Romano: Americhe ed Europa si allontanano

Barack Obama saluta il Senatore Edward Kennedy in occasione del suo compleanno a Washington

L’Europeo

Quando il conclave del 1978 volle che il successore di Paolo VI fosse l’arcivescovo di Cracovia, molti pensarono che il Papa polacco sarebbe stato soltanto un eccezionale interludio nella “normalità” dei papi italiani. Non capirono che l’elezione di Karol Wojtyla era il risultato (per certi aspetti persino tardivo) della costante mondializzazione della Chiesa di Roma negli anni precedenti.
È probabile che anche molti americani nello scorso novembre abbiano considerato l’elezione di un presidente “abbronzato” alla stregua di un evento eccezionale e commesso in tal modo uno stesso errore. Barack Obama non è la pallina nera improvisamente apparsa, per una combinazione di fattori eccezionali, in una lunga sequenza di palline bianche. La sua elezione è soltanto una tappa nella lunga ascesa della comunità afroamericana dalla fine della segregation (la parola americana per apartheid), durante la presidenza di Lyndon Johnson, ai nostri giorni.
La presenza di Obama alla Casa Bianca avrà probabilmente l’effetto di accelerare il fenomeno e di rendere gli Stati Uniti più afroasiatici di quanto siano stati sino alla fine del secolo. Già ora, del resto, lo stile del presidente è meno occidentale di quello dei suoi predecessori.
L’omaggio a re Abdullah dell’Arabia Saudita durante il G20 di Londra (un «inchino» che qualcuno ha considerato disdicevole), la citazione di un poeta persiano nel messaggio per il capodanno iraniano, il tono rispettoso dei riferimenti all’Islam sono indicazioni di un atteggiamento nuovo. Le voci ricorrenti sul suo criptoislamismo sono false, ma Obama ha avuto con l’Islam, nel corso della sua adolescenza, una familiarità che rende le sue parole meno formali e condiscendenti di quelle abitualmente pronunciate dagli uomini di stato occidentali.
Questa progressiva “deeuropeizzazione” degli Usa è ancora più evidente in America Latina, dove le élite dirigenti, anche nel melting pot brasiliano, sono sempre state prevalentemente bianche. La situazione è cambiata dopo la crisi delle politiche liberiste che il Fondo monetario aveva imposto fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. La nuova sinistra non ha più, se non forse nel caso di Michelle Bachelet in Cile e di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, lo stile della socialdemocrazia europea e dell’Internazionale socialista. È populista, «indigenista», e ha spesso i tratti somatici del presidente venezuelano Hugo Chávez, del presidente boliviano Evo Morales, del presidente ecuadoregno Rafael Correa. Paradossalmente continua a essere bianca, al vertice del potere, la Cuba dei Castro, ultimo frutto americano del marxismo europeo.

L’economia nel frattempo tende ad accentuare la deeuropeizzazione delle Americhe. The Economist ha osservato che i paesi più legati agli Stati Uniti (Messico, America Centrale, Caraibi) sono quelli maggiormente colpiti dalla crisi. Sono in migliori condizioni invece quelli che hanno ampliato il ventaglio delle loro attività (come il Brasile) o hanno un nuovo partner, meno arrogante e imperialista del colosso a nord del Rio Grande. Questo partner è la Cina.
Vengono alla mente gli anni in cui la Cina forniva agli Usa solo manodopera per la costruzione della rete ferroviaria. Oggi invia i suoi studenti nelle università della California o del New England e le sue missioni al sud del continente per conquistare mercati e creare intese industriali. Questi fenomeni sono inevitabili e per molti aspetti positivi. Ma renderanno gli europei del tutto irrilevanti, se gli stati dell’Ue si ostineranno a difendere le loro meschine sovranità nazionali.

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Il 8 Maggio 2009 alle 15:00 bepiro ha scritto:

Caro Ambasciatore, lei ha sacrosanta ragione.
Ma purtroppo l’Europa la possono fare sul serio, e non per finta sulla carta, solo gli europei.
Quando inizieranno a sentirsi profondamente Europei prima che inglesi, francesi, tedeschi, italiani.
Come un texano o un californiano si sentono profondamente statunitensi.
Questo sentire è anni luce lontano da noi, ragion per cui l’Europa di fatto non c’è.
Tra qualche anno luce forse ci arriveremo (e non so come né perché), ma nel frattempo che facciamo? Continuiamo a invocare questa utopia o proviamo a rimboccarci le maniche e darci da fare qualcos’altro?

Il 8 Maggio 2009 alle 16:33 nhico ha scritto:

America ed Europa difficilmente recideranno il cordone ombelicale che li unisce. Però, è innegabile che con Obama, indipendentemente dall’inesistente politica estera dell’Ue, l’Atlantico è destinato a diventare sempre più burrascoso e meno navigabile.

Il 15 Dicembre 2009 alle 01:32 Il Cile sceglie il suo Berlusconi e d al Sudamerica lanti-Chavez - Politica in Rete Forum ha scritto:

[...] irrilevanti, se gli stati dellUe si ostineranno a difendere le loro meschine sovranit nazionali. Romano: Americhe ed Europa si allontanano - Opinioni - Panorama.it [...]

Devi aver fatto log-in per inserire un commento.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter
  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101