È il trionfo della democrazia interna o uno spietato regolamento di conti quello che sta avvenendo nel Partito democratico? Il primo elemento positivo è che sono finalmente cadute le maschere. Massimo D’Alema, per fare un esempio, non si nasconde dietro il suo candidato Pier Luigi Bersani per parlare male (e come!) di Dario Franceschini. Lo fa in prima persona, brutalmente com’è nel suo carattere: il segretario ha perso le elezioni, dice, dunque se ne vada come feci io quando persi le regionali del 2000.
Per 8 a 7, cioè di misura, sottolinea D’Alema con un puntiglio anche qui tipico del suo carattere. Quasi a dire: magari Franceschini avesse perso le elezioni europee e le amministrative di stretta misura.
Franceschini aveva fatto partire la slavina dicendo di candidarsi perché quelli che erano venuti «prima di lui» avevano combinato un disastro. Poi si è corretto e ha detto «molto prima» di lui, per salvare in extremis il povero Walter Veltroni che l’aveva pur sempre designato alla segreteria. Così D’Alema, che come è noto ha un’altissima considerazione di sé e considera Franceschini come Winston Churchill poteva considerare il suo segretario, non ci ha visto più.
Colpisce, piuttosto, la discesa in campo di Piero Fassino. Fassino fatalmente faceva parte del mazzo buttato via da Franceschini. Ma avendo accettato di essere il coordinatore della sua mozione congressuale, deve difenderlo. Chi scrive segue da quasi quarant’anni le vicende del Pci e di tutto quel che ne è seguito. Ma mai aveva visto un ex segretario rispondere a un altro segretario con frasi del genere: «D’Alema si è definito uno statista e ha paura della Serracchiani?». Si è definito uno statista, badate, non: è uno statista.
Questa bagarre è comunque migliore di quegli orribili congressi in cui D’Alema e Veltroni, dopo essersi pugnalati fino a 5 minuti prima, confluivano nella stessa mozione unitaria.
Chi vincerà? La candidatura di Ignazio Marino è di testimonianza: il bravo chirurgo ha una posizione troppo laica per poter guidare un partito come il Pd. Non c’è dubbio che Bersani accentuerebbe il posizionamento socialdemocratico del partito e questo potrebbe portare a qualche scissione. Ma nemmeno più di tanto, sostiene Angelo Sanza (uomo di Pier Ferdinando Casini), perché D’Alema vuole allearsi con l’Udc.
Qui si apre un altro capitolo. Con una lettera congiunta al Corriere della sera, Casini e Francesco D’Onofrio hanno sostenuto (richiamandosi perfino a Luigi Sturzo) la vocazione regionalista del partito. La sensazione è che Casini voglia ripetere quel che il Psi faceva con la vecchia legge regionale e comunale: allearsi qui con il Pdl, lì con il Pd, come prima accadeva con la Dc e il Pci. Sarebbe una grossa innovazione non facile da fare digerire a tutti, a cominciare dalla Lega.
Si capisce che D’Alema voglia mantenere il potere in Puglia dove Casini è forte. Ma in quasi tutte le regioni del Nord Pdl e Lega possono vincere senza l’aiuto dell’Udc. E allora? Il prossimo congresso del Pd è solo la prima tappa di un percorso nuovo e imprevedibile.
- Lunedì 13 Luglio 2009























Commenti
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Il 14 Luglio 2009 alle 11:58 nhico ha scritto:
I sommovimenti che scuotono il Pd non hanno niente a che fare con la democrazia, né con i regolamenti di conti. La mancanza della prima e il brillio dei coltelli nel caso della seconda ipotesi, quasi sempre, non “pervengono” all’esterno. Il tutti contro tutti, e il continuo rimestare in quella cloaca a cielo aperto che sembra essere diventato il più grande partito della sinistra, per pescare cimeli nefasti da appendere, come scalpi,alla propria cintola, parla invece di uno sconquasso senza se e senza ma. E come se, all’improvviso, i padroni dell’ex Margherita e dell’ex Ds avessero dismesso la maschera per mostrare al mondo il loro vero volto. E il mondo li guarda attoniti. Erano partiti per bastonare ed, invece, strada facendo, la lite, irrefrenabile, è scoppiata tra di loro. Con Grillo e Di Pietro che, in comunione di intenti, si apprestano a banchettare.
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