Archivio di Maggio, 2009
L’Editoriale
Eravamo abituati all’uso politico della giustizia e anche a quello delle vittime (pensate a quanti parenti di morti per terrorismo o per altri eventi drammatici sono stati candidati alle elezioni), ma all’uso politico del matrimonio e del divorzio no, per quello non eravamo pronti. Non so se questo sia un segno di progresso della dialettica parlamentare. Direi di no. Ma non voglio fare il moralista, mi limito ad annotare una svolta nelle consuetudini. Non voglio entrare, ovviamente, nella vicenda privata di Silvio e Veronica Berlusconi: i torti e le ragioni dell’uno e dell’altra sono affari loro e non di un editoriale. Mi limito a osservare che l’epilogo non è del tutto inatteso.
Che il matrimonio del presidente del Consiglio fosse sull’orlo di una crisi di nervi, e anche qualcosa di più, s’era capito da un pezzo. Fin da quando la moglie aveva preso carta e penna e aveva scritto alla Repubblica nel 2007 per lamentarsi del marito. Al di là dei contenuti, la scelta della testata più ostile a Silvio Berlusconi era densa di significati, uno sfregio che solo un sentimento di calcolata irritazione, se non di rancore, poteva guidare.
Così come carico di senso era stato un altro gesto precedente, ma non meno forte, quando Veronica Lario aveva deciso di rilasciare un’intervista sulla guerra in Iraq proprio a Micromega, il giornale vessillo dei giustizialisti. Concedersi ai nemici del proprio marito è una di quelle perfidie che solo una donna risoluta a litigare fino in fondo sa riservare al coniuge, in quelle domestiche guerre dei Roses che talvolta possono scoppiare dai grandi amori.
Ma, come dicevo, le ragioni che hanno portato a tutto ciò sono affari loro. Ciò che è affare nostro è l’uso che è stato fatto della vicenda. Che tutto questo venga impiegato da una parte politica per trarne vantaggio fa un po’ ridere. Così come anni fa, durante la presentazione del libro Tendenza Veronica di Maria Latella, mi divertì ascoltare una comunista (e femminista) come Luciana Castellina che quasi affidava a Lario il suo desiderio di rivincita contro l’odiatissimo Berlusconi. L’enfasi con cui certi giornali raccontano e commentano il divorzio dei first coniugi tradisce l’idea che l’unica vera oppositrice del Cav sia lei, Veronica. E il sogno di arruolarla tra le file dell’opposizione si è fatto largo a sinistra da tempo, al punto che alle ultime elezioni Walter Veltroni, con discutibile gusto, lanciò l’idea di candidarla tra le file del Partito democratico. E non è detto che prossimamente, vista la crisi in cui versa il Pd, qualcuno non ci riprovi, magari offrendole il posto di Dario Franceschini. Gli sviluppi, dunque, sono l’aspetto che più mi incuriosisce di questa vicenda.
Già, perché al di là dell’interesse un po’ pettegolo che tutti abbiamo per gli affari degli altri, accresciuto dal fatto che in questo caso gli altri sono anche famosi e potenti, resta da capire che influsso avrà il divorzio sulla carriera politica di Berlusconi. Lo penalizzerà o sarà ininfluente? O forse addirittura lo avvantaggerà perché i maschi solidarizzeranno con lui?
I sondaggi (Panorama ne pubblica uno qui) dicono che la fine del suo secondo matrimonio non peserà sui destini del Cav. Da vincente in politica deve fare i conti con una sconfitta in famiglia, ma ciò non ne intacca l’immagine di condottiero. Anzi, io credo che il divorzio restituisca un Cavaliere più normale, con i suoi successi (tanti) e i suoi guai (altrettanti). Lui per l’immaginario collettivo viene dal mondo della tv, che è sì fatto di lustrini, ma anche di lacrime.
Dunque non credo che la carriera del presidente del Consiglio sarà danneggiata. Ma, se così fosse, Berlusconi potrebbe sempre seguire l’esempio di Nicolas Sarkozy, che piantato da Cécilia si consolò subito con Carla Bruni. Perché una sconfitta si cancella solo con un successo. In politica, come in amore.
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Fuori Porta
Chissà se l’hanno mai ripreso, il simpatico Mustafà. È difficile svolgere una ricerca perché, quando lo incontrai nel giugno scorso nel centro di identificazione ed espulsione di Roma, all’immediata vigilia della sua ennesima, inutile espulsione dall’Italia, Mustafà mi dette un cognome diverso dai 26 che aveva fornito alla polizia nell’arco di 17 anni. «Se riuscissero a sapere davvero come mi chiamo, mi manderebbero via» mi disse asciutto.
Nonostante quattro espulsioni, dal 1991 Mustafà non si è mai mosso dall’Italia. È stato arrestato sei volte, in tre occasioni è finito in carcere con condanne a sei mesi: atti di libidine, rissa aggravata, estorsione, danneggiamento, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale. Appena sbarcato (forse) da Casablanca con un visto turistico, ha gettato i documenti e ha cominciato l’attività di clandestino libero professionista. Dopo il nostro incontro, infischiandosi ovviamente del quarto decreto d’espulsione, sarebbe andato prima vicino a Foggia per raccogliere pomodori, poi in Calabria per le olive e infine in Sicilia per le arance. Parole sue, con tanto di dettagli sul trattamento economico e la profonda antipatia verso i romeni che, dice, sono inaffidabili e pericolosi. Alle richieste di identificazione, Algeria, Tunisia e Marocco hanno risposto picche.
E così Mustafà è uno dei nostri. Come lo saranno i 1.038 clandestini rimessi inopinatamente in libertà perché il Parlamento ha bocciato la proposta di trattenerli per sei mesi invece dei due consentiti oggi.
Su questa storia bisogna intendersi senza ipocrisie. Sono stato a Lampedusa, ho parlato con gente appena sbarcata, ho ascoltato racconti di sofferenze che sarebbe disumano augurare al peggiore nemico. Nessuno di noi può immaginare che cosa provino le donne violentate ai diversi posti di blocco libici e quanto sia doloroso pregare tutti a voce alta quando il mare s’ingrossa. Nessuno di noi saprà mai quante migliaia di speranze siano finite in fondo al Mediterraneo. Fanno bene, dunque, le nostre navi a fare quel che né la Spagna né Malta (i due paesi più vicini ai luoghi d’imbarco dei migranti) farebbero mai.
Al tempo stesso, non è immaginabile che l’Italia risolva da sola il problema della disperazione africana. Perché l’eccesso di tolleranza e perfino di carità porta fatalmente agli eccessi xenofobi. Le immagini di degrado di via Cairoli a Padova, filmate dall’ultimo italiano che abita in quella strada invasa da stranieri irregolari e trasmesse dal Tg1 domenica 26 aprile, valgono più di cento dibattiti televisivi e parlamentari.
Dunque? Dunque occorre mettere la pietà d’accordo col buonsenso. L’iniziativa di spingere i medici a denunciare il clandestino bisognoso di cure è un atto di inutile crudeltà sociale, oltre che una violazione del codice deontologico sanitario. Ma portare da due a sei mesi la permanenza dei clandestini nei centri è il minimo che si possa fare per avere qualche pur ridotta possibilità di restituire i migranti ai paesi d’origine.
Un dirigente del settore immigrazione mi ha detto che sotto il profilo tecnico forse quattro mesi potrebbero bastare. Però va valutato un aspetto accessorio. Finora l’esercito di Mustafà in giro per l’Italia ha considerato i due mesi nei centri un incidente di percorso. Se questi mesi diventassero sei o ancora di più (l’Europa ne autorizza non a caso fino a 18), probabilmente l’Italia diventerebbe un mercato meno appetibile.
Naturalmente il problema va affrontato in radice, con formidabili investimenti occidentali nei paesi africani. Ma nell’attesa tutti i dirigenti politici provvisti di buonsenso badino a non trasformare l’Italia in un’anticamera di via Cairoli a Padova.
L’arcitaliano
Il socialista etico José Luis Rodriguez Zapatero vuole cambiare la legislazione sull’aborto in Spagna. La norma è pronta, la battaglia infuria. Ventiquattro anni fa in quel paese fu introdotta una legge dello stesso tipo di quella italiana del 1978, con alcune varianti. L’idea di fondo era che l’aborto è una questione sociale da risolvere, per tamponare la piaga della sua clandestinità, ma non un diritto di libertà della donna. Ora la ministra dell’Uguaglianza, titolo politico di chiara radice orwelliana che avrebbe potuto comparire nel celebre 1984, ha deciso che l’aborto va considerato dentro la cornice della «autonomia del paziente», e che dunque a 16 anni, senza nemmeno il dovere di avvertire genitori o tutori, una ragazza può tranquillamente abortire così come può farsi un’operazione di chirurgia estetica o altro intervento.
Il Foglio, il Corriere della sera e altri giornali hanno raccontato la dura rivolta laica contro questa nuova negazione dei diritti dei nascituri. Zapatero non fronteggia soltanto le tradizionali denunce del presidente dei vescovi, Rouco Varela, o del leader del partito cattolico popolare; è nato invece un fenomeno più simile alla campagna laica antiabortista iniziatasi in Italia con le forti polemiche sulla «moratoria».
Alla guida della crociata razionale per la vita si sono messe le maggiori personalità del mondo scientifico iberico, e con argomenti simili a quelli della campagna italiana. L’aborto, ha spiegato al Corriere il genetista Nicolas Jouve, «non è solo una interruzione volontaria della gravidanza, quanto un atto semplice e crudele di interruzione di una vita umana».
I 2.300 firmatari dell’appello antiabortista non entrano nel merito della legislazione se non per dire due cose: che nessuno pensa di perseguire in giudizio e comminare la galera alle donne che abortiscono; che l’aborto va combattuto in radice anche perché oggi se ne sa molto più di quanto se ne sapeva all’epoca delle leggi liberalizzanti o depenalizzanti, e quel che si sa è che la vita umana comincia subito dopo la fecondazione. Il nascituro dipende dalla madre giusto come un neonato, non è parte di alcun suo organo, non è sua proprietà biologica, e dal punto di vista più astratto del diritto è un sopravveniente al quale si nega il diritto di esistere.
Dopo le speranze e le paure che, non solo in Italia, erano state sollevate dall’ondata di protesta morale e civile seguita alla moratoria sulla pena di morte (dicembre 2007), questa nuova crociata laica e razionale rientra in quel solco, riapre quella ferita culturale. La novità di questo movimento antiabortista è chiara.
La questione non è più quella di vendicare la legislazione permissiva che seguì in tutto il mondo la sentenza pro choice della Corte suprema americana. Il problema è intanto prendere atto di quello che è successo in questo trentennio: la scelta di non punire la donna si è trasformata, invece che in un aiuto alla maternità consapevole, in un devastante prevalere dell’aborto di massa moralmente indifferente.
Con tutte le complicazioni drammatiche dell’aborto selettivo ed eugenetico, e della vergognosa pianificazione familiare misogina di quei paesi asiatici in cui la politica del figlio unico ha determinato la scomparsa di centinaia di milioni di missing women all’appuntamento demografico (la denuncia, in origine, fu del sociologo Amartya Sen).
Preso atto di questo, occorre destinare risorse e cultura, educazione e norme civili alla lotta contro l’aborto. E radicare questa battaglia, sul terreno globale della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, dentro una nuova consapevolezza giuridica del fatto che la vita va tutelata dal suo inizio fino alla morte.

Di Magdi Allam
L’Iran continua a sfidare la comunità internazionale procedendo speditamente nel programma di arricchimento dell’uranio che gli consentirà di possedere la bomba atomica. Israele, che il regime naziislamico di Ali Khamenei e di Mahmud Ahmadinejad ha promesso di distruggere, si prepara ad attaccare i siti nucleari iraniani per prevenire il secondo e definitivo olocausto dello stato ebraico.
Tutti dovremmo sapere che, a meno di un improbabile cambiamento radicale della strategia terroristica di Teheran, la guerra ci sarà. Forse già nei prossimi mesi. E prevedibilmente Israele sarà costretto a usare armi nucleari per difendere il proprio diritto alla vita, con l’inevitabile catastrofe planetaria che ne conseguirà.
Eppure, il mondo assiste inerte a questa tragica prospettiva. L’Unione Europea, come ha dimostrato nella conferenza sul razzismo svoltasi a Ginevra il 20 aprile, è più che mai divisa e incapace di esprimere una posizione comune in politica internazionale, sui temi della difesa, della sicurezza e dell’integrazione. Che pena assistere al reality show dell’abbandono dell’aula poco dopo l’inizio del discorso di Ahmadinejad, una versione politica del Grande fratello, con un copione recitato ad arte da chi sapeva anticipatamente tutto nei minimi dettagli! Meglio ha fatto l’Italia disertando la conferenza. Ora però siamo coerenti fino in fondo, ponendo fine all’ignobile baratto dei valori in cambio del denaro, del petrolio e del gas iraniano. Perché diversamente faremmo anche noi parte, volenti o nolenti, di quanti sostanzialmente legittimano i nuovi nazifascisti islamici.
Mi preoccupa assai l’atteggiamento conciliante di Barack Obama, che farebbe venire meno la pregiudiziale sul processo di arricchimento dell’uranio se l’Iran assicurasse che lo userebbe solo per scopi pacifici. Mi ricorda la definizione data da Winston Churchill della persona conciliante, «uno che nutre il coccodrillo nella speranza che questo lo mangi per ultimo». Ed è la posizione che ha indotto il Vaticano, la Francia e la Gran Bretagna a partecipare alla conferenza. Ripetendo l’errore commesso dall’Europa a Monaco nel 1938 con Adolf Hitler. Immaginando che si possa placare l’appetito del tiranno concedendogli quanto esige nell’immediato, sperando che accetti la logica del compromesso e condivida la prospettiva della pace. In un contesto utopistico dove il dialogo è concepito come una bacchetta magica, dove a furia di dialogare prima o dopo tutti i problemi saranno risolti.
Proprio l’orrore della Seconda guerra mondiale avrebbe dovuto insegnarci che il dialogo non è mai fine a se stesso, che è sbagliato dialogare a prescindere dai contenuti. Il dialogo è semplicemente un ponte. Come tutti i ponti deve avere un forte radicamento su entrambe le sponde.
Bisogna avere la certezza che in partenza si condivida quantomeno il valore fondante della nostra umanità, il diritto alla vita, e che il punto d’approdo corrisponda al bene comune.
Ebbene, oggi più che mai Israele incarna il bene inalienabile della vita, dal momento che è l’unico stato al mondo a cui viene negato il diritto all’esistenza e di cui si predica apertamente la distruzione. Ecco perché solo schierandoci decisamente al fianco dello stato e del popolo ebraico tutti noi potremo salvare la nostra umanità e la nostra civiltà.

L’editoriale
Approfittando della ricorrenza dei cent’anni dalla nascita, è cominciato un processo (laico) per la beatificazione di Indro Montanelli. Giornali e soprattutto tv hanno dato ampio spazio ai suoi diari pubblicati per l’occasione, soffermandosi in particolare sull’ultimo periodo di vita, quello cominciato il giorno in cui Indro, dopo 20 anni di direzione, lasciò Il Giornale, la sua creatura. Nella scelta c’è una buona dose di malizia, perché così si può mettere in luce esclusivamente il Montanelli antiberlusconiano. Anzi, si fa del grande giornalista il campione dell’opposizione al Cavaliere.
Intendiamoci, l’ex direttore del quotidiano di via Negri fu dal 1994 in poi un fiero avversario di Silvio Berlusconi. Ma ridurre la sua storia solo a quello è una manipolazione bella e buona. Così com’è manipolata la ricostruzione del suo abbandono del Giornale. A differenza di quel che si racconta, il fondatore non fu né licenziato né cacciato. Fu lui ad andarsene, scegliendo di non appoggiare il partito che il suo editore aveva deciso di lanciare. Secondo la vulgata che tenta di farlo passare per una vittima, Montanelli sarebbe stato obbligato ad andarsene dopo un discorso tenuto da Berlusconi davanti alla redazione del Giornale. Neppure questo corrisponde al vero. Indro non fu affatto costretto alle dimissioni, anche perché l’intervento del Cavaliere nell’assemblea non contiene le frasi che sono state spesso citate. Per averne prova basta rileggersi il resoconto stenografico che fu riportato nel libro di Mario Cervi e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, due dei collaboratori più vicini a Indro.
Se non vi fu la cacciata, perché Montanelli se ne andò? La risposta è triplice.
Primo. Il Giornale da tempo perdeva soldi. Fin dalla sua fondazione il bilancio era in perdita per un eccesso di spese e proprio per questo i redattori, primi proprietari della testata, erano stati costretti a vendere le loro quote a Berlusconi. Ma, nonostante l’abitudine alle perdite, quelli del 1993 furono risultati molto negativi, tanto che il cda, di cui Montanelli faceva parte, decise di varare un doloroso piano di ristrutturazione: chiusura delle sedi estere, riduzione delle trasferte e contenimento di ogni spesa, pur di evitare il disavanzo di 14 miliardi attesi per il 1994. Indro, che a malincuore aveva approvato quel piano di lacrime e sangue e che in pubblico manifestava il suo disprezzo per i contabili, in segreto coltivava il desiderio di uscire da quella situazione fondando un giornale nuovo, più piccolo, con meno costi e meno problemi. E per questo, molto prima del discorso di Berlusconi al Giornale, si era rivolto a Victor Uckmar, noto commercialista genovese, che capeggiava una cordata di imprenditori intenzionati a fare un nuovo quotidiano.
Il secondo motivo dell’addio va ricercato nella voglia di non avere un editore, seppure di minoranza, che facesse politica. E per giunta un editore che egli non amava molto, anzi che probabilmente disprezzava. Montanelli, acerrimo avversario dei radical chic, era però un aristocratico, non con il blasone, ma sicuramente nelle maniere, e non amava la sudata fortuna di Berlusconi. Lo rivela lo stesso Marco Travaglio, quando racconta che Montanelli non appoggiò il Cavaliere “per motivi estetici, prima ancora che etici e morali”.
Terza ragione, la più importante: Indro si considerava l’unico, vero leader della destra in Italia. Pur non disponendo di un partito, Montanelli era l’indiscusso interprete di quelle idee, non a caso i politici, da Giovanni Spadolini a Ugo La Malfa, e perfino i capi dc, tenevano in grande considerazione le sue argomentazioni. Montanelli, quando Berlusconi decise di scendere in politica, si rese conto che il suo primato volgeva al termine. Non sarebbe più stato l’unico alfiere della destra e dell’anticomunismo, avrebbe dovuto condividere quel ruolo con l’imprenditore che ripianava i suoi deficit editoriali. Probabilmente capì che l’arrivo sulla scena politica del Cavaliere avrebbe archiviato per sempre la destra montanelliana, una destra quasi risorgimentale, sostituita da quella pragmatica di Berlusconi.
Ecco, il grande Indro non perdonò al Cavaliere di avergli strappato non Il Giornale, ma la patente di campione incontrastato di quella che un tempo fu definita la maggioranza silenziosa. Montanelli era sempre stato la voce di quella maggioranza d’italiani, ma nel 1994 alla sua voce si sostituì quella di Berlusconi. Per Indro fu un affronto insopportabile. Per questo s’inventò un’altra Voce. Per questo proprio lui, che era sempre stato di destra, si buttò a sinistra.