Archivio di Aprile, 2009
Fuori Porta
Parlo da aquilano, prima che da cronista. Spero che Silvio Berlusconi adotti L’Aquila del terremoto come l’anno scorso adottò Napoli dei rifiuti. Il presidente del Consiglio ha annullato un’importante visita a Mosca per dimostrare all’Aquila che «lo Stato c’è». La stessa cosa aveva detto a Napoli subito dopo l’insediamento del suo governo e ha mantenuto la parola. A Napoli in 15 anni di commissariamento non si era riusciti a cavare un ragno dal buco. In compenso si erano buttati nella spazzatura 2 miliardi di euro. Esattamente la cifra che serve per ricostruire L’Aquila.
Ma qui il problema è tremendamente più complicato. A Napoli, superati gli ostacoli politici, si aveva davanti una soluzione tecnica ben delineata. All’Aquila occorre ricostruire un centro storico più importante, sotto il profilo artistico e monumentale, di quelli distrutti da un terremoto nell’ultimo secolo. Né Messina né Avezzano, che piansero insieme 130 mila morti, avevano le chiese e i palazzi dell’Aquila. E non li avevano, negli ultimi decenni, il Friuli e l’Irpinia. Solo i danni alla Basilica di San Francesco di Assisi, con gli affreschi di Giotto e Cimabue, sono di gravità artistica superiore a quelli subiti dall’Aquila. I danni alle chiese, alle basiliche, agli edifici storici aquilani meritano dunque un gigantesco intervento da parte del ministero dei Beni culturali.
Ma sono soltanto la punta di un iceberg perfino più drammatico e complesso. L’idea di Berlusconi di costruire all’Aquila la prima cittadina satellite in periferia è la benvenuta perché aiuterà soprattutto le giovani coppie a trovare un alloggio piacevole a prezzi ragionevoli. Negli ultimi quarant’anni la città si è d’altra parte molto estesa fuori del centro storico e un esempio di nuova edilizia residenziale non può che giovarle. Ma non può in alcun modo trattarsi di un’Aquila 2. La città deve essere completamente risanata nel suo centro storico.
A parte chiese e monumenti, di cui abbiamo detto, ci sono due tipologie di interventi che in queste prime ore si possono ipotizzare, oltre all’urgente risanamento degli edifici semplicemente lesionati. La prima: riedificare le palazzine di recente costruzione che sono incredibilmente crollate. Qui si può dare davvero l’esempio di buona architettura residenziale moderna, mentre per la prefettura, ufficio simbolo, la mano di un grande architetto può inserire il nuovo edificio nella piccola, raffinata piazzetta storica esistente.
La seconda riguarda la ristrutturazione delle abitazioni antiche o la loro ricostruzione nello stesso luogo. Qui occorre stare attentissimi: il centro storico dell’Aquila ha per larga parte una struttura tardobarocca, perché la splendida città medioevale fu in larga parte distrutta dal terremoto del 1703. Gli interventi sostitutivi o di recupero vanno fatti con estrema attenzione. Anche questa può essere l’occasione di un esempio perché nei decenni passati, all’Aquila come in tutte le città italiane, si sono costruiti nei centri storici anche palazzi molto brutti dopo la demolizione di quelli fatiscenti.
Quel che deve essere chiaro fin dall’inizio è che L’Aquila dovrà tornare a vivere esattamente com’era fino a domenica scorsa. Nessuna città fantasma, insomma. Solo una città gravemente ferita che dovrà tornare più sana e più bella.
L’editoriale
La rapidità con cui in Abruzzo si è mossa la macchina dei soccorsi è riuscita a fare piazza pulita delle polemiche, che, puntuali come le scosse, arrivano insieme con i terremoti. Tranne qualche rara eccezione, le forze politiche hanno evitato le tradizionali baruffe, rispettando i morti e soprattutto il dolore dei sopravvissuti. L’atteggiamento è parso così insolito che alcuni editorialisti si sono spinti a immaginare un cambiamento radicale nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Secondo gli autorevoli colleghi, la tragedia avrebbe spazzato via le controversie e anche i piccoli calcoli delle fazioni. Un giornale ha addirittura parlato di nuova coesione nazionale, un po’ come all’epoca del terrorismo, quando le principali forze presenti in Parlamento si misero insieme per combattere il partito armato.
Non so se quella che ci aspetta nei prossimi mesi sia davvero una stagione nuova, dove la solidarietà di tutto il Paese viene prima degli interessi di bottega di qualche leaderino. Personalmente ne dubito. Ma a me basterebbe anche solo che governo e Camere si mettessero d’accordo su come ricostruire in fretta i centri distrutti dal sisma. Perché questo è il vero banco di prova su cui sono chiamati a misurarsi maggioranza e opposizione.
Negli ultimi 40 anni l’Italia è stata sconvolta da una serie di terremoti, 16 in tutto, di cui quattro gravissimi. Nel 1968 le scosse telluriche distrussero i paesi della Valle del Belice, provocando quasi 300 morti e 55 mila senza tetto; nel maggio di 33 anni fa fu la volta del Friuli, con quasi 1.000 morti e 52 mila sfollati; in Irpinia nel 1980 le vittime furono 2.735 e i senza casa più di 87 mila; in Umbria, 12 anni fa, morirono in 11 e quasi 25 mila persone furono ospitate nei container.
Solo nel caso del Friuli si può dire che la ricostruzione sia stata rapida ed efficiente. Nel Belice ci sono voluti anni, ma per lungo tempo le famiglie sono vissute nelle baracche, così pure in Irpinia, dove pure furono stanziati più di 32 miliardi di euro, mentre in Umbria fino a ieri ancora un 10 per cento della popolazione sfollata non era tornata a vivere nella propria abitazione ricostruita.
In questi quarant’anni si sono spesi 140 miliardi, l’equivalente di quattro o cinque di quelle manovre finanziarie tanto care a Giulio Andreotti, ma questa montagna di denaro non è bastata a togliere dalle roulotte tutti i senza tetto.
Mi auguro che questa volta non sia così. Che i soldi messi a disposizione servano davvero a dare una casa a chi non ce l’ha, affidando a Guido Bertolaso, commissario straordinario per il terremoto, poteri veri, che gli consentano di scavalcare gli ostacoli burocratici.
Ma oltre che l’efficienza, spero che la tragedia dell’Abruzzo porti altro. Quando sette anni fa una scossa fece crollare la scuola di San Giuliano di Puglia, uccidendo 27 bambini e le loro insegnanti, il governo varò una legge che impone regole antisismiche per i nuovi edifici e prescrizioni per rendere sicuri quelli già esistenti. Le nuove norme, come spesso accade, si sono perse nei meandri della burocrazia, prive di regolamenti attuativi e dunque di efficacia. Ci vorrebbe poco per renderle operative. Basterebbe un decreto o una legge con iter accelerato.
In Italia pare che oltre metà dei comuni sorga in zone considerate a rischio e la popolazione interessata sfiorerebbe i 38 milioni. Fare una perizia di questi edifici e decidere come renderli sicuri probabilmente servirebbe a rilanciare l’economia. Di sicuro servirebbe a salvare molte vite umane.

L’europeo
Come la donna di una famosa romanza verdiana, la politica è mobile, vale a dire volubile e soggetta a bruschi cambiamenti di umore. Mentre i critici americani di Barack Obama stanno diventando più numerosi, i governi europei cominciano a interrogarsi sul futuro dei loro rapporti con il nuovo presidente degli Stati Uniti. Lo hanno accolto con grande cordialità perché non è George W. Bush e non è responsabile degli errori politici ed economici commessi dalla Casa Bianca durante i due mandati del suo predecessore. Ma gli interessi dell’Europa non sono quelli degli Stati Uniti e la lista delle divergenze, nei due mesi e mezzo trascorsi dal suo insediamento, si è andata progressivamente allungando. Ve ne sono almeno due, destinate a dominare le conversazioni di Obama durante la sua settimana europea.
La prima divergenza è la terapia della crisi finanziaria. Quella degli Stati Uniti consiste nello stampare moneta e fornire liquidità al mercato. Sanno che questa politica ha per effetto l’aumento del debito, del deficit e dell’inflazione. Ma sono convinti che saranno finanziati in buona parte dal risparmio asiatico e danno per scontato che il debito verrà rapidamente assorbito dalla crescita dell’economia americana dopo la fine della crisi. Perché la terapia dia presto buoni risultati, tuttavia, vorrebbero che l’Europa facesse altrettanto e hanno reagito con dispetto, negli scorsi giorni, quando si sono scontrati con la riluttanza di buona parte dei suoi governi.
Vi sono molte buone ragioni per cui l’Ue non può conformarsi ai desideri americani. I governi di Eurolandia debbono obbedire ai parametri di Maastricht in materia di debito e deficit. La Banca centrale europea è nata per controllare l’inflazione e non ha intenzione di stampare moneta nella quantità auspicata dall’America. La Germania non ha dimenticato il primo dopoguerra e teme l’inflazione più di quanto non tema la recessione. Il modesto tasso di accrescimento demografico dell’Europa esclude la possibilità che il suo pil possa aumentare con ritmi americani e restaurare rapidamente l’equilibrio del bilancio. E il suo sistema assistenziale, infine, rende le crisi più tollerabili, sotto il profilo sociale, di quelle degli Stati Uniti.
La seconda divergenza è rappresentata dall’Afghanistan, dove gli americani vorrebbero una maggiore concentrazione di truppe europee. Però l’Europa non ha ancora capito la strategia di Obama. Quando sostiene che l’invio di nuove truppe deve coincidere con un maggiore impegno per la ricostruzione materiale e civile del paese, il presidente americano sembra dimenticare che non si può ricostruire un territorio prima di averlo stabilmente conquistato. Forse vuole incassare qualche successo militare prima di negoziare con i talebani moderati e tentare, nei limiti del possibile, una soluzione irachena. Ma sarebbe necessario sapere, in tale caso, come intenda affrontare il problema del Pakistan, dove vi sono ormai le condizioni per una guerra civile. Non esiste governo europeo, a parte la Gran Bretagna, che abbia la voglia e il potere di mandare i propri soldati allo sbaraglio in condizioni di grande insicurezza e incerte prospettive.
Esistono altre potenziali divergenze: il ruolo della Nato nella politica mondiale, i rapporti con la Russia e con l’Iran, la questione palestinese dopo la formazione di un governo israeliano in cui il ministro degli Esteri sarà un uomo noto soprattutto per la sua intransigenza. Tuttavia la crisi del credito e l’Afghanistan sono probabilmente i temi più controversi delle relazioni euro-americane. E tali resteranno, probabilmente, per parecchi mesi.
- Tags: bilancio, Bruno-Vespa, crisi, famiglie, Fuori-porta, G20, g8, Giulio-Tremonti, lavoro, Ocse, premier, Silvio-Berlusconi
-
Fuori Porta
Nei suoi due discorsi al congresso fondativo del Popolo della libertà, Silvio Berlusconi ha parlato complessivamente per 2 ore e 40 minuti. Ma la frase di gran lunga più impegnativa è durata appena un paio di secondi: “Non lasceremo indietro nessuno”. È la sfida più importante che egli deve affrontare da quando 15 anni fa ha deciso di fare politica.
Il presidente del Consiglio si vanta di non avere mai licenziato nessuno nella sua attività di imprenditore: è l’uomo del fare, del crescere, e caratterialmente è un generoso, come riconoscono anche quanti non lo amano. Alla fine dell’anno scorso soffriva visibilmente per non poter mettere le mani nella cassa su cui si era seduto Giulio Tremonti: avrebbe voluto distribuire un po’ di soldi in più, magari nelle tredicesime, ma oggi bisogna ammettere che la prudenza del nostro Tesoro è stata finora la scelta migliore, riconosciuta anche nell’ultimo rapporto dell’Ocse.
Non lasciare indietro nessuno, dunque: che vuol dire in concreto? Un esempio di solidarietà lo ha dato la Chiesa che salverà il bilancio di 20-30 mila famiglie numerose o con ammalati a carico garantendo un prestito mensile di 500 euro per 12 o 24 mesi, con restituzione dilazionata a cinque anni a tassi contenuti. È ragionevole pensare che Berlusconi (con strumenti tecnici diversi) punti a qualcosa di analogo perché nessuna persona che perde il lavoro debba trovarsi completamente scoperta.
La valutazione Ocse del 9 marzo quotava la disoccupazione italiana al 6,7 per cento, contro l’8,4 per cento europeo. Venti giorni dopo (31 marzo) è salita al 9,2 per cento per quest’anno e al 10,7 per l’anno prossimo. Il dato è di un punto migliore dell’area euro ed è sostanzialmente equivalente a quello degli Stati Uniti. I numeri degli economisti vanno presi con le molle. È antica tradizione che, salvo luminose e rare eccezioni, non abbiano mai azzeccato le previsioni più importanti, a cominciare dalla gigantesca crisi in atto. Previsioni contraddittorie e in rapido mutamento servono a poco. Meglio guardare alla realtà e tenere i soldi pronti per intervenire.
A questo proposito, è possibile che stavolta Berlusconi convinca il suo ministro dell’Economia a sfondare i tetti dell’indebitamento per non lasciare tanta gente senza reddito. L’idea di portare la cassa integrazione fino alla copertura integrale del reddito, l’ipotesi di garantire un triennio di esenzione fiscale alle nuove imprese, un adeguato fondo di garanzia per attenuare i rischi delle banche nell’ampliamento dei prestiti vanno in questa direzione, insieme ovviamente a interventi solidi per i lavoratori a tempo determinato che perderanno il posto senza paracadute.
Il “non lasceremo nessuno indietro” è una promessa che non può essere elusa e che richiede interventi adeguati, costi quel che costi. La situazione patrimoniale italiana (la pubblica e la privata messe insieme) è tale da rendere improbabile una fuga internazionale dai nostri titoli di Stato.
Naturalmente la barca va se si rema tutti insieme. Lo sciopero proclamato dalla Cgil per il 4 aprile rischia di allontanare ancor di più il principale sindacato italiano da un riformismo adeguato ai tempi.
Ma sono anche le imprese a dover fare l’esame di coscienza. La Federprogetti, che riunisce le grandi società di ingegneria aderenti alla Confindustria, ha calcolato che su tre sole grandi opere (alta velocità Milano-Genova e Milano-Treviglio e il ponte sullo Stretto) sono immediatamente spendibili 3,7 miliardi equivalenti a 100 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto. Per sbloccarli è necessario azzerare il contenzioso che da molti anni oppone allo Stato imprese edili che spesso hanno sistemato i bilanci senza muovere un mattone.
È l’ora di chiedere, ma anche l’ora di dare. Da parte di tutti.

L’Arcitaliano
Dormire sulla moquette. Prigionieri in ufficio per 24 ore, in attesa che il presidente decida di incontrare i sindacati e di salvare l’azienda in cui un terzo del personale è minacciato di licenziamento. Con la polizia che si tiene in disparte e attende ordini. Mentre uno di loro viene liberato in anticipo per ragioni di salute. È l’avventura dei manager della Caterpillar di Grenoble, in Francia.
Di sequestro del padrone sentii parlare per la prima volta, a mezza bocca, da Vito Damico, vecchio leader operaio torinese dei tempi duri, comunista a prova di bomba, partigiano combattente. La cattura del capitalista era uno dei miti neri che furono rinverditi nella memoria politica di Torino negli anni Settanta, fra crisi economica, cassa integrazione, disintegrazione del comando aziendale nella fabbrica capitalistica meccanizzata e incubazione del terrorismo. Venticinque anni prima a Vittorio Valletta, capo della Fiat, era toccato di finire nelle mani delle maestranze in armi.
Valletta era rispettato a Torino anche dai suoi operai, nonostante fosse un aziendalista paternalista e dispotico. Aveva fatto molti giochi per salvare l’azienda negli anni della guerra e degli scioperi, sotto l’occupazione tedesca, e aveva cercato di ingraziarsi il nuovo potere postbellico, antifascista, finanziando le componenti liberali della Resistenza e cercando di cancellare così gli anni del fiancheggiamento di Benito Mussolini. Era rispettato, ma l’atto di forza fisico contro di lui fu il simbolo di un’epoca, il fattaccio di cui parlare per decenni a mezza bocca.
I sequestri del capitalista François Henri Pinault, tenuto per più di un’ora nella sua macchina circondata fino all’arrivo della polizia, e di un certo numero di manager di varie fabbriche in crisi scorrono invece come materia ordinaria per l’informazione quotidiana e il suo chiacchiericcio, sembrano parte di un paesaggio di tensione, e del suo possibile sbocco violento, nel quale ci siamo accomodati tutti come spettatori, non potendo fare altro.
Prendete Nicolas Sarkozy, il presidente francese campione della durezza populista nello scontro sociale. Aveva domato le periferie chiamando i rivoltosi «racaille», feccia, e trascinando contro di loro che bruciavano le auto e sconvolgevano la vita urbana l’opinione maggioritaria, moderata e conservatrice, del suo paese. Da ministro dell’Interno aveva costruito sulla repressione dell’illegalismo violento le sue credenziali di candidato outsider all’Eliseo, di alternativa al permissivismo imbelle degli ultimi anni di Jacques Chirac. Ma ora tace. La prende con le molle. Fa finta di non vedere. Evita di fare attrito e di rischiare che una scintilla appicchi il grande incendio. E, appena può, cede alla racaille.
La crisi sociale riguarda tutti, proprio tutti. Derivata dal crollo finanziario di Wall Street e, a catena, dallo smantellamento della fiducia e della propensione a consumare, a investire, a intraprendere e a fare credito, la crisi incide sulla sicurezza del posto di lavoro e del reddito fisso, e non ci sono ammortizzatori sociali che tengano: in certe situazioni si scatena una paura irrazionale, una pulsione aggressiva difficilissima da controllare.
In un clima di tensione universale, le avanguardie organizzate che trasformano il sindacalismo in illegalismo e attacco alla libertà personale dei manager vengono improvvisamente tollerate, se non blandite, i loro assalti finiscono sulle prime pagine, ma è cura premurosa di (quasi) tutti il tentativo di troncare, ottundere il significato della notizia, sopire e tamponare le conseguenze. La grande crisi rimette al suo posto, protagonista in proscenio, la variante che da sempre accompagna la lotta politica e sociale: la violenza.

L’Editoriale
«Il giudizio degli esperti ormai è quasi unanime e corrisponde a quello dell’opinione pubblica: l’inefficienza dell’attuale regime non è colpa soltanto della Costituzione, ma è colpa anche della Costituzione, fra i cui difetti il più grave è quello di essersi ammantata di una intoccabilità talmudica che ne rende praticamente impossibili le revisioni. I partiti, da essa privilegiati, le montano intorno una guardia ferrea». Il virgolettato potrebbe apparire una sintesi del Berlusconi pensiero. Non lasciatevi ingannare: la frase è di Indro Montanelli, che la scrisse 35 anni fa. Ne ho fatto un accenno nel numero scorso, ma, vista la polemica sui poteri del governo col contorno d’accuse al premier d’essere un dittatorello fascista, mi pare il caso di riparlarne.
Il fondatore del Giornale aveva idee precise su cosa non funzionasse nel nostro sistema: «La più grossa di queste magagne è l’impotenza a cui essa (la Costituzione, ndr) condanna l’esecutivo, cioè il governo. (…) Bisognerebbe anzitutto definire, rafforzandoli, i poteri del capo del governo, dei quali la Costituzione non dice nulla o quasi nulla». Il vecchio Indro non credeva alla soluzione presidenziale, perché, spiegava, con un sistema elettorale non bipartitico sarebbe stata macchinosa e inefficace. «In Italia è possibile solo qualche ritocco che consenta al capo del governo di esserlo un po’ di più, cioè di guidare il governo, e non di passare la giornata a fare il mediatore fra le forze che lo compongono per dirimere i contrasti. (…) Un’altra proposta è un uso più appropriato del decreto legge e della delega. Il Parlamento cioè dovrebbe delegare al governo il compito di legiferare sulle materie urgenti senza pretendere di fargli concorrenza. Dica sì o no ai decreti del governo, ma non li sottoponga alla chirurgia degli “emendamenti” che, oltre a insabbiare per mesi, e talvolta per anni, delle decisioni che invece vanno prese subito, finiscono sempre per snaturarle e renderle irriconoscibili».
I lettori mi scuseranno l’ampia citazione. Mi pareva però interessante dar conto compiutamente di ciò che sosteneva un giornalista non sospettabile di piaggeria nei confronti del Cavaliere, se non altro perché le frasi riportate sono state scritte ben prima della discesa in campo dell’attuale presidente del Consiglio. Montanelli, come molti altri, era convinto che la Costituzione fosse vittima di una vecchiaia precoce e che un lifting per nasconderne le rughe e le crepe non fosse affatto un illecito democratico. Insomma, il saggio Indro, come un Berlusconi qualunque, auspicava che si facessero degli aggiustamenti per rimediarne le magagne.
Immagino le obiezioni: quando pubblicò quelle opinioni, l’ex direttore del Giornale era ancora ritenuto un fascista, a cui vietare di parlare in tv, come scrisse il democraticissimo Eugenio Scalfari; all’epoca non si era ancora emendato con l’antiberlusconismo acceso, al quale si convertì negli ultimi anni della sua vita. Ma se si leggono le proposte di Montanelli senza le lenti della faziosità, e senza la preoccupazione di stare o no dalla parte del Cavaliere, non si può che convenire sul fatto che si tratti di suggerimenti di buon senso.
Oggi un governo ha bisogno di anni per veder tradotta in pratica una propria decisione e, quando arriva il momento di misurarne gli effetti, la maggioranza cambia e con essa anche la decisione, che viene subito cancellata dal nuovo esecutivo. Lasciare al Consiglio dei ministri il compito di legiferare sulle materie importanti e improcrastinabili renderebbe invece l’azione di governo più efficace. Capisco che per arrivare a tanto bisognerebbe smettere di gridare al lupo. All’allarmismo non crede più nessuno. Eppure, una parte della classe politico-giornalistica non riesce a rinunciarvi.