
L’Europeo
A Tbilisi, in Georgia, alcune migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Mikheil Saakashvili, colpevole di avere trascinato il paese in una guerra disastrosa e perduto una parte del territorio nazionale. A Chisinau, capitale della Moldova, altri manifestanti accusano il presidente e il partito comunista di avere truccato i risultati delle ultime elezioni. A Bangkok una folla di “magliette rosse” è riuscita a impedire i lavori di un grande incontro al vertice fra i leader dei paesi dell’Asean e manifesta tumultuosamente per chiedere il ritorno in patria di un ex premier, il ricco imprenditore Thaksin Shinawatra, che i tribunali thailandesi hanno condannato per corruzione.
Sono episodi molto diversi. Dietro la piazza georgiana vi sono i movimenti democratici, delusi dal regime autoritario di Saakashvili, e forse, indirettamente, le speranze di Mosca. Dietro quella moldova vi sarebbe, secondo i comunisti, la mano della Romania, a cui la regione, quando si chiamava Bessarabia, appartenne sino al 1940. Dietro quella thailandese vi sono il denaro di Shinawatra e la patologica instabilità di un paese dove sono andati in scena, in meno di cent’anni, 18 colpi di stato.
Ma le manifestazioni di Tbilisi, Chisinau e Bangkok ricordano, al di là delle loro singole cause, altri avvenimenti degli scorsi anni: la rivoluzione dei garofani in Georgia nel 2003, la rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004, le grandi manifestazioni dei monaci birmani nel 2007, quelle dei monaci tibetani nel 2008 e quelle degli anarchici greci tra la fine del 2008 e gli inizi del 2009.
Il capostipite di questa nuova genealogia di eventi rivoluzionari sarebbe la grande dimostrazione contro Slobodan Milosevic nelle vie e nelle piazze di Belgrado dopo le elezioni presidenziali del settembre 2000. I moti georgiani del 2003 e quelli ucraini del 2004 sarebbero stati organizzati con la consulenza di esperti giunti dalla Serbia. Le analogie sono evidenti. Con una eccezione (quelle greche degli scorsi mesi) le manifestazioni non sono violente. Ma puntano sulla caduta del governo, se non addirittura su un cambiamento di regime, e si propongono di restare nelle piazze sino a quando non avranno raggiunto lo scopo. È una strategia di lungo respiro che ha bisogno di organizzatori, denaro, una certa struttura logistica; e si presta quindi a interferenze esterne.
Il suo indispensabile ingrediente è l’occupazione dello spazio mediatico. Occorre che le piazze siano piene di telecamere e che lo spettacolo vada in scena ogni sera nei salotti e nelle cucine del pianeta. E occorre provocare le forze dell’ordine affinché la violenza delle loro reazioni sia vista dal mondo e crei nella opinione pubblica del pianeta una diffusa simpatia per i dimostranti.
Il governo preso di mira è tanto più vulnerabile quanto più è soggetto alle censure democratiche degli Stati Uniti e dell’Europa. In occasione di altre manifestazioni georgiane, nel febbraio del 2007, Saakashvili aveva reagito duramente. Oggi, dopo i rimbrotti dell’alleato americano, deve dare prova di maggiore pazienza. Non altrettanto accade, naturalmente, dove il governo è disposto a sfidare le grandi democrazie. È il caso della Birmania, della Cina, oggi forse della Thailandia.
Per un curioso paradosso, quindi, questa strategia ha buone possibilità di vincere nei regimi democratici o semidemocratici; ma scarse prospettive di vittoria nei regimi autoritari e totalitari.
- Venerdì 17 Aprile 2009























Commenti
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Il 17 Aprile 2009 alle 11:37 melloni ha scritto:
E allora ?
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