Romano: Svolta pericolosa per Obama

Chavez_Obama
L’europeo
È cominciata negli scorsi giorni una fase critica della politica estera di Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti ha rapidamente gettato sul tavolo alcune delle sue carte.
Ha detto agli iraniani che l’America è pronta a negoziare la fine dell’embargo e la ripresa dei rapporti diplomatici ancor prima di avere ottenuto da Teheran l’interruzione dell’arricchimento dell’uranio.
Ha soppresso alcune delle norme che limitavano i viaggi a Cuba dei cittadini americani di origine cubana e i trasferimenti di denaro alle loro famiglie.
Ha stretto la mano di Hugo Chávez al vertice panamericano di Port of Spain.
Ha congelato i preparativi per l’installazione di una base antimissilistica in Polonia e nella Repubblica Ceca (una iniziativa particolarmente sgradita a Mosca). Ha avuto un cordiale incontro con il presidente russo Dmitri Medvedev e creato le condizioni per l’avvio di un nuovo negoziato sulla riduzione delle testate nucleari.
Ha fatto sapere al nuovo governo israeliano e al suo bellicoso ministro degli Esteri che gli Stati Uniti non intendono rinunciare alla creazione di uno stato palestinese. Ha inviato i suoi rappresentanti a Damasco.
E con il viaggio di Hillary Clinton a Pechino ha detto sostanzialmente ai cinesi che i rapporti economico-finanziari sono oggi più importanti per gli Stati Uniti di quanto non siano la questione tibetana e il problema dei diritti umani.
Raramente un presidente americano aveva fatto, in così breve tempo, tante aperture e annunciato tanti cambiamenti. In molti paesi europei questi segnali di una nuova politica estera sono stati salutati con entusiasmo. Non altrettanto entusiastica, invece, è stata la reazione della società politica americana. Obama continua a godere di larghi consensi, ma i repubblicani sostengono che le concessioni fatte ai nemici dell’America sono senza contropartita e rappresentano una minaccia per la sicurezza del paese.
Queste critiche non sono completamente infondate. Per convincere il mondo che la sua politica estera avrebbe rapidamente corretto gli errori del suo predecessore, Obama ha dato in alcuni casi, ancora prima dell’inizio del negoziato, ciò che avrebbe potuto centellinare nel corso delle trattative. Ma ha preso contemporaneamente qualche precauzione. Ha detto che la base antimissilistica in Polonia è una questione di costi e non ne ha categoricamente escluso la costruzione. Ha detto a Teheran che non vi sarà accordo senza un sistema ispettivo che garantisca la rinuncia iraniana a un programma nucleare militare. Ha detto a Cuba che la revoca dell’embargo dipende dal modo in cui i fratelli Castro, d’ora in poi, tratteranno i loro dissenzienti e oppositori.
Ma è improbabile che l’opposizione repubblicana negli Stati Uniti si accontenti di queste cautele. Sa di potere utilizzare le concilianti aperture della politica di Obama per riconquistare quella parte della società americana che crede nel diritto degli Stati Uniti d’imporre al mondo i loro principi, i loro valori e, in ultima analisi, i loro interessi.
Obama si muove quindi lungo un sentiero sempre più stretto. Vuole dare al mondo un forte segnale di novità, ma deve guardarsi le spalle, al tempo stesso, da tutti coloro che non mancheranno di sfruttare a loro vantaggio gli inevitabili incidenti di percorso di un negoziato difficile. Speriamo che di questo siano consapevoli anche i paesi, dalla Russia all’Iran, che dovranno negoziare con l’America. Se crederanno di avere di fronte a sé un interlocutore debole e conciliante, le intese diventeranno impossibili.

Commenti

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Il 24 Aprile 2009 alle 16:39 nhico ha scritto:

Obama apre indifferentemente a tutti , ma è l’ America a restare con il suo vaso di Pandora scoperchiato. E certamente ciò la rende molto più vulnerabile che in passato. C’ è solo da sperare che i suoi nemici non la considerino una tigre di carta.

Il 24 Aprile 2009 alle 19:23 xenia45 ha scritto:

non condivido quanto scritto nel precedente commento, ovvero che Obama apra indifferentemente a tutti…
Sembra che non si tratti di una questione di metodo, ovvero niente più azioni militari, ma di una autentica rivoluzione ideologica. I buoni non sono più i buoni e i cattivi non sono più i cattivi. Ovvero la permutazione dei valori fondanti il consenso porta inevitabilmente ad una spaccatura profonda nel popolo.
Ma quando si giunge a cercare di costruire un’ideologia, è evidente che si costruisce una sovrastruttura mentale, e si perde di vista la realtà.
E di un paese diviso e senza più valori condivisi i nemici dell’America non possono altro che gioirne.

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