
L’europeo
Tre incontri al vertice in tre città europee in meno di una settimana con la partecipazione del presidente degli Stati Uniti sono troppi. È questa, temo, la prima lezione degli eventi degli scorsi giorni. La dimensione mediatica degli incontri, il numero dei collaboratori al seguito (una specie di Casa Bianca itinerante) e la varietà degli argomenti all’ordine del giorno hanno costretto Barack Obama a pronunciarsi su tutti i maggiori temi dell’attualità economica e politica internazionale.
Ha esortato i partner del G20 a un più incisivo impegno contro la crisi del credito. Ha auspicato un maggiore coordinamento delle politiche finanziarie. Ha chiesto ai partner della Nato una più forte presenza militare in Afghanistan. Ha denunciato la minaccia di Al Qaeda, a cui gli europei sarebbero più esposti degli americani. Ha sognato ad alta voce un mondo senza armi nucleari. Ha condannato il missile della Corea del Nord. Ha detto ai cechi e ai polacchi, e indirettamente ai russi, che la base antimissilistica progettata dal suo predecessore non è stata ancora depennata dall’agenda della politica estera degli Stati Uniti. Ha auspicato l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Ha lanciato segnali alla Russia e all’Iran. Quanto più è lungo il viaggio e più numerose le conferenze stampa, tanto più il presidente è costretto a fare dichiarazioni. Spero che gli americani si rendano conto della pericolosità di questi circhi mediatici dove l’uomo di stato parla spesso per dimostrare che esiste.
Di fronte a questa torrenziale diplomazia americana, l’Europa è parsa lenta ed esitante. Alcuni uomini di stato (non soltanto Silvio Berlusconi) hanno cercato di spostare i riflettori su se stessi per evitare che lo show fosse esclusivamente americano. Gordon Brown ha cercato di dimostrare che gli Usa e la Gran Bretagna hanno un rapporto speciale, diverso da quello che unisce l’America ad altri alleati. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno risposto a tono e rapidamente sulla questione turca perché sanno che la maggioranza delle loro opinioni pubbliche non è disposta ad accettare, per ora, l’adesione di Ankara all’Ue. Ma sono stati più reticenti su altre questioni come il coinvolgimento nella guerra afghana.
La seconda lezione, quindi, ci concerne. Un incontro euroamericano è inevitabilmente destinato a mettere in evidenza il fossato istituzionale che separa l’Unione dagli Stati Uniti. Mentre questi parlano con la voce del loro presidente, gli europei oscillano continuamente fra due orientamenti altrettanto sbagliati: le prese di posizione individuali, quando i singoli stati hanno interessi che intendono difendere, e il silenzio, quando non hanno avuto il tempo di appianare le divergenze e accordarsi su una linea comune.
Se la ratifica del trattato di Lisbona non fosse stata ritardata dal referendum irlandese, Obama sarebbe stato accolto a Strasburgo e a Praga da un presidente e da un ministro degli Esteri dell’Ue. Non tutti i problemi sarebbero stati affrontati e risolti, ma l’Europa avrebbe evitato di offrire al mondo il deprimente spettacolo della sua disunione e della sua impotenza.
Esiste infine in questa vicenda un altro paradosso. Se non ha ancora un presidente l’Europa, tuttavia, ha già un Parlamento che ha acquistato in questi anni maggiori competenze e approva leggi che hanno una forte incidenza sulla nostra vita quotidiana. Ma gli euroscettici continuano a deplorare il «deficit democratico» delle istituzioni europee e i candidati alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento parlano di tutto fuorché di Europa. l
- Venerdì 10 Aprile 2009























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