
Di Magdi Allam
L’Iran continua a sfidare la comunità internazionale procedendo speditamente nel programma di arricchimento dell’uranio che gli consentirà di possedere la bomba atomica. Israele, che il regime naziislamico di Ali Khamenei e di Mahmud Ahmadinejad ha promesso di distruggere, si prepara ad attaccare i siti nucleari iraniani per prevenire il secondo e definitivo olocausto dello stato ebraico.
Tutti dovremmo sapere che, a meno di un improbabile cambiamento radicale della strategia terroristica di Teheran, la guerra ci sarà. Forse già nei prossimi mesi. E prevedibilmente Israele sarà costretto a usare armi nucleari per difendere il proprio diritto alla vita, con l’inevitabile catastrofe planetaria che ne conseguirà.
Eppure, il mondo assiste inerte a questa tragica prospettiva. L’Unione Europea, come ha dimostrato nella conferenza sul razzismo svoltasi a Ginevra il 20 aprile, è più che mai divisa e incapace di esprimere una posizione comune in politica internazionale, sui temi della difesa, della sicurezza e dell’integrazione. Che pena assistere al reality show dell’abbandono dell’aula poco dopo l’inizio del discorso di Ahmadinejad, una versione politica del Grande fratello, con un copione recitato ad arte da chi sapeva anticipatamente tutto nei minimi dettagli! Meglio ha fatto l’Italia disertando la conferenza. Ora però siamo coerenti fino in fondo, ponendo fine all’ignobile baratto dei valori in cambio del denaro, del petrolio e del gas iraniano. Perché diversamente faremmo anche noi parte, volenti o nolenti, di quanti sostanzialmente legittimano i nuovi nazifascisti islamici.
Mi preoccupa assai l’atteggiamento conciliante di Barack Obama, che farebbe venire meno la pregiudiziale sul processo di arricchimento dell’uranio se l’Iran assicurasse che lo userebbe solo per scopi pacifici. Mi ricorda la definizione data da Winston Churchill della persona conciliante, «uno che nutre il coccodrillo nella speranza che questo lo mangi per ultimo». Ed è la posizione che ha indotto il Vaticano, la Francia e la Gran Bretagna a partecipare alla conferenza. Ripetendo l’errore commesso dall’Europa a Monaco nel 1938 con Adolf Hitler. Immaginando che si possa placare l’appetito del tiranno concedendogli quanto esige nell’immediato, sperando che accetti la logica del compromesso e condivida la prospettiva della pace. In un contesto utopistico dove il dialogo è concepito come una bacchetta magica, dove a furia di dialogare prima o dopo tutti i problemi saranno risolti.
Proprio l’orrore della Seconda guerra mondiale avrebbe dovuto insegnarci che il dialogo non è mai fine a se stesso, che è sbagliato dialogare a prescindere dai contenuti. Il dialogo è semplicemente un ponte. Come tutti i ponti deve avere un forte radicamento su entrambe le sponde.
Bisogna avere la certezza che in partenza si condivida quantomeno il valore fondante della nostra umanità, il diritto alla vita, e che il punto d’approdo corrisponda al bene comune.
Ebbene, oggi più che mai Israele incarna il bene inalienabile della vita, dal momento che è l’unico stato al mondo a cui viene negato il diritto all’esistenza e di cui si predica apertamente la distruzione. Ecco perché solo schierandoci decisamente al fianco dello stato e del popolo ebraico tutti noi potremo salvare la nostra umanità e la nostra civiltà.
- Mercoledì 6 Maggio 2009























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