Archivio di Luglio, 2009

Ferrara: Marino, il moralizzatore da moralizzare

Ignazio Marino

In fondo parlare del «caso Marino» è inutile, tanto sono messe in chiaro le cose, documentalmente. Ignazio Marino non è un ladro di strada né un farabutto, al contrario è una persona caratterialmente mite, un po’ vanitosa e molto ambiziosa, che 7 anni fa lasciò il suo posto di chirurgo, a Palermo, e cominciò a farsi l’immagine per l’ingresso in politica. Disse che se ne andava per ragioni personali, ma fece scrivere e propalare che era in rotta con un mondo del potere di cui si deve diffidare, specie in Sicilia. La sua strada era segnata: presto in politica, e come moralizzatore.

La realtà era diversa. Marino era incappato in alcune irregolarità amministrative, e il grande centro clinico dell’Università di Pittsburgh, per il quale lavorava nella filiale siciliana, era molto ma molto scontento di quello che aveva trovato passando al setaccio i conti. Imputava a Marino di avere ripetutamente e deliberatamente chiesto un doppio rimborso di singole spese ai centri contabili di Palermo e di Pittsburgh. Gli americani, si sa, sono puritani, e gli amministratori scrupolosi non amano essere presi in giro, nemmeno quando si tratti di crestone sulle spese, per un importo di 8 mila dollari, all’epoca della lettera di rescissione del rapporto di lavoro.

Il professore sottoscrisse i termini, obiettivamente umilianti, del suo allontanamento via dimissioni e del risarcimento di quel che il centro clinico riteneva essere un «maltolto», con una sigla in ogni pagina e una bella firma alla fine del testo, accompagnata da quella di una testimone. C’era l’impegno alla riservatezza reciproca.

Marino era certo che quella piccola ma significativa trascuratezza, chiamiamola così, non sarebbe più emersa e dunque non avrebbe potuto danneggiarlo nella sua vita professionale, nell’immagine pubblica e nel suo imminente destino politico. Così ebbe la coscienza perfettamente lavata, perché niente è più semplice del lavaggio della coscienza, e si mise a fare il moralizzatore, l’uomo nuovo che vuole estirpare la corruzione nei partiti e nelle istituzioni e fare sempre battaglie dalla parte del cittadino e dei suoi interessi.
Con una vernice opaca di antimafiosità, un richiamo costante al proprio cattolicesimo, sebbene il suo massimo piacere intellettuale e politico Marino lo abbia ricavato dall’alleanza con Beppino Englaro, che praticò l’eutanasia su sua figlia e si apprestò anch’egli a mescolare il privato e il pubblico in un improbabile destino politico, il solito eroe civile uscito dalla società incorrotta per combattere il Palazzo se ne partì all’avventura, lancia in resta.
Non stupisce che il prof avesse un cadaverino nell’armadio, capita spesso ai moralizzatori di finire moralizzati. Stupisce invece, ed è questo il vero caso Marino, l’esistenza di un’Italia così stupida, così credulona, così ipocrita anche, da continuare a seguire questa schiatta di moralizzatori in attesa di moralizzazione.
Il paradigma generale è la parabola di Antonio Di Pietro, che almeno si dimise da ministro e cercò la legittimazione perduta, dopo gli scandali che lo investirono, attraverso sentenze di magistrati a lui favorevoli, ma sotto il paradigma ormai ricadono in tanti. Ultimo arrivato, quel Luigi De Magistris che aveva promesso di separare il suo status di magistrato da quello di deputato europeo e invece ha deciso che si dimetterà dalla magistratura solo quando glielo ordinerà la sua coscienza.
Ecco, che ci sia un’Italia così affollata di elettori di De Magistris e di affezionati sostenitori di Marino, gente che oltretutto potrebbe tranquillamente confermare la propria scelta ma imponendo all’uno le dimissioni dalla magistratura e all’altro le scuse per la grave caduta di stile, e invece si limita ad applaudirli e a denigrare i loro critici, questo è il caso di cui bisogna occuparsi.

Romano: Perché la sinistra europea non vince più

Segolene Royal

Nelle ultime elezioni per il Parlamento europeo i socialisti hanno conquistato 184 seggi contro i 216 delle elezioni precedenti. Il risultato è dovuto in parte alla crescita dei gruppi euroscettici (anche i popolari hanno perduto 23 seggi), ma rispecchia il declino delle fortune elettorali dei partiti socialisti nelle maggiori democrazie dell’Unione Europea.

In Gran Bretagna i laburisti hanno perduto tutte le elezioni suppletive degli ultimi mesi e il loro leader, Gordon Brown, si prepara a sostenere, di qui a un anno, una delle più difficili prove elettorali della storia del partito. In Germania la Spd ha perso le elezioni regionali dell’Assia e rischia di uscire malconcia da quelle nazionali del prossimo settembre. In Francia, dopo la sconfitta di Ségolène Royale e la contestata elezione di Martine Aubry alla guida del partito, i socialisti sono troppo occupati dalle loro beghe domestiche per turbare i sonni di Nicolas Sarkozy. In Spagna il governo Zapatero soffre delle ricadute di una crisi più grave di quella che colpisce le altre economie dell’Ue. E tralascio l’Italia dove il Partito democratico non è ancora riuscito a fondere le sue diverse anime.

Vi è quindi in Europa un paradosso socialista. Per le sinistre radicali, la crisi bancaria del 2008 e la recessione dei mesi seguenti sono «la crisi del capitalismo». È una visione dogmatica e strumentale, tipica di forze politiche che non hanno mai smesso di attendere, inutilmente, la morte dell’economia liberale. Ma è certamente vero che la crisi è il risultato di un capitalismo sfrenato e non meno radicale di quanto siano le ideologie di coloro che lo criticano da sinistra.
I socialisti, in teoria, avrebbero dovuto approfittare di questa crisi e riproporre, con qualche necessario aggiornamento, i modelli interventisti e dirigisti che erano stati generalmente adottati dopo la grande crisi del 1929 e la Seconda guerra mondiale. Non sarebbe stato difficile sostenere, per esempio, che la deregolamentazione degli anni Ottanta e Novanta ha lasciato sul campo, 20 anni dopo, un alto numero di morti e feriti.

Però i socialisti non sono riusciti a cogliere questa occasione. I programmi interventisti sono stati adottati generalmente da governi di destra o da grandi coalizioni; e là dove sono stati adottati da governi di sinistra (Gran Bretagna e Spagna) non hanno giovato alla popolarità dei loro autori. Si direbbe che la maggioranza degli europei desideri in questo momento una considerevole dose di socialismo, ma non si fidi dei socialisti (forse perché li considera responsabili delle liberalizzazioni della fase che precedette la crisi) e preferisca lasciare il compito di somministrare la medicina ai conservatori o, come in Italia, ai socialisti (Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta), passati da qualche tempo nel campo dei moderati. Lascio ad altri il compito di spiegare un fenomeno che sembra essere più psicologico che strettamente politico. E mi limito a osservare che non è la prima volta.

Qualcosa del genere accadde in Gran Bretagna quando Anthony Eden, dopo la crisi della guerra di Suez, dovette lasciare il suo posto a Harold Macmillan. Anziché puntare sugli «spiriti animali» del capitalismo britannico, il nuovo premier dimostrò di essere un conservatore sociale o, come diremmo oggi, compassionevole. In quel periodo un famoso disegnatore britannico, David Low, pubblicò sul quotidiano Evening Standard una vignetta in cui i leader socialisti, in costume da bagno, sedevano sulla riva di un fiume, mentre Macmillan, sullo sfondo, fuggiva con i loro vestiti.

Belpietro: Masanielli della sanità

Antonio Bassolino, del Pd

Si discute molto in questi giorni di nuove risorse per il Sud. La Sicilia e altre regioni meridionali vogliono che il governo apra i cordoni della borsa per finanziare grandi progetti e infrastrutture. I soldi da attingere sono quelli del Fondo per le aree sottoutilizzate (una volta si usava dire sottosviluppate, ma adesso, in ossequio al politically correct, non si può più).

Non ho competenza per entrare nel merito degli interventi che si intendono realizzare. Mi limito a rilevare che la storia del nostro Mezzogiorno è piena di cattedrali nel deserto, opere inutili che sono servite solo a dare lavoro incerto a qualche migliaio di disoccupati e guadagni certi a criminalità e politica. Il rischio che anche questa volta i fondi facciano la stessa fine c’è ed è forte, così come enorme è la pressione clientelare che alcuni governi regionali subiscono e allo stesso tempo alimentano pur di stare in piedi.

Ma ciò che mi ha colpito non è la protesta della Sicilia e delle altre regioni, bensì quello che è accaduto in Campania nel campo della sanità e di cui i giornali hanno parlato poco o niente.
La scorsa settimana il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha deciso di commissariare l’intero sistema di cura della regione. Motivo? I conti fuori controllo. La sanità campana ha infatti un disavanzo tra i più elevati del settore e i piani predisposti dagli assessori di Antonio Bassolino fino a oggi non hanno prodotto alcun risparmio. Per cui il governo ha deciso di commissariare tutto. Però, sorprendentemente, la persona cui sono stati affidati poteri speciali per rimettere in ordine il bilancio sanitario regionale è lo stesso Bassolino, un po’ come se per salvare un’azienda dal fallimento la si affidasse nelle mani di chi l’ha portata alla bancarotta. Ancora più sorprendente è che il governatore della Campania si opponga al commissariamento, ovvero all’idea di avere la possibilità di decidere in piena autonomia, e minacci ricorsi al tar e annunci l’intenzione di rifiutare l’incarico.

Il caso mi pare d’un certo interesse perché fa capire come quando c’è da chiedere più soldi molti amministratori locali siano in prima fila, ma quando c’è da amministrare e assumersi le responsabilità, soprattutto quella di tagliare gli sprechi senza se e senza ma, c’è il fuggi fuggi. Fare il commissario e applicare i rigidi parametri di contenimento delle spese costringe a scelte dolorose e queste i masanielli del Mezzogiorno non le vogliono fare.

Aggiungo un’ultima osservazione. I governatori che protestano per la mancanza di fondi, e minacciano la creazione di un partito del Sud in opposizione alla Lega, sono quelli la cui sanità è sull’orlo del crac. Di Bassolino e dei suoi 554 milioni di disavanzo ho già detto. A lui si aggiungono il presidente della Calabria, Agazio Loiero, e quello della Sicilia, Raffaele Lombardo, entrambi sotto osservazione, come peraltro il governatore della Puglia, Nicky Vendola, anche se il suo disavanzo supera di poco i 200 milioni.

Insomma, quattro su quattro delle regioni che battono cassa hanno una sanità sprecona. E allora mi permetto una domanda: visto che le cure e gli ospedali assorbono circa l’80 per cento dei bilanci di ciascuna regione, non sarebbe logico rimettere ordine in quei conti per trovare i fondi necessari a finanziare i progetti fermi invece che chiederne altri a Roma? Temo di sapere già la risposta: sarebbe logico, ma sarebbe anche la fine di troppe carriere. Di lungo corso e lunghe clientele.

Romano: Sos dalla Mitteleuropa

putin

Ho accennato nelle scorse settimane alle molte resistenze che Barack Obama deve superare, in patria e all’estero, per raggiungere gli obiettivi della sua politica internazionale: il dialogo con l’Iran, il miglioramento della situazione afghana, l’interruzione degli insediamenti ebraici nei territori occupati e il «reset» delle relazioni con la Russia.

Ciascuno di questi obiettivi si scontra con le difficoltà sul terreno (è il caso dell’Afghanistan), con gli interessi di alcuni paesi, con i gruppi di pressione che li rappresentano a Washington e con quella parte del mondo politico che preferiva la muscolosa politica estera di George W. Bush. Alla schiera dei critici del nuovo presidente si sono ora aggiunti alcuni fra i maggiori esponenti politici e intellettuali della Mitteleuropa, da Vaclav Havel, ex presidente della Repubblica Ceca, a Lech Walesa, ex presidente della Polonia, da Alexander Kwasnieviski, successore di Walesa al vertice dello stato polacco, a Karel Schwarzenberg, ex ministro degli Esteri della Repubblica Ceca. In una lunga lettera pubblicata dal quotidiano di Varsavia Gazeta Wyborcza, 22 personalità dell’Europa ex comunista hanno lanciato a Washington un grido di dolore.

Hanno detto anzitutto di avere constatato che i paesi dell’Europa centroorientale non sono più al centro degli interessi americani. E, dopo questa implicita critica della nuova presidenza, hanno disegnato un quadro allarmante dell’area europea a cui appartengono. La crisi ha colpito duramente i paesi della regione e ha provocato inquietudini che potrebbero favorire le politiche introverse dei nuovi leader politici, molto diversi dai riformatori democratici che li hanno preceduti.
Alcuni avvenimenti recenti (la guerra russo-georgiana e le crisi energetiche) hanno dato all’Europa centroorientale l’impressione che la Nato abbia perduto la capacità di reagire e che la Ue sia troppo condiscendente.

I nostri paesi, affermano gli autori della lettera, sono oggi meno filoamericani di qualche anno fa.
Dietro queste preoccupazioni vi è la nuova Russia di Putin e Medvedev, implicitamente accusata di volere riaffermare la sua autorità nelle vecchie aree d’influenza dell’impero zarista e dello stato sovietico. E vi è in particolare la vicenda delle basi antimissilistiche che l’America di Bush stava per allestire in Polonia e nella Repubblica Ceca.

Gli autori della lettera sanno che Obama sta negoziando con i russi e gli ricordano che il problema delle basi è diventato un simbolo della credibilità americana. Lo invitano in altre parole a non adottare una linea remissiva, a rafforzare la Nato, a impegnare maggiormente gli Stati Uniti negli affari europei e soprattutto ad adottare una politica più energica verso la Russia.

La lettera piacerà a coloro che considerano la Russia alla stregua di un potenziale nemico. Ma piacerà molto meno a Bruxelles, dove qualcuno potrebbe fare, con ragione, almeno tre osservazioni.
In primo luogo la crisi lamentata dagli autori della lettera viene dall’America e i suoi danni in Europa centroorientale sono dovuti alla fretta con cui i paesi della regione si sono adeguati al modello americano.

In secondo luogo la lettera non riconosce che i grandi progressi dell’Europa centroorientale, dalla caduta del Muro a oggi, sono dovuti in gran parte ai programmi finanziati dall’Unione Europea. E in terzo luogo qualcuno si chiederà se sia possibile proseguire sulla strada dell’integrazione europea con paesi per cui ciò che maggiormente conta, a giudicare dagli autori della lettera, è il rapporto con gli Stati Uniti.

Nirenstein: Gioco delle parti fra Usa e Israele

Israele

Di Fiamma Nirenstein*

Da lontano Israele e la nuova amministrazione americana sembrano in continuo scontro. Il grande dice al piccolo: lascia gli insediamenti. Il piccolo al grande: invece di giocherellare con la politica della mano tesa, attento all’Iran nucleare. Ma il gioco Usa-Israele è complesso, anche perché il nucleare di Mahmoud Ahmadinejad è ormai alle porte e il governo degli ayatollah ha mostrato con la spietata repressione di non avere da parte sorrisi neanche per Barack Obama, che pure vuole dialogare.

Notizie riservate mostrano all’orizzonte una visita del segretario della Difesa americano Robert Gates in Israele agli inizi della prossima settimana. Solo pochi giorni fa Gates ha detto all’Economic club di Chicago: «L’Iran mi preoccupa più di ogni altra cosa perché non vedo uno scenario in cui si trovino opzioni positive. La mancanza di ottimismo non è solo legata alla sua scelta nucleare, ma anche alla incapacità della comunità internazionale di influenzare la determinazione a portarla a termine». Il programma di Gates in Israele è soprattutto, possiamo arguire, la discussione sull’Iran. Ma attenzione: con lui agli incontri di massimo livello parteciperà (fatto di non piccolo significato) l’inviato del presidente Obama per il Medio Oriente George Mitchell.

Mitchell è in realtà il responsabile dei rapporti fra israeliani e palestinesi e quindi degli eventuali sviluppi di un processo di pace. In pratica, Mitchell sta cercando di spingere Israele, ultimamente premendo sul ministro della Difesa Ehud Barak incontrato a Londra, a congelare ogni costruzione negli insediamenti. Per contro Mitchell sta cercando qualche tangibile segnale da parte dei paesi arabi moderati perché Israele si senta rassicurato e proceda verso la trattativa con Abu Mazen.

Va detto per inciso che il presidente palestinese, persino dopo il famoso discorso di Benjamin Netanyahu che ha aperto, cambiando strada, alla prospettiva di «due stati per due popoli», ha risposto in maniera sorprendentemente chiusa e sgarbata. Ma, palestinesi a parte, perché Gates, che vuole parlare soprattutto di Iran, va agli incontri insieme a Mitchell, che vuole invece parlare del processo di pace?
Prima di tutto, questo avviene dopo che il sottomarino Dolphin, che può portare armi atomiche, e due navi da guerra dotate di missili Saar hanno fatto un loro passaggio nel Canale di Suez verso il Mar Rosso: una ben notata passerella internazionale, impensabile per la marina israeliana senza che gli egiziani, che hanno ostentato un «no comment» anche ai massimi livelli, lo consentano e senza che venga attribuito a questo movimento un significato strategico antiraniano da parte sunnita moderata, oltre che israeliana.

Ma la risposta più aggiornata alla domanda la troviamo sul Times, che parla di un accordo offerto a Israele da «alcune nazioni occidentali» che consentirebbe allo stato ebraico di attaccare l’Iran con l’appoggio europeo, sempre che fosse pronto a concessioni sostanziali verso i palestinesi in modo da creare le condizioni per la pace.
Gates con Mitchell e il gabinetto israeliano potrebbero cominciare a disegnare la scena alle prossime riunioni. I paesi sunniti moderati, che già da tempo temono la politica espansionistica e atomica di Ahmadinejad, non ostacolerebbero l’impresa, anzi. Gli Usa sanno bene che di questo tutto il mondo discute, e la sensazione è di nuovo che l’incontro di Gates e Mitchell con i leader israeliani, così rilevante da fare impallidire quello di Netanyahu con Obama due mesi or sono, sia anche il bastone che la Casa Bianca tiene seminascosto dietro la schiena mentre invita l’Iran a parlare entro settembre.

* deputato del Pdl

Ferrara: E bravo Fini che non è caduto nella trappola

Gianfranco Fini e Giorgio Napolitano

Presa nel punto attuale, la parabola politica di Gianfranco Fini dimostra che la «lealtà» può essere, machiavellicamente, una buona strategia politica. Negli ultimi tre mesi Silvio Berlusconi è stato sottoposto a una pressione eccezionale, con mezzi e scopi fuori della norma, al fine di stroncarlo e schiacciarlo. Fini era nella posizione apparentemente perfetta per approfittarne.

Tutti i leader conoscono il catalogo delle slealtà, strumenti spesso produttivi ed efficaci per progredire in carriera, logorare ingombranti boss o tutori, corrodere sistemi di consenso. Invece Fini non ha compiuto un solo gesto sicario, non ha puntato sulla disgregazione, non ha pensato di ammassare materiali di scarto per favorire l’avvelenamento e l’inquinamento dell’aria che respira la maggioranza di cui fa parte, sebbene con le cautele istituzionali di presidente della Camera.

Chi ragiona pigramente di politica ne sarà rimasto sorpreso. Possibile che Fini si accontenti di un’immagine non tradizionale, possibile che se ne stia quieto a rinnovare Il Secolo (miracolo: è diventato un giornale moderno)? Ad abolire il malcostume dei «pianisti» di Montecitorio con una riforma del regolamento? A predicare la necessità di riformare il bicameralismo perfetto? A nutrire i suoi think tank e a farsene nutrire, la grande bouffe delle idee che la destra ha sempre sognato e mai realizzato?

Ma invece di tergiversare, non era il momento di limitare le ambizioni e il potere d’immagine di Berlusconi, di spuntargli le penne con qualche gesto sottilmente oltraggioso?
Una idea bassina e banale di machiavellismo avrebbe suggerito questa strada: cavalcare il moralismo straccione della stampa liberal e perfezionare con un assalto ad personam la tela di ragno trasversale costruita in anni di dissociazioni strategiche su questioni decisive come la società multietnica, la laicità positiva e parecchi altri dossier. E se proprio no, perché anche per le attività sicarie ci vuole un qualche gusto del rischio, almeno far pesare il proprio appoggio silenzioso, sottolineare pubblicamente una riservatezza da spendere maliziosamente.
Niente. Fini è stato impeccabile, se appunto la lealtà sia una categoria della politica.

Ha lasciato solo il gruppo Espresso-Repubblica, che tanto lo aveva corteggiato e blandito, in funzione anti Cav, si è volontariamente isolato dall’affaire e non ha offerto la minima sponda tattica alle cento manovre che sono state tentate per trasformare in rovina del capo del governo la campagna ossessiva che lo ha messo nel mirino, sulla scena del mondo, del G8, della stampa europea e americana.
Non era in realtà difficile leggere Fini come uno stabilizzatore naturale della legislatura e della costellazione politica uscita dalle ultime elezioni, invece che strologare su una analogia con i capricci provocatori di un Casini. Quando un leader riesce a farsi rispettare anche senza truppe, ché quelle se le è prese il boss dentro il governo e le tiene ben strette; quando acquista fiducia in se stesso dotandosi di un cervello collettivo del Principe, secondo la famosa definizione di Antonio Gramsci: è a questo punto che si acquistano aplomb e rigore, e si diventa capi per davvero.

Come è noto, non ho niente di speciale in favore di Fini. Salvo (e a questo ci tengo) la comprensione del suo nuovo modulo politico, attraverso il quale ha costruito le condizioni di una emulazione al rialzo e di un linguaggio meno rozzo della destra italiana.
Che questo processo, in cui è di rigore mutuare idee e stili anche della sinistra, non sia stato interrotto da una banale tentazione corvina, ecco una buona notizia per la nostra cultura politica e per chi punti sulla formazione di una vera classe dirigente.

Belpietro: Autogol sul lettone di Putin

Silvio Berlusconi e Patrizia D'Addario durante una conferenza a Bari

Non c’è dubbio che mettere online le parole carpite al premier col registratore in camera da letto sembra senz’altro il modo più efficace per affrettare l’approvazione di una legge molto severa contro l’uso e l’abuso delle intercettazioni. E, se non fossi assolutamente certo dell’incorruttibile fede antiberlusconiana dei colleghi dell’Espresso, penserei che la diffusione delle conversazioni tra Silvio Berlusconi e Patrizia D’Addario sia stata un’astuta mossa del Cavaliere, al fine di ottenere il via libera definitivo alla stretta sugli orecchianti.
Già, perché diffondere sul web le conversazioni tra il presidente del Consiglio e la escort di Bari nulla aggiunge alla vicenda politico-giudiziaria pugliese, ma molto porta alle ragioni di chi reclama un provvedimento che limiti la possibilità di captare le conversazioni private e di renderle pubbliche in barba a qualsiasi regola.
Che il capo del governo si fosse intrattenuto con l’esuberante signora era già risaputo e perfino le frasi, il lettone di Putin e le farfalline erano dettagli arcinoti. Dunque ascoltarli in vivavoce che cosa ha cambiato dal punto di vista dell’interesse della pubblica opinione? Nulla, assolutamente nulla. Ha aggiunto solo un tocco di voyeurismo, un po’ di morbosità in più all’intera vicenda. E soprattutto ha dato la sensazione di una stampa senza limiti, che è pronta a farsi beffe di tutto e di tutti, soprattutto se il tutto e tutti è l’odiato Cav.
Dunque la pubblicazione delle parole rubate a Palazzo Grazioli è un autogol? Probabilmente sì. Di certo è la prova che le intercettazioni sono un problema e l’uso che ne viene fatto ormai non ha alcuna attinenza con la  giustizia, ma esclusivamente con la politica, perché quelle di Bari sono frasi prive di risvolti penali, ma cariche di significati politici.
Tutto ciò non deve però indurre alla facile convinzione che basti approvare la legge Alfano per cancellare il problema. Punire i giornalisti e multare gli editori non impedirà che episodi simili si ripetano. Le draconiane misure del guardasigilli sono fatte per essere beffate: basterebbe pubblicare le conversazioni proibite su un sito estero, non riconducibile ad alcuna persona fisica residente in Italia, per farla franca.
L’unico modo per impedirne realmente la diffusione è attribuire la responsabilità della fuga di notizie al magistrato che è titolare dell’inchiesta. È lui che deve garantire che le intercettazioni, abusive (come quelle di Patrizia D’Addario) o autorizzate, una volta pervenute nelle mani della giustizia, che ha l’obbligo di custodirle, non prendano invece il volo verso le redazioni dei giornali. È il pm che deve vigilare su chi ha in mano quel materiale sensibile. Se non è in grado di garantire la riservatezza, sua o dei collaboratori cui egli ha delegato le indagini, ne risponda disciplinarmente con qualche anno di carriera.
Basterebbe questa piccola norma, credetemi, a interrompere quel circuito perverso attraverso cui magistrati e investigatori hanno costruito e costruiscono il loro successo e la loro reputazione, foraggiando quotidianamente i cronisti in cambio di notorietà.
Gli eccessi e gli abusi cesserebbero come per incanto. Così, finalmente, senza l’eco dei pettegolezzi e dei dettagli scabrosi, molte inchieste giudiziarie apparirebbero per quel che sono: aria fritta.

Romano: Con Nabucco torna l’Impero ottomano

Nella foto di gruppo scattata ad Ankara per la firma dell’accordo sulla costruzione del gasdotto Nabucco, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan troneggia al centro circondato dai presidenti e dai premier di un’area di fornitori e consumatori che comprende l’Asia centrale, il Caucaso, il Caspio e l’Europa danubiano-balcanica. La firma dell’accordo non ha dissipato la nebbia delle incertezze che ancora avvolge questo ambizioso progetto. Esistono i consumatori, ansiosi di sfuggire ai possibili ricatti russi, ed esiste la benedizione dell’Unione Europea (José Manuel Barroso, presidente della Commissione, era presente alla cerimonia di Ankara). Ma sulle buone disposizioni dei fornitori, nonostante la loro presenza in occasione della firma dell’accordo, esistono ancora parecchi dubbi.

L’Azerbaigian, per esempio, sa che il progetto non piace alla Russia e continua a tenere il piede in due staffe. Ma per la Turchia di Erdogan il Nabucco è pur sempre un successo diplomatico. Per un singolare ricorso storico, l’area geopolitica impegnata nella costruzione di questo ambizioso gasdotto corrisponde grosso modo a quella dell’Impero ottomano.

In condizioni e con stile alquanto diversi da quelli del passato, la Turchia è ancora una volta al centro di una regione che si affaccia a nord sulle steppe dell’Asia centrale, a sud sulle pianure della Mesopotamia, a est sui pozzi iraniani, a ovest sull’Adriatico e sui grandi mercati occidentali. Questo non significa che i nuovi ottomani abbiano rinunciato al principale obiettivo della loro politica estera.
Nell’intervista rilasciata al Corriere della sera, Erdogan ha ammesso che i turchi favorevoli all’ingresso del paese nell’Ue sono oggi il 51,9 per cento della popolazione, con una brusca diminuzione rispetto a 10 anni fa, e ne ha dato la colpa alle politiche di Francia e Germania. Il favore diverrebbe nuovamente plebiscitario, ha aggiunto, se il cancelliere Angela Merkel e il presidente Nicolas Sarkozy cambiassero il loro atteggiamento e dicessero: «Bene, se la Turchia soddisfa tutte le condizioni richieste, saremo pronti ad accoglierla». Però ha anche detto: «Vorremmo una risposta chiara. Vi sono leader che dicono una cosa e poi si correggono, e magari in altre sedi sostengono di non averla detta. È diventato comico, e noi siamo stanchi di comiche. (…) Mi chiedete se accetterei un’associazione privilegiata? No, mai. Chiediamo l’adesione piena e basta!».

Dietro questo evidente malumore vi è la convinzione che la nuova Turchia non sia priva di alternative. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha aperto spazi politici, nel Caucaso e nell’Asia centrale, che le erano prima preclusi. Lo sviluppo economico degli ultimi decenni attrae capitali e aziende straniere. Gli errori della presidenza Bush in Iraq e in Afghanistan le hanno procurato qualche noia (la rinascita della questione curda, per esempio), ma le hanno offerto l’occasione di allacciare nuovi rapporti e di fare nuove amicizie.

Quale altro paese della regione può essere al tempo stesso amico della Siria e di Israele, dell’Iraq e dell’Iran, dell’Azerbaigian e domani forse dell’Armenia? Quale altro paese incute rispetto a tutti coloro che potrebbero domani essere i suoi avversari, dagli Stati Uniti alla Russia?
Erdogan ha ragione. È ora che la Ue smetta di esprimersi ambiguamente e dichiari con franchezza le sue intenzioni. Vuole servirsi dello straordinario capitale accumulato dalla Turchia nel Medio Oriente allargato in questi ultimi anni? O preferisce che la Turchia giochi le sue partite da sola, con o senza l’Europa, a seconda delle sue convenienze?

Vespa: Ragazzi bocciati, fate causa al ’68

L’Italia dovrebbe fare causa al ’68.
La Grande rivoluzione, ventata di pochi mesi negli altri paesi, dalla Francia alla Germania, agli Stati Uniti, è durata da noi vent’anni e ha rovinato generazioni d’italiani. È infatti la causa prima di quel degrado intellettuale e funzionale che ci ha collocato dietro quasi tutti i paesi europei in fatto di scuola e di università e ha fortemente ridotto la nostra capacità di costruire una società all’altezza dei tempi.

Quando feci la mia maturità classica nel 1962, a 18 anni, si portava per la prima volta l’intero programma dei tre anni di liceo. Potevano chiederci, tanto per chiarire, sia di commentare l’Inferno sia il Paradiso; dovevamo parlare di Cavour e di Mussolini, di arte greca e di Canova. Una follia nozionistica. Vivaddio, però, nessuno dei miei compagni di scuola si è perso per strada. Leggo adesso di genitori che riscontrano stupiti agli ultimi esami di maturità difficoltà a loro sconosciute. Sono non a caso persone «maturate» a metà degli anni Settanta, quando il disastro era già cominciato.

I saldi sono andati di pari passo all’università. Quando mi sono laureato in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, nel 1968, c’erano studenti che restavano impalati a un esame dalla laurea perché non superavano scienza delle finanze. Sei anni dopo, nelle stesse aule, mia moglie non solo non dovette sostenere quell’esame, ma poteva tranquillamente sostituire con altre materie più agevoli addirittura i cardini del diritto come procedura civile o procedura penale (che lei poi fosse giuridicamente più preparata di me è un altro discorso).

Il fatto che quest’anno si sia tornati a bocciare agli esami di maturità e a ridurre i voti massimi, mentre prende il via la riforma universitaria, è un fiore di grande speranza che non può e non deve appassire. I ragazzi debbono capire che la scuola, prima che un dovere, è una straordinario e irripetibile investimento sulla vita. Trasformarla in un parcheggio è un imbroglio per se stessi, per i propri genitori e per la società.

Non è necessario arrivare alla laurea per essere un leader. Un artigiano che ha studiato vale quasi sempre più di uno che non l’ha fatto. È partita una grandissima sfida che si propone di restituire all’Italia il posto che le compete in un mondo che cambia a una velocità incredibile.

I paesi emergenti di oggi e di domani stanno investendo in modo formidabile sulla formazione dei loro giovani. In Albania ho conosciuto ministri e ministre di 40 anni che hanno studiato all’estero e che sono all’altezza dei nostri migliori elementi.
Anche gli insegnanti che hanno avuto la disgrazia di formarsi nella scuola postsessantottina devono fare il possibile per avviare con i loro ragazzi un percorso nuovo in linea con le direttive internazionali della conoscenza. Questo percorso è strettamente connesso con quello universitario.

La riforma annunciata il 14 luglio da Mariastella Gelmini, se andrà davvero in porto, potrà riportarci finalmente in una situazione sostenibile. La idoneità nazionale (una specie di libera docenza, se ho capito bene) garantisce da un lato una selezione estranea alle clientele del singolo ateneo, ma permette allo stesso tempo la «chiamata» che consente ai professori (come mi disse una volta Massimo Cacciari) di formare la propria scuola. Le promozioni in base al merito, la possibile retrocessione dei ricercatori a insegnanti di liceo, la riduzione dei settori scientifico disciplinari, la distinzione dei ruoli fra rettori e consiglieri d’amministrazione, la minacciata chiusura di atenei non in linea con i conti sono una rivoluzione copernicana.

Servono forti investimenti oggi per risparmiare domani. Ma un uomo intelligente come Giulio Tremonti, che conosce bene anche il mondo universitario, non si lascerà scappare l’occasione.

Ferrara: Perché dobbiamo restare in Afghanistan

La domanda è perfettamente legittima: che cosa ci stiamo ancora a fare, in Afghanistan? La missione militare vale davvero le vite di ragazzi che costa?

Vale i rischi per il futuro, a parte il dolore ancora fresco per il passato?
Quel paese è un luogo dominato da tribalismi, fanatismi, etnicismi secolari e da sempre belligeranti: che cosa pensiamo di poter realizzare con la nostra presenza destinata a durare a lungo e già durata parecchio fin qui?

Lo dobbiamo fare per gli altri, e per chi in particolare, o per noi stessi? Per il rispetto astratto di un modo di essere dello stato, con le sue alleanze e responsabilità, o per qualche obiettivo più umanamente concreto, tangibile? Perché, insomma, sopportare il costo materiale, psicologico, emozionale di una impresa militare che assomiglia così poco alle nostre attitudini storiche e al nostro curriculum nazionale?

In realtà la brutta faccenda non è definibile solo in termini di dovere militare, rispetto delle alleanze, onore della bandiera, diritto e dovere di ingerenza umanitaria; c’è un lato esistenziale al quale dobbiamo pensare, prima di cedere alla tentazione del ritiro, della (per altri versi ragionevole) politica del piede di casa.

In quel paese non c’è solo la guerra dell’oppio o il tribalismo violento o il costume integro, fiero, di popolazioni che hanno sempre trovato il modo di sbarrare il passo a diverse forme di colonialismo ed espansionismo, da quello inglese dell’Ottocento a quello sovietico della fine degli anni Settanta del Novecento.
L’Afghanistan, che in termini di emergenza politica fa tutt’uno con il Pakistan (in gergo gli esperti questo complesso di crisi lo chiamano AfPak), è uno dei più formidabili laboratori in cui si sono fuse le armi, cioè le idee, i modelli di società e i progetti di terrore, dell’islamismo jihadista che con l’11 settembre 2001 ha raggiunto il provvisorio culmine di un generalizzato scontro di civiltà.

I talebani, gli studenti di diritto islamico, i bardi della sharia, non sono barbari dai quali tenersi lontano, ché tanto a stare lì non si combina niente.
I talebani sono classe dirigente e popolo in armi, sono sunniti fanatizzati da uno spirito ortodosso di applicazione del messaggio politico dell’Islam, che punta alla sottomissione degli infedeli sulla scala globale imposta dalla modernità.
Sono rivoluzionari antioccidentali che hanno saggiato il loro modo di concepire la convivenza impedendo alle loro donne ogni libertà e parità di diritti, imprigionandole nel burqa, cacciandole dalle scuole e dal lavoro, lapidando le adultere negli stadi, proibendo l’esecuzione della musica e imponendo un dispotismo della legge coranica all’ombra del quale si sono addestrati i decapitatori e i terroristi di Osama Bin Laden, gente che non scherza, che abbatte grattacieli e colpisce i centri motori dell’Occidente, gente che può manovrare l’atomica sporca, gente che sa infiltrarsi nell’Islam europeo, allevare generazioni di shahid (i terroristi suicidi che si considerano martiri della fede), moltiplicare con i soldi sauditi la catena delle madrasse, dell’indottrinamento e dell’odio religioso.

Alzare bandiera bianca e fare retromarcia significa restituire una società e uno stato a questo motore politico e culturale dell’inimicizia più feroce verso di noi e verso il nostro modo di coltivare l’imperfetta democrazia delle libertà e dei diritti.

Significa esporci alla minaccia, al ricatto e all’assalto strisciante promossi da questo regime, ora sommerso, che punta a impadronirsi dell’AfPak, 200 milioni di uomini ai confini con la nostra civiltà, con il coraggio e la crudeltà di un risveglio fanatico. Altamente sconsigliabile, nonostante la sofferenza e il lutto che una lunga e tortuosa guerra porta con sé.

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