L’Arcitaliano
Il caso Marchionne è fantastico. Ora l’America invaghita del socialismo rigeneratore nella crisi del mercato lo vuole a capo della mitica Chrysler, un nuovo Lee Iacocca venuto anche lui, tanti anni dopo, dalla dorsale appenninica del Sud italiano. E sta a lui fissare le condizioni: vuole certezza per l’afflusso di soldi pubblici americani e un chiaro abbattimento delle pretese sindacali, almeno ai livelli salariali e normativi delle auto che tedeschi e giapponesi fabbricano negli Stati Uniti.
Nella parabola di questo abruzzese globalizzato, che è pure un po’ canadese e anche un po’ svizzero, c’è tutta l’imprevedibilità di una storia italiana proiettata sulla scena mondiale. E come sempre alla base di tutto sta la cultura politica.
Sergio Marchionne è un manager socialdemocratico. Sa anticipare un aumento salariale con tempismo. Sa ristrutturare la dirigenza di un grande gruppo industriale, a partire dai vertici e dai quadri di base, per tagliare costi importanti senza toccare gli stabilimenti e la massa operaia. Sa ristrutturare con dolcezza, adeguando la tipica politica del bastone e della carota alla effettiva funzionalità degli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione e il prepensionamento. Sa convincere della bontà delle sue ricette riformiste, sempre su un piano di pacatezza e di concertazione, tanto la Chiesa cattolica quanto la Fiom, Fausto Bertinotti e Silvio Berlusconi. Sa cogliere l’attimo, e procede a creare valore in un’azienda che sembrava fallita e che risultava ogni giorno umiliata dalla crisi del mercato automobilistico, dalla sua insufficienza produttiva su scala globale, dagli alti costi strutturali subiti.
Ma di boss che sappiano lavorare e che siano competenti se ne incrociano per ogni dove, e nella storia della Fiat abbondano capiazienda legati al brand, a Torino e ai suoi riti, alla tradizione di quella ditta-stato spesso così opaca nel transito da un regime all’altro. Ma è merce rara uno che sappia così astutamente coccolare i sindacati, negoziare con il loro retroterra politico e culturale, proporsi come un innovatore e un risanatore ai poteri pubblici sia quando è al governo la sinistra sia quando è al governo la destra.
Iacocca fu un risanatore in tempi di liberismo, quando la forza bruta del potere azionario sapeva imporsi ai sindacati e scacciare la crisi automobilistica ricorrente con l’aiuto dei soldi dello stato e della fantasia inventiva imprenditoriale e manageriale. Il nuovo Iacocca propone agli americani molto più che non la sua nuova Fiat 500, il suo «piccolo è bello», il suo «design è bello», il suo set di veicoli senza pretese se non ecologiche che dovrebbe ristrutturare il tradizionale mercato americano dei modelli monstre ad alto consumo energetico e ad alta incompatibilità ecologica (dalla Cadillac ai suv). Il boss socialdemocratico vuole domare il corporativismo contrattuale impazzito della United auto workers, vuole dare un senso industriale preciso, di progetto, alle chiacchiere liberal di Barack Obama, che è pronto ad affidare al bilancista e manager industriale venuto dall’Europa il fatale distretto di Detroit, il cuore nero e avariato della più grande esperienza manifatturiera del ’900.
Un capo realista e di cultura solidale, perché alla fine è questa la socialdemocrazia di Marchionne, dovrebbe ricucire (se tutto andrà in porto come auspicano a Washington) le lacerazioni da ipercompetitività fra uno stabilimento e l’altro, fra una qualifica professionale e l’altra, e suturare gli squarci da emulazione fra soggetti sindacali dalla lunga storia, ciascuno detentore di un suo privilegio, per avviare Detroit sulla strada di Torino, cosa inimmaginabile fino a qualche mese fa. Non è una storia fantastica, ai limiti dell’incredibile?
- Venerdì 17 Aprile 2009























Commenti
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Il 17 Aprile 2009 alle 11:54 melloni ha scritto:
Non so se si possa definire “fantastica” … “incredibile” certamente si, caro “shift” !
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