Archivio di Giugno, 2009

Romano: Effetto Obama anche sugli ayatollah

gli iraniani alle urne

Di tutti i fronti politici aperti da Barack Obama dopo il suo arrivo alla Casa Bianca quello iraniano è il più complicato. Il paese con cui dovrà trattare ha una diplomazia abile e sfuggente, un sistema politico fatto di pesi e contrappesi, un presidente che è sempre, in ultima analisi, il rappresentante di un potere più alto: il leader supremo, successore dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, con il quale è stato impossibile sinora avere rapporti diretti.
Obama è probabilmente disposto a fare proposte interessanti. Può concedere la revoca graduale dell’embargo e accettare la prosecuzione del programma nucleare. Ma chiede che l’Iran s’impegni formalmente a non progettare la costruzione di ordigni atomici. Può forse riconoscere agli iraniani il diritto di arricchire sul territorio nazionale l’uranio necessario al loro programma (il trattato di non proliferazione non lo vieta). Ma vuole che il paese si assoggetti a un regime di sorveglianza internazionale più intrusivo di quello accettato sinora. È disposto a permettere che l’Iran eserciti una certa influenza in Iraq, ma pretende, con ragione, che Teheran collabori alla pacificazione del paese, soprattutto durante il ritiro delle truppe americane.
Non sappiamo quali altri ostacoli Obama troverà sulla sua strada. Ma sappiamo sin d’ora che le sue aperture all’Iran non piacciono ai paesi sunniti del Golfo, preoccupano l’Egitto di Hosni Mubarak e sono molto sgradite al governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Lungo la strada della sua politica iraniana, il presidente americano troverà quindi molti blocchi stradali, rischierà di cadere in qualche imboscata e dovrà guardarsi le spalle dagli amici di cui Israele dispone, soprattutto al Congresso. Si muoverà quindi contemporaneamente su numerosi fronti e dovrà fare del suo meglio, in particolare, per allentare i legami che uniscono Teheran ai suoi amici mediorientali: Siria, Hezbollah, Hamas. La sconfitta di Hezbollah nelle elezioni libanesi è un punto a vantaggio della sua strategia.
La ripresa del dialogo fra Hamas e l’organizzazione di Abu Mazen in Cisgiordania sarebbe un secondo punto, non meno importante. E se il dialogo con Damasco desse qualche buon risultato, l’Iran, privato dei suoi vecchi amici, diventerebbe forse più malleabile.
Un risultato, comunque, è già stato raggiunto. Ancora prima dell’inizio del negoziato, la presenza del nuovo presidente alla Casa Bianca ha avuto l’effetto di smuovere le acque della politica iraniana. Per la prima volta i due principali antagonisti (Mahmoud Ahmadinejad e Mir Hussein Mussavi) si scontrano pubblicamente con durezza e attraggono sulle piazze grandi folle di seguaci. Mussavi, in particolare, può contare su una moglie intelligente e combattiva che non esita ad apparire sul podio accanto al marito e a convocare bellicose conferenze stampa.
L’Iran non è una democrazia nel senso occidentale della parola, ma è paradossalmente molto più democratico di altri paesi musulmani con cui gli Stati Uniti hanno rapporti di amicizia e di alleanza.
Non so, mentre scrivo, se il presidente, dopo le elezioni, sarà ancora il demagogo Ahmadinejad o il riformatore Mussavi. Ma la differenza non è poi così importante. Se sarà rieletto, Ahmadinejad avrà probabilmente interesse a concludere con un successo politico il suo secondo mandato e smorzerà i toni nazionalisti della sua prima presidenza. Mentre Mussavi, se toccherà a lui, non potrà apparire molto più conciliante del suo avversario. Sarà insomma, in ambedue i casi, un negoziato difficile. Ma i negoziati utili sono sempre difficili.

Vespa: Caro Casini, dovrà dirci da che parte sta

Pier Ferdinando Casini

Cominciamo dall’anno prossimo. Martedì 9 giugno, a Porta a porta, Andrea Ronchi, ministro figlio di An, guarda Michele Vietti, presidente vicario dell’Udc: «Alle regionali del 2010 non potrete certo fare alleanze a macchia di leopardo…». E Vietti: «No, certo, lì si vota in un turno solo e su programmi concordati prima».
In un anno nella politica italiana può davvero accadere di tutto, ma è difficile che alle elezioni regionali l’Udc pensi di allearsi a sinistra, che il Pdl rinunci al contributo di Pier Ferdinando Casini nel Centro-Sud e che Casini accetti di essere buttato fuori dalle giunte del Nord. La Lega dovrà farsene una ragione. Non dovrebbe essere difficile, vista l’attuale convivenza nelle giunte di Lombardia e Veneto.
Diverso il discorso per i ballottaggi alle provinciali e alle comunali del 21 giugno. Qui l’Udc si tiene le mani libere: sceglierà le alleanze caso per caso con una avvertenza: non dare l’impressione di una scelta di campo. Al primo turno le scelte prevalenti sono state a destra. In nove province (Macerata, Chieti, Pescara, Teramo, Latina, Isernia, Avellino, Napoli e Salerno) il centrodestra ha vinto al primo turno correndo insieme con l’Udc. In altre 13 hanno vinto Pdl e Lega. A Piacenza hanno corso e vinto insieme Pdl, Lega e Udc. Il Pdl ha vinto correndo da solo a Bari e nella Bat (la nuova Provincia Barletta-Andria-Trani). In una sola città l’Udc è andata col Pd: a Brindisi, dove Casini e Massimo D’Alema hanno ovviamente concordato di ripetere l’alleanza al ballottaggio.
Dunque? Il 22 di giugno si faranno i conti e si vedrà chi ha richiesto o accettato il contributo dell’Udc e quanto le alleanze contribuiranno a identificare il nuovo volto del partito di Casini.
Alla Provincia di Torino sembra scontato il contributo (forse decisivo) dell’Udc al Pd. Alla Provincia di Milano i voti centristi non verranno chiesti dal Pdl (la Lega è contraria) e nemmeno offerti. A Firenze non servono: Matteo Renzi deve recuperare una parte dell’enorme emorragia che ha subito a sinistra per battere Giovanni Galli. Dopo Torino, saranno le alleanze per il Comune di Padova l’occasione per capire dove batte il cuore Udc. Alcuni nel partito di Casini sono tentati di appoggiare il sindaco uscente Flavio Zanonato, lo sceriffo di sinistra: origine Pci, ma cattolico. I dirigenti veneti del Pdl non ci credono: lo schiaffo sarebbe insopportabile, visti gli eccellenti rapporti tra il governatore Giancarlo Galan e Antonio De Poli, capo dell’Udc veneta. Sono perciò convinti che, nella regione in cui il Pdl ha preso più voti che alle politiche, Marco Marin diventerà sindaco di Padova con la collaborazione dei centristi.
Vedremo. Finora Casini si è mosso con molta abilità sullo stretto sentiero dell’equidistanza. Il suo elettorato è in parte cambiato: l’ala più moderata è passata con il Pdl ed è stata rimpiazzata da un piccolo smottamento a destra del Pd, che peraltro Dario Franceschini finora è riuscito a contenere, perdendo assai più a sinistra.
Al di là delle smentite, i discorsi per la costruzione di una nuova fisionomia del partito con il contributo di Enrico Letta e forse di Francesco Rutelli sono andati molto avanti. Ma Casini ha già chiarito che questo non significherebbe affatto spostare l’Udc stabilmente nella fascia sinistra del campo, come vorrebbero lo stesso Letta e l’ex segretario Marco Follini.
L’inquietudine con cui la Lega guarda a queste manovre lascia in sottofondo il timore che Silvio Berlusconi possa reagire alle eccessive pressioni leghiste guardando all’Udc come a una pur remota alternativa. Ma questa per ora è fantascienza. Il Cavaliere si fida di Umberto Bossi, assai meno di Casini.

Ferrara: Quante falsità in queste europee

Fine della campagna elettorale

Le elezioni europee sono fatte in modo strano. Non contano. Votano in pochi, tranne che in Italia (dove miracolosamente l’antipolitica ha promosso i valori della partecipazione politica). Non si elegge un governo. L’esecutivo è quello intergovernativo votato nei parlamenti nazionali: la Commissione di Bruxelles e il Consiglio europeo dei ministri o dei presidenti e capi di stato. Il Parlamento ha aumentato negli anni i suoi poteri, e magari può sfiduciare una Commissione esecutiva, ma nella sostanza è una fabbrica di carta, di mozioni, di ordini del giorno, e una grande agenzia di rimborsi e di viaggi e di buffet.

Il risultato delle europee è regolarmente manipolato. Tutti i partiti in 27 paesi vincono; può succedere che siano in calo non dissimulabile, ma nessuno perde davvero e le cosiddette flessioni sono sempre accompagnate da una via d’uscita. La proporzionale consente questi giochini. Molte liste conoscono generose fortune, che però non verrebbero mai replicate in normali e pesanti elezioni politiche.

Romano Prodi, che non ha mai visto un voto che sia un voto in vita sua, dico un voto in proprio, ebbe l’8 per cento con la trovatina dell’Asinello, subito dopo la sua prima sfortunata esperienza di governo ulivista. Emma Bonino, beneficiata dal troppo generoso Silvio Berlusconi che nel 1994 la mise nella Commissione di Bruxelles a fare le sue sparate narcisiste sulla pesca e sui diritti umani, fece anche lei il solito piccolo pieno di voti del ceto medio riflessivo, sempre un bell’8 per cento. Non ne rimane alcunché di tutta questa fuffa, pietra su pietra.
Antonio Di Pietro ora si monterà la testa, ma il suo raddoppio, e in parte il discorso vale anche per Umberto Bossi, deve essere commisurato alla qualità del voto, al suo essere testimonianza più che scelta di governo.
Altro fenomeno: alle europee sembra sempre che ci sia un fascismo montante, per non parlare del razzismo, insomma con Strasburgo e il suo Parlamento è sempre Repubblica di Weimar, un’anticipazione di fragilità della democrazia subito prima del crollo e dell’avvento al potere del nazismo. Stavolta, perché c’è un limite a tutto, il Guardian di Londra, giornale liberal quanti altri mai, ha chiesto a molti storici di commentare e quasi tutti, compreso il comunista Eric Hobsbawm, hanno detto: non diciamo scemenze, non c’è la grande depressione e non c’è il fascismo alle porte.

Ma la tentazione surreale di vedere nel risultato olandese o austriaco il segnale di una svolta autoritaria si fa viva: eppure nei Paesi Bassi, posto che non gli facciano fare la fine di Pim Fortuyn, Geert Wilders reagisce alla radicale islamizzazione multiculturale dell’identità nazionale, e arriva secondo; mentre in Austria, l’abbiamo visto anche con le circostanze della sua morte, l’avventura di Jörg Haider, più che una resistibile ascesa di forze autoritarie e macho al potere, era una delicata tessitura di storie d’amore private con il territorio, il mito, l’idillio da parte di un leader complicato e gay.
Si è vista, questa sì, la dura condizione di partiti ideologici legati al mito calante del socialismo, nonostante la crisi economica e finanziaria e la sua implicita promessa di obliterare il liberismo e rilanciare lo stato nell’economia. Niente da fare, le destre europee sanno fare il mestiere delle sinistre socialiste meglio di loro, all’occasione, e in Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania (per non parlare del Pd e della sinistra radicale in Italia) il socialismo dei nostri tempi ha preso botte da orbi.

Belpietro: Lega di lotta e di governo

 Silvio Berlusconi e Umberto Bossi

Silvio Berlusconi non ha vinto. O quantomeno non ha vinto come avrebbe voluto. È noto che egli sperava in un successo elettorale di dimensioni tanto ampie da spazzare via tutte le trappole che l’opposizione ha messo sul suo cammino. Un risultato largamente positivo poi avrebbe avuto l’effetto di frenare i cavalli che scalpitano dentro il Popolo della libertà, e Dio solo sa quanti ce ne sono. Ma tant’è: la travolgente ondata non c’è stata e conviene fare i conti con quel che c’è. Del resto, a urne chiuse, bisognerebbe riconoscere che l’ambizione di superare il 40 per cento dei consensi era in gran parte irragionevole. Soprattutto alla luce di quel che è successo nelle ultime settimane, fra divorzi e condanne. Neanche un mago sarebbe riuscito a passare indenne attraverso un simile fuoco e il Cavaliere, per quanto stregato dalla fortuna, uno stregone non è.
Capisco che lui sia stato deluso dal 35 per cento ottenuto e che a nulla sia valsa la conquista di 28 province, 17 delle quali strappate al centrosinistra.

Ma a ben guardare l’anno che ci separa dalle elezioni politiche avrebbe abbattuto anche un toro. Dopo 12 mesi di governo di solito ogni maggioranza lascia sul campo qualche punto di consenso. Figuratevi che cosa succede se il periodo è trascorso fra crolli di borsa e chiusura di aziende. Pensare di poter guadagnare voti in mezzo a un’economia in piena tempesta è fantapolitica.
Berlusconi, dunque, deve consolarsi per aver ceduto appena il 2 per cento e non già perché il Partito democratico ci ha rimesso il 7 per cento (e ha conficcata una spina nel fianco come Antonio Di Pietro, che ora ha raggiunto l’8 per cento, più di quel che un tempo aveva Fausto Bertinotti), ma soprattutto perché altri governi europei sono stati bastonati molto di più dai loro elettori. Dunque, non credo che il presidente del Consiglio abbia motivo per dolersi.
Detto questo, c’è però una considerazione che è doveroso fare e che in parte ho già anticipato nel pezzo della scorsa settimana, prevedendo gli scenari del dopo elezioni. Dalle urne, non essendo giunto un travolgente successo del Pdl, ma semmai una sua conferma, è però uscita rafforzata la Lega, e non solo nelle sue aree tradizionali, come Lombardia e Veneto (dove per altro il Pdl è riuscito a spuntarla, anche se per un soffio), ma anche in Emilia-Romagna, in Toscana e nelle Marche. In alcuni piccoli centri al di sotto del Po il partito di Bossi ha sfondato il muro del 20 per cento e a Fermignano, in provincia di Pesaro, ha conquistato addirittura il 33,5.

I lumbard, accentuando una tendenza che già si era vista alle passate politiche, ora non sono un partito regionale, ma qualcosa di più e in alcuni casi si sostituiscono ad alcuni tradizionali gruppi del centrosinistra. Gli esperti di flussi elettorali hanno già spiegato che molti iscritti della Cgil votano Lega e che ormai il movimento di Umberto Bossi è preferito dagli operai e da un ceto medio-basso più di quanto ormai lo siano i partiti della sinistra radicale. E il rischio vero per Berlusconi sta proprio qui.
Ovvero che la Lega diventi un partito molto diverso da quello delle origini, quando nacque l’alleanza tra Bossi e il Cavaliere. Già oggi si capisce che il movimento è cambiato e su certi temi rappresenta istanze differenti da quelle del Pdl, o quantomeno le interpreta con accenti diversi. Ma nel futuro il fenomeno potrebbe accentuarsi. In un momento in cui l’opposizione è ridotta al minimo (com’è dopo l’ultimo voto) il pericolo è dunque che ne nasca una dentro la maggioranza, interpretata appunto dalla Lega. In questo caso si tratterebbe di una guerra intestina e, come tutte le guerre fratricide, destinata a finire male.

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter
  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
    • Viaggio nell'antico Egitto
    • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!