Archivio di Maggio, 2009

Le condanne di Silvio Berlusconi per corruzione e altro non arrivano mai al giudizio definitivo, o per assoluzione o perché i limiti di tempo assegnati al processo scadono. E le sentenze e le motivazioni delle sentenze sono tutte postmoderne, nel senso che non stabiliscono una verità giuridica, introvabile nei processi politicizzati, e si limitano a fungere da interpretazione tra le interpretazioni.
Il caso Mills è indicativo: il condannato non è lui, perché il lodo Alfano lo tiene fuori dal processo, ma nelle motivazioni il premier è tirato in ballo pesantemente come corruttore di un testimone. Che fare? Credere o non credere? E a che cosa credere, a una sentenza che non c’è o alle motivazioni che invece ci sono? Credere a un giudice che ha vinto un concorso o a un politico che ha vinto le elezioni?
Vorrei vivere, come la maggioranza assoluta degli italiani, in un paese in cui la legge fosse uguale per tutti e tutti fossero uguali davanti alla legge. Un paese in cui i giudici applicano la legge e non un programma di risanamento e di salvezza politica della Repubblica deciso nei loro club e nelle loro correnti politiche, un paese in cui le decisioni dei tribunali hanno delle conseguenze certe, perché promanano da una sede autorevole e indiscussa, e un politico giudicato colpevole da un sistema di giustizia imparziale (e riconosciuto al di sopra delle parti dai cittadini) torni a casa sua o vada in galera se condannato. Ma questo paese non è il mio, non è il nostro.
Il giudice del caso Mills che ora scuote le cronache, Nicoletta Gandus, è sicuramente un’ottima persona, ma appartiene indubitabilmente a un circuito culturale, civile e politico in cui si scommette apertamente e da 15 anni almeno sulla decapitazione giudiziaria del tiranno, sulla caduta giudiziaria di Berlusconi come pegno del rinnovamento morale della Repubblica e come simbolo di salvezza dello Stato e della legalità dalla dittatura populista, e questo mentre il grande accusato si dice perseguitato politico, ricusa questo sistema di giustizia, si fa scudo di leggi che lo mettono fuori dai processi, leggi promulgate dal Quirinale e ora sottoposte al giudizio della Corte costituzionale, e raccoglie su questa piattaforma il consenso di una sicura maggioranza di italiani.
Invece di incendiare la prateria con il suo comprensibile cattivo umore, Berlusconi dovrebbe essere gelido, e dare le risposte vere, che sono all’altezza della storia di questo Paese, che i cittadini conoscono e che non coincidono con le operette morali stampate nei diversi fascicoli della Repubblica, nella sua soap a sfondo criminale. Berlusconi in un quasi ventennio ha federato la destra, l’ha trasformata in una destra democratica e popolare europea, ha trasversalmente assimilato culture di sinistra di provenienza socialista e democristiana, ha salvato l’onore del sistema dei partiti della Prima repubblica nel momento in cui ne scuoteva le basi con la sua politica personale, la sua leadership maggioritaria, la sua identità mezzo pubblica e mezzo privata. E ha innovato le forme della politica e bloccato grandi speranze borghesi, finanziarie e di establishment che contavano sul proseguimento del gioco delle élite, il gioco delle regole.
Finché i suoi censori forcaioli, che vogliono eliminarlo per via giudiziaria, non riconosceranno che dietro tutta quella offensiva di legalità, dietro quel tentativo di sbaraccare il sistema Berlusconi bollandolo come sistema criminale, ci sta una congerie di interessi e di aspettative politiche a lui avverse, un discorso serio sulla verità giudiziaria non può nemmeno cominciare. Purtroppo, è così. l
Non sappiamo con esattezza che cosa si nasconda nelle pieghe dell’accordo tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, ma non c’è dubbio che non s’era mai vista una Libia così clamorosamente collaborativa nell’impedire la partenza di immigrati verso l’Italia. Il ministro Roberto Maroni ha riconosciuto correttamente che le basi del pattugliamento congiunto delle acque libiche e internazionali furono messe dal governo Prodi, però la svolta s’è avuta negli ultimi 20 giorni e il centro di accoglienza a Lampedusa è vuoto.
Il carattere di Gheddafi induce alla prudenza: basta la più piccola incomprensione su un aspetto marginale del contratto e a un cenno del suo dito mignolo migliaia di profughi tornerebbero come per incanto a sbarcare sulle nostre coste: ne sono arrivati 7 mila nei soli primi quattro mesi di quest’anno contro i 4 mila dello stesso periodo del 2008. La speranza che l’intesa duri autorizza per ora a ipotizzare un radicale riesame della politica europea sull’immigrazione.
Spiace dirlo, ma le grandi istituzioni internazionali, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, hanno finora affrontato la questione con gigantesca ipocrisia. Entrambe hanno ignorato la dimensione internazionale del problema e ne hanno scaricato la soluzione sulle docili spalle italiane.
Quando governava il centrosinistra, i ministri dell’Interno, pure volenterosi come Giorgio Napolitano o Giuliano Amato, hanno dovuto fare i conti con l’intransigenza della sinistra radicale che non voleva mettere freni di alcun genere all’immigrazione.
Quando ha governato il centrodestra, prima si è impantanato in una legge come la Bossi-Fini, debolissima proprio sul punto cruciale delle espulsioni (come si espelle chi non ha i documenti o non vuole essere ripreso dallo stato di provenienza?), e poi si è tirato dietro le critiche della Chiesa, del centrosinistra e della comunità internazionale per aver moltiplicato quei centri di accoglienza e soggiorno coatto che lo stesso presidente del Consiglio ha definito «lager». La stessa dimensione penale data all’immigrazione clandestina, pur motivata come pezza d’appoggio per fortificare i decreti d’espulsione, non garantisce affatto l’uscita dal nostro Paese di migliaia di disperati che gettano i documenti nel momento stesso in cui salgono su una barca.
L’unico modo di arginare l’arrivo in massa di immigrati è impedirne la partenza dalla Libia o fermarli durante il percorso. E qui l’Onu strilla perché si attenterebbe ai diritti dei possibili titolari di asilo politico, senza spiegare come mai in tanti anni non ha mosso un passo per aiutare questa gente disperata. La stessa Commissione europea, per bocca del suo presidente José Manuel Barroso, s’è svegliata solo quando, nell’attuale impossibilità di imbarcarsi per l’Italia, gli immigrati irregolari hanno cominciato a far rotta su altri paesi, a cominciare dall’intangibile Spagna.
Nei mesi scorsi ho incontrato alcuni immigrati sbarcati a Lampedusa e le loro storie sono agghiaccianti. L’unico modo di aiutarli è creare occasioni di sviluppo e di lavoro nel cuore dell’Africa, superando ogni scoglio, a cominciare dalla gigantesca corruzione che prosciuga per strada i finanziamenti occidentali. Finora né le Nazioni Unite né l’Unione Europea hanno fatto niente del genere. Ma è impensabile che l’Italia da sola possa di nuovo farsi carico di un problema planetario.
Ogni tanto un’indagine ci spiega che i lavoratori italiani sono pagati poco. L’ultima li mette al 23° posto in una lista di 30 paesi fra i più industrializzati del mondo: sono retribuiti meglio perfino i greci e stanno peggio solo portoghesi, turchi e messicani. Rispetto ai dipendenti europei, gli italiani percepiscono un salario inferiore del 17 per cento. La statistica si basa sugli stipendi netti, ovvero su ciò che davvero ci si mette in tasca dopo che la busta paga è stata alleggerita dal fisco: al lordo staremmo meglio.
Di fronte a questa notizia, molti si sono stupiti. Qualche editorialista ha commentato che il problema è la produttività, ovvero le aziende per pagare di più dovrebbero produrre di più. Altri invece hanno spiegato che se gli italiani guadagnano poco è colpa dell’evasione fiscale e del lavoro nero: la prima non consentirebbe di ridurre le tasse sugli stipendi, la seconda farebbe concorrenza al lavoro regolare, costringendo a livellare al ribasso i salari.
Nessuno però ha notato un curioso paradosso, ossia che nel paese col sindacato più forte d’Europa le paghe nette sono le più basse. Gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil sono più di 11 milioni, in Germania non arrivano a 9, in Gran Bretagna sono sotto gli 8 milioni, in Francia i tesserati sono addirittura meno di 1 milione. Ora, com’è possibile che un sindacato così rappresentativo del mondo del lavoro e così organizzato (si calcola che i sindacalisti a tempo pieno siano oltre 50 mila) non sia riuscito in tutti questi anni a difendere i salari, ovvero a fare il proprio mestiere che è tutelare gli interessi degli iscritti?
La risposta che viene fornita è abitualmente la seguente: il sindacato dagli anni Settanta in poi si è messo a fare politica, occupandosi di tante cose, e ha dimenticato di difendere gli stipendi. Vero, ma il ragionamento è parziale. Mi spiego. In Italia i lavoratori prendono poco perché i loro salari sono gravati da molte tasse. In termine tecnico si chiama cuneo fiscale e rappresenta circa il 45 per cento della retribuzione lorda. In sintesi vuol dire che lo Stato si prende poco meno della metà della paga di un lavoratore.
Ma che fa lo Stato con questi soldi? In larga parte li usa per finanziare il welfare, che vuol dire sanità, pensioni, burocrazia ministeriale e via scialando. Già, perché dentro la spesa sociale ci sono molti sprechi e inefficienze, che una volta eliminati consentirebbero allo Stato di spendere meno e di prelevare meno tasse dai salari dei lavoratori.
Ma chi si oppone a una revisione della spesa sociale? Il sindacato. Che è contro la riforma previdenziale e ancora difende soglie di pensionamento che nessuno in Europa può più permettersi; che si oppone a una riduzione dei 3,4 milioni di dipendenti pubblici (la cui busta paga, detto per inciso, è cresciuta in otto anni del 47 per cento), un esercito che da solo assorbe il 22 per cento della spesa pubblica.
E sempre Cgil, Cisl e Uil frenano una razionalizzazione nella sanità, bloccando chiusure di ospedali ormai non più economici e funzionali.
Il sindacato dunque è il vero ostacolo a una diversa politica dei redditi. Da un lato dovrebbe tutelare i salari, ma dall’altro impedisce che le risorse necessarie per una crescita degli stipendi siano liberate. In buona sostanza, le organizzazioni dei lavoratori più forti d’Europa sono la causa principale della debolezza degli stessi lavoratori. È un paradosso italiano. Uno dei tanti.
Di Magdi Allam
Vi siete mai domandati perché la stampa italiana, con rare eccezioni, scrive Islam con la i maiuscola, mentre scrive «cristianesimo» ed «ebraismo» con la c e con la e minuscole? Perché pressoché tutti i diplomatici, i politici, gli esponenti religiosi, gli intellettuali e i giornalisti si astengono dal dire «terrorismo islamico» e si limitano a indicarlo come «terrorismo» o tutt’al più come «cosiddetto terrorismo islamico»?
Perché se si oltraggia l’Islam tutti si indignano, si accettano come fondate le critiche di islamofobia e ci autocolpevolizziamo di razzismo confessionale, mentre se si oltraggia il Cristianesimo lo si ascrive alla libertà d’espressione? Perché proprio coloro che sono in prima linea contro il Cristianesimo, la Chiesa e il Papa li ritroviamo in prima linea a favore dell’Islam, delle moschee, delle scuole coraniche e persino dell’introduzione della sharia nel nostro stato di diritto?
La risposta è perché siamo succubi dell’islamicamente corretto, ovvero di un approccio ideologico che ci impone di non dire e di non fare nulla che possa urtare la suscettibilità degli islamici, a prescindere da qualsiasi altra considerazione razionale e sensata che corrisponda al bene comune e all’interesse generale.
Andate a riguardarvi i titoli e i testi che descrivono la recente visita di Benedetto XVI in Terra santa e scoprirete il prevalere dell’islamicamente corretto. A partire dal modo di scrivere Islam fino alla flagrante mistificazione di una realtà in cui prevarrebbero il dialogo e la volontà di pace, mentre vigeva di fatto uno stato di massima allerta, con la mobilitazione di decine di migliaia di soldati e poliziotti nella consapevolezza che il Papa è nel mirino degli estremisti e dei terroristi islamici.
A caratteri cubitali si è fantasticato sull’unione delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche (tutti luoghi comuni del tutto infondati), mentre si è relegato in caratteri minuti l’incitazione all’odio contro il Papa del portavoce di Hamas, Yunis al-Astal; dello sceicco Taysir al-Tamimi, presidente dei tribunali islamici; dello sceicco Maqam Shahabuddin, imam di una moschea di Nazareth.
L’islamicamente corretto l’abbiamo conosciuto a Milano lo scorso 3 gennaio, quando migliaia di islamici occuparono piazza del Duomo senza alcuna autorizzazione, forzarono un posto di blocco ferendo quattro agenti, oltraggiarono con l’esibizione della preghiera islamica un simbolo della cristianità, bruciarono le bandiere israeliane. Ebbene, loro l’hanno fatto nella certezza dell’impunità ed effettivamente nessuna sanzione è scattata nei loro confronti, nonostante il dovere dei magistrati di intervenire per l’obbligatorietà dell’azione penale.
Ecco perché oggi più che mai essere islamicamente scorretti corrisponde all’affermazione della verità e alla salvaguardia della libertà, all’impegno serio e costruttivo per una civiltà in cui valori e regole siano una certezza e una garanzia per tutti.
Dobbiamo chiarire a noi stessi che non siamo una landa deserta; e dobbiamo chiarire loro che non siamo una terra di conquista.
Quasi otto anni fa, nell’ottobre 2001, gli Stati Uniti, con l’aiuto del Pakistan, vinsero una sorta di «blitzkrieg» in Afghanistan e distrussero in tre settimane il regime fondamentalista del mullah Omar. Oggi il Pakistan combatte sul proprio territorio, a un centinaio di chilometri dalla capitale, gli stessi talebani che sembravano allora definitivamente sconfitti. La guerra, in realtà, non si è mai interrotta. Mentre gli americani concentravano ogni loro sforzo sull’Iraq e delegavano ad altri la ricostruzione dell’Afghanistan, i talebani approfittavano della solidarietà pashtun nelle zone montuose al confine con il Pakistan per riorganizzare le loro forze. Sono tornati alla spicciolata nelle terre da cui erano stati cacciati, si sono finanziati e armati con il commercio della droga e hanno creato uno stato fantasma a cavallo fra i due paesi.
Sarà bene ricordare che i talebani non vanno confusi con Al Qaeda. Ne furono alleati perché attratti dal comune fanatismo religioso e da ragioni di reciproca convenienza. Ma sono nazionalisti e si battono contro gli stranieri con lo stesso spirito con cui i loro antenati combatterono gli inglesi nell’Ottocento e i russi nel Novecento. Il rapporto con Al Qaeda, tuttavia, rimane forte e l’organizzazione di Osama Bin Laden sta approfittando dei talebani per creare nuove basi in territorio pachistano.
Spronato dagli Stati Uniti, il Pakistan ha deciso di reagire. Il recente viaggio a Washington del presidente Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, ha segnato la fine di una fase durante la quale il governo di Islamabad aveva negoziato un’umiliante tregua con i talebani nella provincia dello Swat. Sull’esito del contrattacco non dovrebbero esservi dubbi. Le forze armate pachistane contano 1 milione di uomini, mentre i talebani dispongono, tutt’al più, di 5 mila guerriglieri.
Ma esistono almeno due punti interrogativi. In primo luogo la guerra ha provocato una catastrofe umanitaria. Strette fra due fuochi, le popolazioni abbandonano le loro case e fuggono verso est. I profughi sarebbero 500 mila: un fenomeno che ricorda le migrazioni di massa dall’India al Pakistan e viceversa, dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1947, e l’ondata umana che si riversò sul Pakistan dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. Per un paese afflitto da gravi problemi economici e da un alto tasso di disoccupazione, i rifugiati dello Swat possono diventare il detonatore di una esplosione sociale.
In secondo luogo non è certo che le forze armate pachistane intendano agire con la fermezza richiesta dalla situazione. Per i loro generali il vero nemico è l’India. Hanno finanziato i movimenti indipendentisti del Kashmir (la regione musulmana annessa dall’India nel 1947), hanno esaltato l’identità islamica del loro paese, hanno chiesto e ottenuto l’arma nucleare e, per meglio estendere la loro influenza sull’Afghanistan, non hanno mai rinunciato a coltivare rapporti segreti con i talebani. Hanno creduto di potere usare l’Islamismo e ne sono diventati prigionieri.
Negli anni Ottanta, quando il nemico comune era l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti chiusero un occhio. Oggi vorrebbero che il Pakistan facesse la sua parte nella lotta contro i talebani. È probabile che la dirigenza politica del paese sia d’accordo. Ma non è certo che abbia la forza per imporre la propria volontà alle forze armate e a una società fortemente islamizzata.
Ancor più della sconfitta dei talebani l’obiettivo prioritario degli Stati Uniti in questo momento è evitare il collasso del sistema politico e la guerra civile in un paese che dispone di un arsenale nucleare.
L’Arcitaliano
Era contrario al diritto di insegnare per un omosessuale, ora riceve le associazioni gay e prepara una legislazione sulle coppie di fatto. Firmatario della legge Bossi-Fini, considerata come un rigetto draconiano dell’immigrazione illegale, ora è attento al diritto d’asilo come un alto funzionario dell’Onu. Girava con l’impermeabile bianco per le borgate romane teatro di atroci delitti compiuti da disperati del sottomondo migrante, si comportava come una specie di icona del cittadino Joe, il vendicatore sociale delle paure più diffuse, ma ora è il censore di ogni passaggio del decreto sulla sicurezza che possa ledere diritti di cittadinanza in nome di un’ideologia che a sinistra chiamano «sicuritaria» (dal francese gauchiste «sécuritaire»).
Potrei continuare con altre decine di esempi, ma ci siamo già capiti.
La svolta o conversione di Gianfranco Fini è seria, ho notato la settimana scorsa che gli dà forza personale, prestigio e capacità efficace di azione politica e parlamentare, tanto più in quanto è una svolta solitaria, in evidente distacco dalla maggioranza del suo elettorato tradizionale e dalla maggioranza del suo partito; ma il paradosso nel paradosso è che per diventare un leader istituzionale accettato e compreso come tale, per disporre di un profilo culturale convincente, un leader di destra deve assumere, senza tante sottigliezze, senza tanti distinguo, senza una elaborazione in proprio, l’intelaiatura di idee e lo spettro di sensibilità che sono tipici della sinistra.
Extra ecclesiam (liberal) nulla salus. Se vuoi tagliare il traguardo della leadership, prendi il manuale delle ideologie di sinistra, della religione progressista, e abbeverati. Non c’è apparentemente altra via.
I giornalisti del Secolo d’Italia, il quotidiano che fu del vecchio Msi e poi di Alleanza nazionale, dicono che non è vero questo destino di assimilazione a sinistra per un leader di destra e sono disposti a credere e a farci credere che tutto era già scritto nella storia del neofascismo o postfascismo italiano, che aveva una sua vena libertaria, laica e tollerante. Nessuna conversione di Fini, il capo è sempre coerente con se stesso. In parte hanno ragione, nel senso che la destra non è mai solo una destra e la sinistra non è mai solo una sinistra. Non esistono distillati puri e chimismi non contaminabili nelle culture politiche: basti pensare a quanto di protofascista ci fosse nel socialismo interventista di Benito Mussolini e a quanto di socialista ci fosse nel suo fascismo.
Ma la sostanza resta la stessa. Vuoi avere un diritto di tribuna per parlare in modo egemone, con risultati trasversali, al complesso della società italiana? Ebbene, non importa come voti il popolo, non importa quale sia il parere effettivo della maggioranza, non importa se l’Italia è «a destra» o addirittura si è antropologicamente trasformata con il consumo televisivo, come dicono con sicurezza Nanni Moretti e Michele Serra; se vuoi guidare istituzionalmente il Paese farai meglio comunque a prendere le tue idee da un bagaglio culturale di sinistra, perché un conto è vincere le elezioni e organizzare il consenso del popolo e un altro conto è essere ammessi in un establishment culturale e civile.
Solo così, solo se sei «in» sarai rispettato in Italia e all’estero.
L’Editoriale
Come un fiume carsico, è riemerso il tema del razzismo. Sono anni che la questione ci accompagna, almeno 20, da quando la Lega ha fatto il suo debutto. Mi ricordo che il primo eurodeputato di Umberto Bossi, il bergamasco Luigi Moretti, se ne usci con una battuta che voleva essere spiritosa, ma finì solo per essere rozza: “Razzisti noi? Contro i negri non abbiamo proprio niente. Anzi, per noi sono meglio dei terroni”. La frase finì sui giornali, procurando ai leghisti l’accusa d’emulare Jean-Marie Le Pen, il politico francese conosciuto per le sue posizioni antisemite, e per un certo tempo non si discusse altro che di razzismo. La questione ora e rispuntata a causa delle parole di Matteo Salvini, un altro leghista, che ha avuto la brillante idea di proporre posti riservati ai milanesi sui mezzi pubblici. La scemenza ha provocato l’effetto di un cerino in un serbatoio di benzina, con profluvio di prese di posizione.
Peraltro, l’aria era gia satura di vapori: prima la denuncia dei clandestini in ospedale, poi le nuove norme sulle iscrizioni a scuola dei figli di immigrati privi di cittadinanza, da ultimo il respingimento dei barconi nelle acque del Mediterraneo. A Dario Franceschini, che è in campagna elettorale fin dal giorno della sua nomina a segretario del Pd, gli argomenti sono apparsi talmente ghiotti da spingerlo a evocare le leggi razziali e qualcuno e andato oltre, paragonando le imbarcazioni bloccate al largo di Lampedusa alla nave degli ebrei che non fu fatta attraccare nel porto di New York appena finita la Seconda guerra mondiale. Ma davvero l’Italia e una nazione razzista? Veramente siamo governati da una maggioranza segregazionista che sogna di rinchiudere nei ghetti gli immigrati?
La risposta è no, non siamo un popolo di razzisti e in Parlamento non c’è alcun partito che voglia imporre leggi come quelle del 1938. Siamo semplicemente un paese che l’immigrazione l’ha subita, non l’ha governata, e oggi ne paga le conseguenze. Non siamo stati noi a scegliere chi far entrare in Italia, sono stati quelli che ci entravano con la forza a sceglierci. Non ci siamo preoccupati di darci delle regole e di farle poi rispettare. Risultato: l’immigrazione ci ha colto impreparati. Vent’anni fa il fenomeno non esisteva e oggi abbiamo oltre 3 milioni di immigrati regolari e alcune centinaia di migliaia di clandestini. Ma gli eccessi verbali, certo odiosi, senz’altro stupidi, di qualche esponente della Lega non rivelano una deriva razzista, semmai segnalano un problema, in qualche caso un disagio. E fingere di non vederlo o accusare gli altri di razzismo non serve.
Molti si sono chiesti perche una parte della sinistra anziché guardare la luna continui a puntare gli occhi sul dito che la indica. Sulla Stampa, Luca Ricolfi, collaboratore di Panorama e autore di un libro di successo sul complesso di superiorita della sinistra, ha sintetizzato le ragioni di questo comportamento in una parola: snobismo. A differenza dei ceti popolari, che misurano quotidianamente le difficolta di convivenza con gli immigrati, intellettuali e politici di sinistra sono lontani dai quartieri piu degradati e possono permettersi il lusso della solidarieta. La spiegazione è convincente, ma credo che manchi qualcosa, che ha a che fare con la cultura in cui giornalisti, sindacalisti e uomini politici (l’establishment della sinistra) sono cresciuti: il totem della solidarietà. Per anni si sono detti solidali con qualsiasi lontana causa, da quella dei Mau Mau a quella del Polisario. Raccolte di fondi, conferenze stampa, tutto in nome della solidarieta ai popoli che soffrono. Più lontano era il popolo e più sindacato e partiti di sinistra si sentivano affratellati. A forza di essere solidali con cause sconosciute, molti si sono dimenticati delle cause nostre.
La cultura della fratellanza li ha spinti talmente in la che ormai faticano a capire cio che hanno davanti. Il problema di una immigrazione disordinata ce l’hanno sotto gli occhi, ma non hanno gli occhiali per vederlo, sono impossibilitati a leggerlo. In pratica, sono come gli analfabeti di ritorno, che a forza di non leggere finiscono per non saperlo piu fare. P.s. Il respingimento degli immigrati non è un’invenzione dell’attuale governo. Già nel 1997, regnante Romano Prodi, la Marina italiana in accordo con quella albanese pattuglio il Canale di Otranto, per bloccare le navi in arrivo da Valona. Proprio durante un’operazione di respingimento la Sibilla, una corvetta della Marina militare, urto e affondo una motovedetta carica di disperati. Morirono 108 profughi. All’epoca nessuno disse che il respingimento era una misura razzista. Ma quelli erano altri tempi. Come dicevamo, regnava Prodi.
L’Arcitaliano
Il presidente non è d’accordo, via dal disegno di legge sicurezza i medici autorizzati a segnalare i clandestini che ricorrono alle loro cure. Il presidente non è d’accordo, via dal ddl i presidi autorizzati a chiedere il permesso di soggiorno ai padri dei bambini che iscrivono a scuola. Il firmatario della legge Bossi-Fini, cioè del simbolo della chiusura antiimmigrati agitato per anni dalla sinistra come tetro emblema della grettezza della destra italiana, è oggi firmatario di tutte le più fulgide conquiste di libertà civile, di umanitarismo democratico e cattolico che la sinistra non si sarebbe mai nemmeno sognata di strappare alla maggioranza che governa il Paese.
Il fenomeno Fini ha qualcosa di evangelico, per dire un paradosso. È la storia di una conversione. E in qualche senso di una verità che ti fa libero. Gianfranco Fini ha sempre e regolarmente perso le sue battaglie con Silvio Berlusconi, ricavandone l’immagine sbiadita di eterno secondo e di delfino rancoroso, di politico professionale surclassato dall’outsider: nel corso della grande rissa prima della unificazione, dopo la rivoluzione cosiddetta del predellino, arrivò perfino a misurarsi con l’età anagrafica, dando al suo alleato-rivale del vecchio bacucco, il massimo della volgarità (non esiste merito nell’essere giovani, ovviamente).
Finiti i tempi della subordinazione obbligata. Finiti i giorni umilianti della propalazione dei pettegolezzi su di lui origliati in un bar romano dove i colonnelli sparlavano del loro leader dichiarandolo bollito. Finita la lunga epoca politica in cui la parola di Fini contava niente, era da tutti interpretata come “vuoto incartato”, secondo una mitica definizione di Bettino Craxi. Ora quasi ogni giorno Fini ha qualcosa di autorevole e di interessante da dire e da fare, nella sua qualità di presidente della Camera dei deputati o di oratore solitario nelle assemblee della destra, ma anche e soprattutto nella sua libertà di leader che ha ripudiato il suo partito come appartenenza stretta, che ha deciso di far scuola non con le manovre di corrente ma con le idee, trovandole là dove evidentemente secondo lui queste idee stanno: nella cultura civile della sinistra, dell’antifascismo, dell’amicizia militante verso gli ebrei e Israele, nel modernismo femminista, nel multiculturalismo.
Il problema o il fatto interessante non si definisce dicendosi favorevoli o contrari alle singole scelte, che pesano e che diventano decisione politica, del presidente della Camera. La faccenda è interessante perché dimostra che in politica, se Dio vuole, conta ancora, quando è autentica, la libertà di tono, l’autonomia culturale, l’indipendenza politica. Fini si è conquistato tutto questo, naturalmente molto aiutato dalla sua posizione istituzionale di capo dei deputati, con un clamoroso salto nel buio dell’individualismo politico, che va di pari passo con un cambiamento suo di vita segnalato da fatti privati quali una nuova compagna e la nascita di una nuova figlia (e dovremmo aver capito che i fatti privati possono avere una notevole influenza pubblica, di questi tempi).
È uno straordinario rovesciamento delle regole della politologia. Senza un partito disciplinato e compatto dietro, Fini risulta più forte e autorevole. Senza un popolo adorante e acclamante, e lontano dai suoi valori tradizionali di destra dura e pura, Fini ha più cose da dire e più obiettivi politici concreti da realizzare. Convertito a un nuovo modo di vedere le cose, invece di indebolirsi, Fini si è rafforzato e ha trovato il suo vero spazio in una apparente solitudine politica colmata dall’esercizio intelligente di un potere istituzionale legato alla parola.
Fatti & credenze di Luca Ricolfi
L’Italia è stata unificata dai Savoia nel 1861, quasi un secolo e mezzo fa. Da allora non c’è stata epoca o periodo in cui le migliori intelligenze del Paese non abbiano denunciato i “gravi ritardi” del Mezzogiorno, lo “storico divario” delle regioni del Sud, la perdurante drammaticità della «questione meridionale». E avevano ragione, perché il divario c’era, c’è sempre stato e non accenna a diminuire. Ma che cosa significa divario? Qui le cose si fanno più complicate e i dati possono anche riservare qualche sorpresa.
Se per divario si intende che il prodotto pro capite del Mezzogiorno è minore di quello del Centro-Nord, non c’è dubbio che le cose stiano così (nel settore privato lo scarto è del 48 per cento).
Lo stesso discorso vale per la produttività, ossia per il prodotto per unità di lavoro.
Idem per i servizi pubblici, di cui innumerevoli ricerche hanno documentato la bassa qualità media nel Sud.
Se però si parla del tenore di vita, ossia di come se la passa la famiglia tipo del Mezzogiorno, il quadro si fa assai più sfumato. La famiglia meridionale media dispone, effettivamente, di redditi nominali più bassi di quelli delle famiglie centrosettentrionali (-26 per cento), inoltre ha un carico medio (numero di componenti) un po’ più alto (+10 per cento).
Però ha tre vantaggi formidabili: una maggiore evasione fiscale, una redistribuzione favorevole grazie agli aiuti pubblici, un livello dei prezzi decisamente più basso.
C’è chi dice che lo scarto nei prezzi sia solo del 10-15 per cento, c’è chi dice che sia del 30 e oltre, ma purtroppo sono pochissime le ricerche che hanno provato a misurare i differenziali geografici nel potere di acquisto della stessa quantità nominale di reddito. Fra esse si possono ricordare quelle del professor Luigi Campiglio, iniziate già alla fine degli anni 80, le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico, nonché due recenti studi dell’Istat sui prezzi e sulla povertà assoluta.
Dall’insieme di questi lavori, e dai pochi dati disponibili a livello regionale su specifici beni e servizi, viene fuori un quadro complesso, perché ci sono alcuni (rari) beni che costano un po’ di più al Sud, molti beni che costano significativamente di meno, ma anche alcuni beni tutt’altro che marginali che costano molto ma molto di meno: per esempio le case, gli affitti, la maggior parte dei servizi pubblici e più in generale i beni di prima necessità (come risulta dal valore nominale dei panieri di sussistenza recentemente calcolati dall’Istat, che costano circa il 30 per cento in meno al Sud).
Ho fatto allora un esperimento, scegliendo un indice di prezzo (quello dei prodotti alimentari freschi) che è del 25 per cento più basso nel Mezzogiorno, e provando a calcolare come cambia l’handicap del Sud se si introducono i quattro fattori più importanti che determinano il tenore di vita delle famiglie. Se si parte dal prodotto nominale per abitante del settore privato, il Mezzogiorno ha un ritardo del 48 per cento, ossia produce la metà del resto d’Italia. Se però guardiamo al reddito familiare disponibile, che risente sia dell’evasione fiscale sia dei trasferimenti pubblici, il divario scende al 26, per ridursi al 20 in termini di consumi monetari.
Ma il vero colpo di scena avviene introducendo il livello dei prezzi: i consumi reali della famiglia media del Mezzogiorno risultano del 5 per cento più alti di quelli del Centro-Nord, e diventano appena un po’ inferiori (-5 per cento) se li si corregge per la maggiore numerosità della famiglia tipo meridionale. Insomma, siamo vicini alla parità.
Può darsi che l’esercizio sia sbagliato, perché nessuno sa con certezza qual è il costo della vita nelle oltre 100 province italiane. Resta il fatto che, se vogliamo continuare a credere che il tenore di vita medio del Mezzogiorno sia significativamente più basso di quello del Centro-Nord, occorre dimostrare che i prezzi al Sud sono di poco inferiori a quelli del resto del Paese. Ipotesi assai poco verosimile.
L’Europeo
Quando il conclave del 1978 volle che il successore di Paolo VI fosse l’arcivescovo di Cracovia, molti pensarono che il Papa polacco sarebbe stato soltanto un eccezionale interludio nella “normalità” dei papi italiani. Non capirono che l’elezione di Karol Wojtyla era il risultato (per certi aspetti persino tardivo) della costante mondializzazione della Chiesa di Roma negli anni precedenti.
È probabile che anche molti americani nello scorso novembre abbiano considerato l’elezione di un presidente “abbronzato” alla stregua di un evento eccezionale e commesso in tal modo uno stesso errore. Barack Obama non è la pallina nera improvisamente apparsa, per una combinazione di fattori eccezionali, in una lunga sequenza di palline bianche. La sua elezione è soltanto una tappa nella lunga ascesa della comunità afroamericana dalla fine della segregation (la parola americana per apartheid), durante la presidenza di Lyndon Johnson, ai nostri giorni.
La presenza di Obama alla Casa Bianca avrà probabilmente l’effetto di accelerare il fenomeno e di rendere gli Stati Uniti più afroasiatici di quanto siano stati sino alla fine del secolo. Già ora, del resto, lo stile del presidente è meno occidentale di quello dei suoi predecessori.
L’omaggio a re Abdullah dell’Arabia Saudita durante il G20 di Londra (un «inchino» che qualcuno ha considerato disdicevole), la citazione di un poeta persiano nel messaggio per il capodanno iraniano, il tono rispettoso dei riferimenti all’Islam sono indicazioni di un atteggiamento nuovo. Le voci ricorrenti sul suo criptoislamismo sono false, ma Obama ha avuto con l’Islam, nel corso della sua adolescenza, una familiarità che rende le sue parole meno formali e condiscendenti di quelle abitualmente pronunciate dagli uomini di stato occidentali.
Questa progressiva “deeuropeizzazione” degli Usa è ancora più evidente in America Latina, dove le élite dirigenti, anche nel melting pot brasiliano, sono sempre state prevalentemente bianche. La situazione è cambiata dopo la crisi delle politiche liberiste che il Fondo monetario aveva imposto fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. La nuova sinistra non ha più, se non forse nel caso di Michelle Bachelet in Cile e di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, lo stile della socialdemocrazia europea e dell’Internazionale socialista. È populista, «indigenista», e ha spesso i tratti somatici del presidente venezuelano Hugo Chávez, del presidente boliviano Evo Morales, del presidente ecuadoregno Rafael Correa. Paradossalmente continua a essere bianca, al vertice del potere, la Cuba dei Castro, ultimo frutto americano del marxismo europeo.
L’economia nel frattempo tende ad accentuare la deeuropeizzazione delle Americhe. The Economist ha osservato che i paesi più legati agli Stati Uniti (Messico, America Centrale, Caraibi) sono quelli maggiormente colpiti dalla crisi. Sono in migliori condizioni invece quelli che hanno ampliato il ventaglio delle loro attività (come il Brasile) o hanno un nuovo partner, meno arrogante e imperialista del colosso a nord del Rio Grande. Questo partner è la Cina.
Vengono alla mente gli anni in cui la Cina forniva agli Usa solo manodopera per la costruzione della rete ferroviaria. Oggi invia i suoi studenti nelle università della California o del New England e le sue missioni al sud del continente per conquistare mercati e creare intese industriali. Questi fenomeni sono inevitabili e per molti aspetti positivi. Ma renderanno gli europei del tutto irrilevanti, se gli stati dell’Ue si ostineranno a difendere le loro meschine sovranità nazionali.