Presa nel punto attuale, la parabola politica di Gianfranco Fini dimostra che la «lealtà» può essere, machiavellicamente, una buona strategia politica. Negli ultimi tre mesi Silvio Berlusconi è stato sottoposto a una pressione eccezionale, con mezzi e scopi fuori della norma, al fine di stroncarlo e schiacciarlo. Fini era nella posizione apparentemente perfetta per approfittarne.
Tutti i leader conoscono il catalogo delle slealtà, strumenti spesso produttivi ed efficaci per progredire in carriera, logorare ingombranti boss o tutori, corrodere sistemi di consenso. Invece Fini non ha compiuto un solo gesto sicario, non ha puntato sulla disgregazione, non ha pensato di ammassare materiali di scarto per favorire l’avvelenamento e l’inquinamento dell’aria che respira la maggioranza di cui fa parte, sebbene con le cautele istituzionali di presidente della Camera.
Chi ragiona pigramente di politica ne sarà rimasto sorpreso. Possibile che Fini si accontenti di un’immagine non tradizionale, possibile che se ne stia quieto a rinnovare Il Secolo (miracolo: è diventato un giornale moderno)? Ad abolire il malcostume dei «pianisti» di Montecitorio con una riforma del regolamento? A predicare la necessità di riformare il bicameralismo perfetto? A nutrire i suoi think tank e a farsene nutrire, la grande bouffe delle idee che la destra ha sempre sognato e mai realizzato?
Ma invece di tergiversare, non era il momento di limitare le ambizioni e il potere d’immagine di Berlusconi, di spuntargli le penne con qualche gesto sottilmente oltraggioso?
Una idea bassina e banale di machiavellismo avrebbe suggerito questa strada: cavalcare il moralismo straccione della stampa liberal e perfezionare con un assalto ad personam la tela di ragno trasversale costruita in anni di dissociazioni strategiche su questioni decisive come la società multietnica, la laicità positiva e parecchi altri dossier. E se proprio no, perché anche per le attività sicarie ci vuole un qualche gusto del rischio, almeno far pesare il proprio appoggio silenzioso, sottolineare pubblicamente una riservatezza da spendere maliziosamente.
Niente. Fini è stato impeccabile, se appunto la lealtà sia una categoria della politica.
Ha lasciato solo il gruppo Espresso-Repubblica, che tanto lo aveva corteggiato e blandito, in funzione anti Cav, si è volontariamente isolato dall’affaire e non ha offerto la minima sponda tattica alle cento manovre che sono state tentate per trasformare in rovina del capo del governo la campagna ossessiva che lo ha messo nel mirino, sulla scena del mondo, del G8, della stampa europea e americana.
Non era in realtà difficile leggere Fini come uno stabilizzatore naturale della legislatura e della costellazione politica uscita dalle ultime elezioni, invece che strologare su una analogia con i capricci provocatori di un Casini. Quando un leader riesce a farsi rispettare anche senza truppe, ché quelle se le è prese il boss dentro il governo e le tiene ben strette; quando acquista fiducia in se stesso dotandosi di un cervello collettivo del Principe, secondo la famosa definizione di Antonio Gramsci: è a questo punto che si acquistano aplomb e rigore, e si diventa capi per davvero.
Come è noto, non ho niente di speciale in favore di Fini. Salvo (e a questo ci tengo) la comprensione del suo nuovo modulo politico, attraverso il quale ha costruito le condizioni di una emulazione al rialzo e di un linguaggio meno rozzo della destra italiana.
Che questo processo, in cui è di rigore mutuare idee e stili anche della sinistra, non sia stato interrotto da una banale tentazione corvina, ecco una buona notizia per la nostra cultura politica e per chi punti sulla formazione di una vera classe dirigente.
- Martedì 28 Luglio 2009























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