L’Italia dovrebbe fare causa al ’68.
La Grande rivoluzione, ventata di pochi mesi negli altri paesi, dalla Francia alla Germania, agli Stati Uniti, è durata da noi vent’anni e ha rovinato generazioni d’italiani. È infatti la causa prima di quel degrado intellettuale e funzionale che ci ha collocato dietro quasi tutti i paesi europei in fatto di scuola e di università e ha fortemente ridotto la nostra capacità di costruire una società all’altezza dei tempi.
Quando feci la mia maturità classica nel 1962, a 18 anni, si portava per la prima volta l’intero programma dei tre anni di liceo. Potevano chiederci, tanto per chiarire, sia di commentare l’Inferno sia il Paradiso; dovevamo parlare di Cavour e di Mussolini, di arte greca e di Canova. Una follia nozionistica. Vivaddio, però, nessuno dei miei compagni di scuola si è perso per strada. Leggo adesso di genitori che riscontrano stupiti agli ultimi esami di maturità difficoltà a loro sconosciute. Sono non a caso persone «maturate» a metà degli anni Settanta, quando il disastro era già cominciato.
I saldi sono andati di pari passo all’università. Quando mi sono laureato in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, nel 1968, c’erano studenti che restavano impalati a un esame dalla laurea perché non superavano scienza delle finanze. Sei anni dopo, nelle stesse aule, mia moglie non solo non dovette sostenere quell’esame, ma poteva tranquillamente sostituire con altre materie più agevoli addirittura i cardini del diritto come procedura civile o procedura penale (che lei poi fosse giuridicamente più preparata di me è un altro discorso).
Il fatto che quest’anno si sia tornati a bocciare agli esami di maturità e a ridurre i voti massimi, mentre prende il via la riforma universitaria, è un fiore di grande speranza che non può e non deve appassire. I ragazzi debbono capire che la scuola, prima che un dovere, è una straordinario e irripetibile investimento sulla vita. Trasformarla in un parcheggio è un imbroglio per se stessi, per i propri genitori e per la società.
Non è necessario arrivare alla laurea per essere un leader. Un artigiano che ha studiato vale quasi sempre più di uno che non l’ha fatto. È partita una grandissima sfida che si propone di restituire all’Italia il posto che le compete in un mondo che cambia a una velocità incredibile.
I paesi emergenti di oggi e di domani stanno investendo in modo formidabile sulla formazione dei loro giovani. In Albania ho conosciuto ministri e ministre di 40 anni che hanno studiato all’estero e che sono all’altezza dei nostri migliori elementi.
Anche gli insegnanti che hanno avuto la disgrazia di formarsi nella scuola postsessantottina devono fare il possibile per avviare con i loro ragazzi un percorso nuovo in linea con le direttive internazionali della conoscenza. Questo percorso è strettamente connesso con quello universitario.
La riforma annunciata il 14 luglio da Mariastella Gelmini, se andrà davvero in porto, potrà riportarci finalmente in una situazione sostenibile. La idoneità nazionale (una specie di libera docenza, se ho capito bene) garantisce da un lato una selezione estranea alle clientele del singolo ateneo, ma permette allo stesso tempo la «chiamata» che consente ai professori (come mi disse una volta Massimo Cacciari) di formare la propria scuola. Le promozioni in base al merito, la possibile retrocessione dei ricercatori a insegnanti di liceo, la riduzione dei settori scientifico disciplinari, la distinzione dei ruoli fra rettori e consiglieri d’amministrazione, la minacciata chiusura di atenei non in linea con i conti sono una rivoluzione copernicana.
Servono forti investimenti oggi per risparmiare domani. Ma un uomo intelligente come Giulio Tremonti, che conosce bene anche il mondo universitario, non si lascerà scappare l’occasione.
- Lunedì 20 Luglio 2009























Commenti
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Il 28 Luglio 2009 alle 08:09 salvatorem ha scritto:
CARO VESPA, nel 1964 si portava all’esame di maturità solo l’ultimo anno, il terzo liceo classico. E’ vero che si portavano tutte (TUTTE) le materie dell’ultimo anno a differenza degli anni successivi quando l’esame poteva definirsi quasi una burla, con due sole materie e altre due a scelta!
Concordo poi sugli esami universitari. In giurisprudenza (il mio corso) gli esami erano 21 e SOLTANTO tre erano facoltativi tutti gli altri (18) OBBLIGATORI.
Comunque, erano “altri tempi”. Quanto ai tempi successivi, molto permissivi, non si impediva ai ragazzi di buona volontà di integrare in proprio ciò che la scuola non offriva. Mio figlio Massimo, vittima incolpevole del ‘68 (è del 1971), è ora apprezzato economista nello Staff stabile della World Bank a Washington con competenza su tutti gli Stati dell’America centro-meridionale (forse perché non ha studiato nella Scuola pubblica ma, con grande sforzo economico, all’Istituto Massimo dell’Eur).
L’importante è studiare, principio che vale in ogni epoca e sotto ogni “regime”. Gli altri due lo hanno seguito a ruota come forte volontà.
Cordialmente, Salvatore Mastruzzi
Il 30 Luglio 2009 alle 17:26 jane55 ha scritto:
Sono perfettamente d’accordo, l’importante e’ la volonta’ di studiare.
Il 30 Luglio 2009 alle 17:44 jane55 ha scritto:
Aggiungo ancora un piccolo commento.Ricordo che alla Sapienza di Roma ,facolta’ lettere e filosofia, esame di storia moderna, tutti gli studenti cadevano invariabilmente sulle domande riguardanti la riforma di Lutero, ma incredibilmente,il loro ”imbarazzo” nel rispondere, si espletava completamente, quando il professore che li esaminava, chiedeva delucidazioni, prima ancora che sulla dottrina luterana,sulle basi della dottrina cattolica vedi comunione, confessione,ecc., ecc.E’ inutile sottolineare che se non si conoscono gli elementi base della dottrina cristiana non si puo’ parlare del protestantesimo o di altre riforme religiose. Cio’ accadeva negli anni del sei politico garantito, almeno a lettere, e questo e’ solo uno dei tanti esempi che potrei citare.Ora come meravigliarsi della scarsa preparazione di molti ex giovani,e di tanti giovani d’oggi. Ben venga quindi una riforma totale dell’istruzione, la speranza e’ che non venga sprecata da inutili polemiche pseudo politiche dal disinteresse e dalla negligenza in cui mi sembra che in certi momenti affondino alcuni strati della nostra societa’.
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