Fuori Porta
Un fotografo s’avvicina a un bambino e gli intima: “Piangi o sorridi”. Il bambino resta interdetto, i genitori mettono in fuga il fotografo. Un altro si traveste da prete ed entra nel grande hangar in cui sono deposte le bare prima del funerale. Scoperto, ammonito, allontanato.
Non mi meraviglio: cose del genere accadono purtroppo in ogni tragedia. E in questo caso, se la Protezione civile deve far fronte in poche ore alla distruzione di un intero capoluogo di regione e di una trentina di paesi circostanti, con circa 100 mila persone scappate in pigiama e 500 sotto le macerie, di cui 200 salvate entro un paio di giorni, ecco che la notizia sta nel parlarne male mentre tutti ne parlano bene.
Dopo quasi 50 anni di mestiere cominciato da adolescente in quel centro storico dell’Aquila oggi deserto e impraticabile, mi chiedo che senso abbia cercare il colpo quando basta raccontare la normalità per sconvolgere il lettore e lo spettatore.
Ho imparato dall’alluvione di Firenze e poi in Belice, Friuli, Irpinia, Umbria e ancora a Sarno che le tragedie sono tanto più grandi dell’immaginazione che basta appoggiare la cinepresa su un muro qualsiasi: racconta tutto da sola. Noi cronisti potremmo perfino stare zitti.
Per carattere, noi abruzzesi di montagna siamo più vicini ai friulani e speriamo di essere sobri e bravi come loro nella ricostruzione che contribuì allo straordinario sviluppo economico di quella regione. Siamo gente di poche parole, disposta ad applaudire con sobrietà. La storia ci ha insegnato la diffidenza e non vediamo l’ora di essere smentiti. Se qualcuno ci imbroglia, non lo dimentichiamo. Ma se merita la nostra amicizia, sarà per sempre. Il silenzio è la nostra forma suprema di disprezzo e qualche sciacallo in questi giorni deve essersene accorto.
Raramente la mia gente ha cercato una telecamera e, se si è trovata un microfono davanti, ha detto lo stretto indispensabile. Giustino Parisse e Massimo Cinque, il giornalista che ha perso due figli e il pediatra che ai due figli ha aggiunto anche la moglie, hanno parlato soltanto con me non per un riguardo a Porta a porta, ma perché mi sentivano uno dei loro. Non a caso si è ascoltata soltanto la loro voce bassa, senza telecamera: ma è bastata a sconvolgere milioni di persone.
I miei amici più cari mi hanno raccontato al telefono la loro tragedia con molta sobrietà. Questo non vuol dire che non ne portino dentro tracce incancellabili. La cosa più dolorosa è stata dover dimenticare i loro numeri di casa. Ne conosco alcuni a memoria, fin dall’infanzia. Mi veniva istintivo formarli, è stato terribile dovermi fermare a metà.
E quando, col passare dei giorni, anche la tragedia acquista la fisionomia della routine, sono gli oggetti e i profumi che raccontano pezzi di vita cancellati per sempre. L’altro giorno, aprendo una finestra su un cortile a Roma, ho visto che è tornata la stagione dei glicini. E ho rivissuto la lunga passeggiata che da casa mia all’Aquila mi portava dove abitava il mio amico di sempre. Per un bel tratto mi accompagnava il profumo dei glicini che trovavo anche nel piccolo giardino di casa sua. Non so se quegli alberi siano sopravvissuti. La casa è crollata e la mamma del mio amico, che mi aspettava in cima alle scale, è morta sotto quei mattoni.
Un giorno, qualche decennio fa, il mio amico mi regalò in quella casa una copia del suo primo saggio: Country blues e coscienza razziale. Mi era tornata fra le mani qualche giorno prima del terremoto e l’avevo fatta rilegare in due copie. Speravo di fargli una sorpresa. Non immaginavo di dovergliela consegnare a Roma, perché la casa dell’Aquila non c’è più.
- Venerdì 17 Aprile 2009























Commenti
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Il 14 Luglio 2009 alle 17:12 pv21 ha scritto:
Subito i riflettori si sono accesi sul tecnico Giuliani e sul suo presunto “precursore sismico”. Il comune bisogno di superare fatti ed eventi tanto più nefasti quanto più incontrollabili, la difficoltà di comprendere il rigore scientifico ed il mito sempre affascinante dell’eroe solitario sono ingredienti e “linfa vitale” per una informazione orientata al sensazionalismo. Ora la quotidianità degli sfollati nelle tendopoli non alza l’audience, come non ha mosso la solidarietà (conforto) dei Vip del G8. Da una parte gli “untori” della parola e dall’altra noi utenti “travolti dalle informazioni” … http://forum.wineuropa.it
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