in questi giorni deve essersene accorto.
Raramente la mia gente ha cercato una telecamera e, se si è trovata un microfono davanti, ha detto lo stretto indispensabile. Giustino Parisse e Massimo Cinque, il giornalista che ha perso due figli e il pediatra che ai due figli ha aggiunto anche la moglie, hanno parlato soltanto con me non per un riguardo a Porta a porta, ma perché mi sentivano uno dei loro. Non a caso si è ascoltata soltanto la loro voce bassa, senza telecamera: ma è bastata a sconvolgere milioni di persone.
I miei amici più cari mi hanno raccontato al telefono la loro tragedia con molta sobrietà. Questo non vuol dire che non ne portino dentro tracce incancellabili. La cosa più dolorosa è stata dover dimenticare i loro numeri di casa. Ne conosco alcuni a memoria, fin dall’infanzia. Mi veniva istintivo formarli, è stato terribile dovermi fermare a metà.
E quando, col passare dei giorni, anche la tragedia acquista la fisionomia della routine, sono gli oggetti e i profumi che raccontano pezzi di vita cancellati per sempre. L’altro giorno, aprendo una finestra su un cortile a Roma, ho visto che è tornata la stagione dei glicini. E ho rivissuto la lunga passeggiata che da casa mia all’Aquila mi portava dove abitava il mio amico di sempre. Per un bel tratto mi accompagnava il profumo dei glicini che trovavo anche nel piccolo giardino di casa sua. Non so se quegli alberi siano sopravvissuti. La casa è crollata e la mamma del mio amico, che mi aspettava in cima alle scale, è morta sotto quei mattoni.
Un giorno, qualche decennio fa, il mio amico mi regalò in quella casa una copia del suo primo saggio: Country blues e coscienza razziale. Mi era tornata fra le mani qualche giorno prima del terremoto e l’avevo fatta rilegare in due copie. Speravo di fargli una sorpresa. Non immaginavo di dovergliela consegnare a Roma, perché la casa dell’Aquila non c’è più.

Romano: Va in onda la rivoluzione

thailandia

L’Europeo
A Tbilisi, in Georgia, alcune migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili, colpevole di avere trascinato il paese in una guerra disastrosa e perduto una parte del territorio nazionale. A Chisinau, capitale della Moldova, altri manifestanti accusano il presidente e il partito comunista di avere truccato i risultati delle ultime elezioni. A Bangkok una folla di “magliette rosse” è riuscita a impedire i lavori di un grande incontro al vertice fra i leader dei paesi dell’Asean e manifesta tumultuosamente per chiedere il ritorno in patria di un ex premier, il ricco imprenditore Thaksin Shinawatra, che i tribunali thailandesi hanno condannato per corruzione.

Sono episodi molto diversi. Dietro la piazza georgiana vi sono i movimenti democratici, delusi dal regime autoritario di Saakashvili, e forse, indirettamente, le speranze di Mosca. Dietro quella moldova vi sarebbe, secondo i comunisti, la mano della Romania, a cui la regione, quando si chiamava Bessarabia, appartenne sino al 1940. Dietro quella thailandese vi sono il denaro di Shinawatra e la patologica instabilità di un paese dove sono andati in scena, in meno di cent’anni, 18 colpi di stato.
Ma le manifestazioni di Tbilisi, Chisinau e Bangkok ricordano, al di là delle loro singole cause, altri avvenimenti degli scorsi anni: la rivoluzione dei garofani in Georgia nel 2003, la rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004, le grandi manifestazioni dei monaci birmani nel 2007, quelle dei monaci tibetani nel 2008 e quelle degli anarchici greci tra la fine del 2008 e gli inizi del 2009.
Il capostipite di questa nuova genealogia di eventi rivoluzionari sarebbe la grande dimostrazione contro Slobodan Milosevic nelle vie e nelle piazze di Belgrado dopo le elezioni presidenziali del settembre 2000. I moti georgiani del 2003 e quelli ucraini del 2004 sarebbero stati organizzati con la consulenza di esperti giunti dalla Serbia. Le analogie sono evidenti. Con una eccezione (quelle greche degli scorsi mesi) le manifestazioni non sono violente. Ma puntano sulla caduta del governo, se non addirittura su un cambiamento di regime, e si propongono di restare nelle piazze sino a quando non avranno raggiunto lo scopo. È una strategia di lungo respiro che ha bisogno di organizzatori, denaro, una certa struttura logistica; e si presta quindi a interferenze esterne.
Il suo indispensabile ingrediente è l’occupazione dello spazio mediatico. Occorre che le piazze siano piene di telecamere e che lo spettacolo vada in scena ogni sera nei salotti e nelle cucine del pianeta. E occorre provocare le forze dell’ordine affinché la violenza delle loro reazioni sia vista dal mondo e crei nella opinione pubblica del pianeta una diffusa simpatia per i dimostranti.
Il governo preso di mira è tanto più vulnerabile quanto più è soggetto alle censure democratiche degli Stati Uniti e dell’Europa. In occasione di altre manifestazioni georgiane, nel febbraio del 2007, Saakashvili aveva reagito duramente. Oggi, dopo i rimbrotti dell’alleato americano, deve dare prova di maggiore pazienza. Non altrettanto accade, naturalmente, dove il governo è disposto a sfidare le grandi democrazie. È il caso della Birmania, della Cina, oggi forse della Thailandia.
Per un curioso paradosso, quindi, questa strategia ha buone possibilità di vincere nei regimi democratici o semidemocratici; ma scarse prospettive di vittoria nei regimi autoritari e totalitari.

Ferrara: Un italiano a Detroit

Sergio Marchionne, ad di Fiat

L’Arcitaliano
Il caso Marchionne è fantastico. Ora l’America invaghita del socialismo rigeneratore nella crisi del mercato lo vuole a capo della mitica Chrysler, un nuovo Lee Iacocca venuto anche lui, tanti anni dopo, dalla dorsale appenninica del Sud italiano. E sta a lui fissare le condizioni: vuole certezza per l’afflusso di soldi pubblici americani e un chiaro abbattimento delle pretese sindacali, almeno ai livelli salariali e normativi delle auto che tedeschi e giapponesi fabbricano negli Stati Uniti.
Nella parabola di questo abruzzese globalizzato, che è pure un po’ canadese e anche un po’ svizzero, c’è tutta l’imprevedibilità di una storia italiana proiettata sulla scena mondiale. E come sempre alla base di tutto sta la cultura politica.

Sergio Marchionne è un manager socialdemocratico. Sa anticipare un aumento salariale con tempismo. Sa ristrutturare la dirigenza di un grande gruppo industriale, a partire dai vertici e dai quadri di base, per tagliare costi importanti senza toccare gli stabilimenti e la massa operaia. Sa ristrutturare con dolcezza, adeguando la tipica politica del bastone e della carota alla effettiva funzionalità degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione e il prepensionamento. Sa convincere della bontà delle sue ricette riformiste, sempre su un piano di pacatezza e di concertazione, tanto la Chiesa cattolica quanto la Fiom, Fausto Bertinotti e Silvio Berlusconi. Sa cogliere l’attimo, e procede a creare valore in un’azienda che sembrava fallita e che risultava ogni giorno umiliata dalla crisi del mercato automobilistico, dalla sua insufficienza produttiva su scala globale, dagli alti costi strutturali subiti.
Ma di boss che sappiano lavorare e che siano competenti se ne incrociano per ogni dove, e nella storia della Fiat abbondano capiazienda legati al brand, a Torino e ai suoi riti, alla tradizione di quella ditta-stato spesso così opaca nel transito da un regime all’altro. Ma è merce rara uno che sappia così astutamente coccolare i sindacati, negoziare con il loro retroterra politico e culturale, proporsi come un innovatore e un risanatore ai poteri pubblici sia quando è al governo la sinistra sia quando è al governo la destra.

Iacocca fu un risanatore in tempi di liberismo, quando la forza bruta del potere azionario sapeva imporsi ai sindacati e scacciare la crisi automobilistica ricorrente con l’aiuto dei soldi dello stato e della fantasia inventiva imprenditoriale e manageriale. Il nuovo Iacocca propone agli americani molto più che non la sua nuova Fiat 500, il suo «piccolo è bello», il suo «design è bello», il suo set di veicoli senza pretese se non ecologiche che dovrebbe ristrutturare il tradizionale mercato americano dei modelli monstre ad alto consumo energetico e ad alta incompatibilità ecologica (dalla Cadillac ai suv). Il boss socialdemocratico vuole domare il corporativismo contrattuale impazzito della United auto workers, vuole dare un senso industriale preciso, di progetto, alle chiacchiere liberal di Barack Obama, che è pronto ad affidare al bilancista e manager industriale venuto dall’Europa il fatale distretto di Detroit, il cuore nero e avariato della più grande esperienza manifatturiera del ’900.
Un capo realista e di cultura solidale, perché alla fine è questa la socialdemocrazia di Marchionne, dovrebbe ricucire (se tutto andrà in porto come auspicano a Washington) le lacerazioni da ipercompetitività fra uno stabilimento e l’altro, fra una qualifica professionale e l’altra, e suturare gli squarci da emulazione fra soggetti sindacali dalla lunga storia, ciascuno detentore di un suo privilegio, per avviare Detroit sulla strada di Torino, cosa inimmaginabile fino a qualche mese fa. Non è una storia fantastica, ai limiti dell’incredibile?

Belpietro: Nell’emergenza cresce il consenso

prime lezioni sotto le tende

L’Editoriale

In questi giorni molti scienziati della politica si affannano a trovare giustificazioni del particolare rapporto tra Silvio Berlusconi e gli elettori. Le analisi mirano a svelare il mistero della tenuta di consenso del governo a un anno dalla nascita. In genere la luna di miele finisce dopo pochi mesi. Il primo e il secondo governo del Cavaliere cominciarono a soffrire subito, quelli di Romano Prodi anche. Al contrario il Berlusconi ter conserva la sua popolarità. Il fenomeno viene spiegato in più modi, ma principalmente si fa ricorso alla crisi. Così fior di professori s’impegnano a dimostrare come nei momenti difficili gli elettori siano più prudenti e conservatori e dunque preferiscano tenersi stretto il governo in carica, piuttosto che immaginarsene uno nuovo. Sarà anche vero, ma si trovano parecchi esempi storici di leader licenziati proprio nel momento peggiore dell’economia. Basti pensare a Jimmy Carter battuto da un Ronald Reagan descritto come una mezza macchietta di Hollywood o, in tempi più recenti, a Oscar de la Rua, il presidente argentino travolto da una crisi senza precedenti.

Non sono l’economia in crisi e la paura dei licenziamenti che rinsaldano una leadership. Se così fosse, gli Stati Uniti avrebbero rimpianto George Bush e invece sappiamo che da un ipotetico confronto con Barack Obama l’ex presidente sarebbe uscito peggio di John McCain. Il caso Bush, al contrario, dimostra che il consenso va di pari passo con la capacità di gestire situazioni complesse. All’ex inquilino della Casa Bianca gli americani non rimproverano di essere entrato in guerra con l’Iraq, semmai di non aver saputo come uscirne. E gli addebitano la carenza dei soccorsi dopo l’uragano Katrina (quasi 2 mila vittime).
Anche il governo di José María Aznar, leader spagnolo popolarissimo, scivolò su una pessima conduzione delle informazioni relative agli attentati del 2004 e la vittoria del delfino di Aznar, Mariano Rajoy, che appariva scontata, fu cancellata.
Insomma, la ragione vera della tenuta di consenso del governo va ricercata principalmente nella sua capacità di gestire le emergenze. È di fronte all’evento straordinario che si misura un esecutivo, non certo nell’ordinarietà. È sulla prontezza nel far fronte al problema che si costruisce il consenso. Berlusconi ha dato buona prova con i rifiuti di Napoli e ora anche con il terremoto in Abruzzo. Per questo ha rafforzato la sua popolarità.
Ma ripulire una città, per quanto grande come Napoli, e ricostruire una città distrutta non sono operazioni comparabili. La prima ha certo richiesto un impegno gravoso, ma una buona organizzazione e una sana dose di decisionismo sono riuscite a fare il miracolo. Restituire un alloggio ai terremotati dell’Aquila, evitando che trascorrano l’inverno sotto una tenda o in un container, è più complesso. È questa la vera prova con cui il Cavaliere dovrà misurarsi ed è su questo terreno che si giocherà gran parte dell’immagine.
Ho ascoltato in questi giorni molte richieste da parte di enti locali che reclamano fondi per poter ricostruire rapidamente. Ottimo ricercare il consenso di comuni e istituzioni locali. Ma Berlusconi dovrebbe guardarsi dal delegare in toto i progetti di ripristino degli edifici. È vero che l’Abruzzo non è l’Irpinia, però non è neppure il Friuli e non vorremmo che l’eccesso di autonomia allentasse i controlli, lasciando spazio alla lentezza delle amministrazioni civiche. Visto che, a prescindere da chi deciderà, a rispondere della ricostruzione sarà comunque lui, al premier converrebbe tenere saldo in mano il bastone del comando. Se il consenso deriva dalla capacità di gestire le emergenze, è preferibile accantonare il federalismo edilizio. Per cause di forza maggiore, l’autonomia va momentaneamente sospesa.

Ferrara: Una scossa se la meriterebbe la Rete

Napolitano visita le zone devastate dal terremoto

L’arcitaliano

“C’è gente che si diverte a spargere notizie infondate e allarmi” aveva detto il 31 marzo Guido Bertolaso, capo della Protezione civile. E aveva qualificato di “imbecille”, parola forse un po’ grossa e impulsiva, chi s’ingegnava ad anticipare l’appuntamento fatale con il terremoto. Bertolaso si riferiva a Giampaolo Giuliani, un sismologo in proprio che pretendeva di avere previsto il terremoto attraverso una macchina di sua invenzione, il “precursore sismico”, basata sulla rilevazione delle emissioni di gas radon. La “previsione” in realtà era per una data e una città diverse da quelle in cui la scossa si è prodotta: il sisma c’è stato alle 3 e mezzo del 6 aprile, e all’Aquila, mentre Giuliani aveva detto che la terra avrebbe tremato a Sulmona il 29 marzo. Se fosse stata presa per buona, magari migliaia di persone sarebbero state trasferite da Sulmona e dintorni all’Aquila e dintorni, con le conseguenze non difficili da immaginare.
Ma il problema non è il Giuliani, che può essere in perfetta buona fede, che può essere un fiero e capace anticipatore di ricerca sul terreno, che può essere un visionario e un bravo cittadino allo stesso tempo, forse un imprudente dilettante troppo ciarliero ma non necessariamente un imbecille che si diverte a spargere allarmi infondati. Queste sono magari esagerazioni di un clima infuocato e polemico. Il problema è che la credulità popolare, con la regressione dalla metodologia scientifica all’attitudine magica, si è riversata, di lì rimbalzando e circolando ampiamente, sul web, sì, sulla mitica rete che dovrebbe costituire la nuova piattaforma dell’informazione dopo il tramonto dei giornali di carta. Mamma mia! Se questo è il futuro, chiediamo una proroga di passato.
Enzo Boschi, scienziato e capo dell’Istituto di neofisica, ha spiegato con quella sua tranquillità non boriosa che il problema, quando si parla di terremoti, è la capacità di prevedere di tipo deterministico. Devi poter dire quando e dove il sisma si produrrà, con la massima precisione. Altrimenti è il caos. E questa capacità di previsione deterministica non ce l’ha nessuno, mentre predizioni generiche, non impegnative, ma idonee a far saltare i nervi alle comunità interessate, e a peggiorare ogni possibile opera di prevenzione del danno, sono sempre possibili.
Questo a occhio e croce dovremmo capirlo senza tanto sforzo. Il bacino tirrenico, per esempio, è percorso attualmente da uno sciame sismico, ma nessuno può dire che un terremoto ci sarà qui o lì, e il tal giorno e magari alla tal ora. Che facciamo? Evacuiamo il Lazio e la Toscana per qualche mese?
Piano piano ci stiamo abituando al web come a un luogo di eccesso e di impostura, al fianco di tante cose sensate e utili che in esso si producono. Un cretino di Facebook fa finta di essere me (Giuliano Ferrara), che sono abbastanza cretino in proprio per essere quel che sono, e si fa amici a mio nome sfruttando il suo anonimato protetto dai protocolli primitivi della rete. Ma come si permette, l’impostore? E magari il suo procedere è analogo a quello di tanti siti che si sono detti sicuri delle previsioni di Giuliani, che hanno concertato il grande allarme impossibile.
È straordinario che la gente d’Abruzzo, montanari seri e tradizionali nella visione delle cose, forse perché bene o male è ancora educata dalla lettura dei giornali e dalla parola scritta, filtrata e in qualche senso verificata dalla procedura di stampa, non abbia creduto a questo allarme multifase che si è sparso nella rete elettronica.
Ma è triste pensare che il futuro possa riservarci, se dall’interno della stessa rete non verranno gli anticorpi, un destino di piccole e grandi imposture alla portata di tutti i computer.

Romano: Obama mette a nudo le divisioni Ue

Barack Obama in Iraq

L’europeo 

Tre incontri al vertice in tre città europee in meno di una settimana con la partecipazione del presidente degli Stati Uniti sono troppi. È questa, temo, la prima lezione degli eventi degli scorsi giorni. La dimensione mediatica degli incontri, il numero dei collaboratori al seguito (una specie di Casa Bianca itinerante) e la varietà degli argomenti all’ordine del giorno hanno costretto Barack Obama a pronunciarsi su tutti i maggiori temi dell’attualità economica e politica internazionale.
Ha esortato i partner del G20 a un più incisivo impegno contro la crisi del credito. Ha auspicato un maggiore coordinamento delle politiche finanziarie. Ha chiesto ai partner della Nato una più forte presenza militare in Afghanistan. Ha denunciato la minaccia di Al Qaeda, a cui gli europei sarebbero più esposti degli americani. Ha sognato ad alta voce un mondo senza armi nucleari. Ha condannato il missile della Corea del Nord. Ha detto ai cechi e ai polacchi, e indirettamente ai russi, che la base antimissilistica progettata dal suo predecessore non è stata ancora depennata dall’agenda della politica estera degli Stati Uniti. Ha auspicato l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Ha lanciato segnali alla Russia e all’Iran. Quanto più è lungo il viaggio e più numerose le conferenze stampa, tanto più il presidente è costretto a fare dichiarazioni. Spero che gli americani si rendano conto della pericolosità di questi circhi mediatici dove l’uomo di stato parla spesso per dimostrare che esiste.
Di fronte a questa torrenziale diplomazia americana, l’Europa è parsa lenta ed esitante. Alcuni uomini di stato (non soltanto Silvio Berlusconi) hanno cercato di spostare i riflettori su se stessi per evitare che lo show fosse esclusivamente americano. Gordon Brown ha cercato di dimostrare che gli Usa e la Gran Bretagna hanno un rapporto speciale, diverso da quello che unisce l’America ad altri alleati. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno risposto a tono e rapidamente sulla questione turca perché sanno che la maggioranza delle loro opinioni pubbliche non è disposta ad accettare, per ora, l’adesione di Ankara all’Ue. Ma sono stati più reticenti su altre questioni come il coinvolgimento nella guerra afghana.
La seconda lezione, quindi, ci concerne. Un incontro euroamericano è inevitabilmente destinato a mettere in evidenza il fossato istituzionale che separa l’Unione dagli Stati Uniti. Mentre questi parlano con la voce del loro presidente, gli europei oscillano continuamente fra due orientamenti altrettanto sbagliati: le prese di posizione individuali, quando i singoli stati hanno interessi che intendono difendere, e il silenzio, quando non hanno avuto il tempo di appianare le divergenze e accordarsi su una linea comune.
Se la ratifica del trattato di Lisbona non fosse stata ritardata dal referendum irlandese, Obama sarebbe stato accolto a Strasburgo e a Praga da un presidente e da un ministro degli Esteri dell’Ue. Non tutti i problemi sarebbero stati affrontati e risolti, ma l’Europa avrebbe evitato di offrire al mondo il deprimente spettacolo della sua disunione e della sua impotenza.
Esiste infine in questa vicenda un altro paradosso. Se non ha ancora un presidente l’Europa, tuttavia, ha già un Parlamento che ha acquistato in questi anni maggiori competenze e approva leggi che hanno una forte incidenza sulla nostra vita quotidiana. Ma gli euroscettici continuano a deplorare il «deficit democratico» delle istituzioni europee e i candidati alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento parlano di tutto fuorché di Europa. l

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