Ferrara: Perché dobbiamo restare in Afghanistan

La domanda è perfettamente legittima: che cosa ci stiamo ancora a fare, in Afghanistan? La missione militare vale davvero le vite di ragazzi che costa?

Vale i rischi per il futuro, a parte il dolore ancora fresco per il passato?
Quel paese è un luogo dominato da tribalismi, fanatismi, etnicismi secolari e da sempre belligeranti: che cosa pensiamo di poter realizzare con la nostra presenza destinata a durare a lungo e già durata parecchio fin qui?

Lo dobbiamo fare per gli altri, e per chi in particolare, o per noi stessi? Per il rispetto astratto di un modo di essere dello stato, con le sue alleanze e responsabilità, o per qualche obiettivo più umanamente concreto, tangibile? Perché, insomma, sopportare il costo materiale, psicologico, emozionale di una impresa militare che assomiglia così poco alle nostre attitudini storiche e al nostro curriculum nazionale?

In realtà la brutta faccenda non è definibile solo in termini di dovere militare, rispetto delle alleanze, onore della bandiera, diritto e dovere di ingerenza umanitaria; c’è un lato esistenziale al quale dobbiamo pensare, prima di cedere alla tentazione del ritiro, della (per altri versi ragionevole) politica del piede di casa.

In quel paese non c’è solo la guerra dell’oppio o il tribalismo violento o il costume integro, fiero, di popolazioni che hanno sempre trovato il modo di sbarrare il passo a diverse forme di colonialismo ed espansionismo, da quello inglese dell’Ottocento a quello sovietico della fine degli anni Settanta del Novecento.
L’Afghanistan, che in termini di emergenza politica fa tutt’uno con il Pakistan (in gergo gli esperti questo complesso di crisi lo chiamano AfPak), è uno dei più formidabili laboratori in cui si sono fuse le armi, cioè le idee, i modelli di società e i progetti di terrore, dell’islamismo jihadista che con l’11 settembre 2001 ha raggiunto il provvisorio culmine di un generalizzato scontro di civiltà.

I talebani, gli studenti di diritto islamico, i bardi della sharia, non sono barbari dai quali tenersi lontano, ché tanto a stare lì non si combina niente.
I talebani sono classe dirigente e popolo in armi, sono sunniti fanatizzati da uno spirito ortodosso di applicazione del messaggio politico dell’Islam, che punta alla sottomissione degli infedeli sulla scala globale imposta dalla modernità.
Sono rivoluzionari antioccidentali che hanno saggiato il loro modo di concepire la convivenza impedendo alle loro donne ogni libertà e parità di diritti, imprigionandole nel burqa, cacciandole dalle scuole e dal lavoro, lapidando le adultere negli stadi, proibendo l’esecuzione della musica e imponendo un dispotismo della legge coranica all’ombra del quale si sono addestrati i decapitatori e i terroristi di Osama Bin Laden, gente che non scherza, che abbatte grattacieli e colpisce i centri motori dell’Occidente, gente che può manovrare l’atomica sporca, gente che sa infiltrarsi nell’Islam europeo, allevare generazioni di shahid (i terroristi suicidi che si considerano martiri della fede), moltiplicare con i soldi sauditi la catena delle madrasse, dell’indottrinamento e dell’odio religioso.

Alzare bandiera bianca e fare retromarcia significa restituire una società e uno stato a questo motore politico e culturale dell’inimicizia più feroce verso di noi e verso il nostro modo di coltivare l’imperfetta democrazia delle libertà e dei diritti.

Significa esporci alla minaccia, al ricatto e all’assalto strisciante promossi da questo regime, ora sommerso, che punta a impadronirsi dell’AfPak, 200 milioni di uomini ai confini con la nostra civiltà, con il coraggio e la crudeltà di un risveglio fanatico. Altamente sconsigliabile, nonostante la sofferenza e il lutto che una lunga e tortuosa guerra porta con sé.

Commenti

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Il 27 Luglio 2009 alle 18:04 giuliano_kio ha scritto:

Spero di essere chiaro. Io sono convinto, che se oggi, è un paese civile, con tanti diritti, è dovuto alla nostra coltura. Noi diciamo, che Afganistan, c’è spazio solo alla violenza,con i terroristi sempre in prima linea ha calpestare, i diritti umani. Ma noi lo diciamo? Noi Europei, che abbiamo lasciato le nostre armi, solo nel 1945? dopo la fine della 2° Guerra Mondiale. Abbiamo capito, che dopo anni anni, anzi secoli secoli e secoli, che con la violenza, non si va da nessuna parte. Cioè Guerra porta odio, e odio, porta alto odio, altra guerra dove scorrera’ altro sangue. Ma Noi Europei, sappiamo questo, perchè gia’ abbiamon provato sulla nostra pelle. Siamo venuti alla ragione, dopo la morte di Hitler.
Io dico, che, in Afganistan, non sono tutti Talebani, e non tutti, voglio ancora la Guerra. Per questo io dico bisogna continuare, con L’ Afganistan. Senza contare, che il Ritiro. di tutte le forze Occidentali, per i Talebani, sarebbe una Vittoria, pronta ad riunirsi di nuovo, per altre Guerre contro di noi.
Napoleone, Hitler, abbiamo capito, che erano Anticristi. Ma lo abbiamo capito dopo. Binn Laden, esso è il terzo, che la terra avra’ secondo quello che ho ascoltato. Saro’ duro lo so, ma questo male, va combatutto. Se poi, l’uomo non trovera’ la pace con i suoi simili, tutti noi, alla fine, quando Gesu’ Cristo, tornera’ per giudicare i vivi e i morti, dovremon rispondere. Ma non è tutto.
Che siamo Cattolici Cristiani, che siamo Islamici, che siamo Buddista, che siamo di tutte le religioni, che non ho Nominato, ho che tu sia ATEO ( colui che non crede nell’esistenza di DIO). dunque non hai religione. Alla fine tutti noi, dovremo rispondere, perchè, ci siamo sempre fatto la Guerra, noi esseri Umani, e non abbiamo aiutato, chi ci chiede del Cibo. Quanti sono nel mondo, che muoiono di Fame? Forse sono stato lungo, ma io nel contesto di come la penso io. La gente dell’Afganistan, meritano, come noi, di vivere in pace. Forse, anche tra i Talebani, c’è chi vuole, comincia a capire, che c’è bisogno di pace tra i popoli. E sono convinto, che i Kamikase, alla fine, della sua inutile vita, grida nel dolore, MAMMA. perchè anch’egli sono esseri umani. Anche loro nascono da donne. Gridando Mamma, nella loro esplosione, si accorgono, di quanto stupido è morire, per niente. Ciao a Lei Signor Ferrara.

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