Quasi otto anni fa, nell’ottobre 2001, gli Stati Uniti, con l’aiuto del Pakistan, vinsero una sorta di «blitzkrieg» in Afghanistan e distrussero in tre settimane il regime fondamentalista del mullah Omar. Oggi il Pakistan combatte sul proprio territorio, a un centinaio di chilometri dalla capitale, gli stessi talebani che sembravano allora definitivamente sconfitti. La guerra, in realtà, non si è mai interrotta. Mentre gli americani concentravano ogni loro sforzo sull’Iraq e delegavano ad altri la ricostruzione dell’Afghanistan, i talebani approfittavano della solidarietà pashtun nelle zone montuose al confine con il Pakistan per riorganizzare le loro forze. Sono tornati alla spicciolata nelle terre da cui erano stati cacciati, si sono finanziati e armati con il commercio della droga e hanno creato uno stato fantasma a cavallo fra i due paesi.
Sarà bene ricordare che i talebani non vanno confusi con Al Qaeda. Ne furono alleati perché attratti dal comune fanatismo religioso e da ragioni di reciproca convenienza. Ma sono nazionalisti e si battono contro gli stranieri con lo stesso spirito con cui i loro antenati combatterono gli inglesi nell’Ottocento e i russi nel Novecento. Il rapporto con Al Qaeda, tuttavia, rimane forte e l’organizzazione di Osama Bin Laden sta approfittando dei talebani per creare nuove basi in territorio pachistano.
Spronato dagli Stati Uniti, il Pakistan ha deciso di reagire. Il recente viaggio a Washington del presidente Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, ha segnato la fine di una fase durante la quale il governo di Islamabad aveva negoziato un’umiliante tregua con i talebani nella provincia dello Swat. Sull’esito del contrattacco non dovrebbero esservi dubbi. Le forze armate pachistane contano 1 milione di uomini, mentre i talebani dispongono, tutt’al più, di 5 mila guerriglieri.
Ma esistono almeno due punti interrogativi. In primo luogo la guerra ha provocato una catastrofe umanitaria. Strette fra due fuochi, le popolazioni abbandonano le loro case e fuggono verso est. I profughi sarebbero 500 mila: un fenomeno che ricorda le migrazioni di massa dall’India al Pakistan e viceversa, dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1947, e l’ondata umana che si riversò sul Pakistan dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. Per un paese afflitto da gravi problemi economici e da un alto tasso di disoccupazione, i rifugiati dello Swat possono diventare il detonatore di una esplosione sociale.
In secondo luogo non è certo che le forze armate pachistane intendano agire con la fermezza richiesta dalla situazione. Per i loro generali il vero nemico è l’India. Hanno finanziato i movimenti indipendentisti del Kashmir (la regione musulmana annessa dall’India nel 1947), hanno esaltato l’identità islamica del loro paese, hanno chiesto e ottenuto l’arma nucleare e, per meglio estendere la loro influenza sull’Afghanistan, non hanno mai rinunciato a coltivare rapporti segreti con i talebani. Hanno creduto di potere usare l’Islamismo e ne sono diventati prigionieri.
Negli anni Ottanta, quando il nemico comune era l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti chiusero un occhio. Oggi vorrebbero che il Pakistan facesse la sua parte nella lotta contro i talebani. È probabile che la dirigenza politica del paese sia d’accordo. Ma non è certo che abbia la forza per imporre la propria volontà alle forze armate e a una società fortemente islamizzata.
Ancor più della sconfitta dei talebani l’obiettivo prioritario degli Stati Uniti in questo momento è evitare il collasso del sistema politico e la guerra civile in un paese che dispone di un arsenale nucleare.
- Venerdì 15 Maggio 2009























Commenti
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Il 15 Maggio 2009 alle 17:26 nhico ha scritto:
Pakistan croce e delizia dell’America. Ma anche qui Obama, come è successo con Guantanamo, sarà costretto a ritornare sulle sue decisioni .
Il 22 Maggio 2009 alle 13:06 shift ha scritto:
A leggere la descrizione del giornalista Romano si direbbe quasi che i talebani e gli islamici siano delle povere vittime e non i fanatici pazzi che sono in realtà.
Gli USA se hanno chiuso un occhio è stato solo perchè fin tanto che le diatribe sono locali non hanno avuto mai l’interesse e la convenienza per intervenire, questa è da sempre la loro politica, contrariamente a quanto affermano le sinistre che gli attribuiscono mire imperialiste.
Il guaio è che tutti costoro si sono messi in testa d’esportare le loro follie, come s’è visto per l’11 settembre 2001, costringendo gli USA ad interessarsi di tutti questi pazzi, Pakistan compreso e Patria dei fondamentalisti.
Il 28 Maggio 2009 alle 17:14 Corrado Buccieri ha scritto:
Anche l’America oggi ha i suoi problemi…..pertanto se
il Pakistan sprofonda volontariamente..sarà poi indice
di ricostruzione per gli Stati Uniti.
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