Archivio di Luglio, 2009
Ci si è talmente abituati a congressi di partito dove si sa già chi viene eletto, che la corsa alla segreteria del Pd stupisce un po’ tutti. Ai candidati di solito piace vincere facile: ricordate Walter Veltroni? Per assicurargli 3 milioni di voti levarono di mezzo Pier Luigi Bersani, che già allora voleva candidarsi, lasciando in campo una perdente di successo come Rosy Bindi.
La macchina propagandistica dei Ds fece il resto e l’ex sindaco di Roma poté fregiarsi di un largo consenso, che non gli bastò però quando ci furono da vincere le elezioni vere, quelle politiche.
Le primarie erano talmente taroccate che, appena si cominciò a parlare di chi dovesse prendere il suo posto, dopo il disastro delle regionali in Sardegna, il Corriere della sera se ne uscì con un appello per una competizione vera e un confronto sul programma che non fosse di maniera. Per il quotidiano milanese, un’elezione arrangiata sarebbe stata una perdita di tempo, un modo per nascondere lo sporco della grande casa della sinistra sotto il tappeto.
Certo, nessuno immaginava che una sfida senza infingimenti potesse finire come sta finendo, ovvero in una specie di rissa dove vecchi compagni di partito, che a lungo hanno militato insieme e altrettanto a lungo si sono inchinati di fronte al totem del centralismo democratico e dell’unità di partito, potessero darsele di santa ragione. E, neppure, ci si immaginava che lo spettacolo finisse in una commedia, con un comico che si candida a guidare il partito e il partito che spaventato gli risponde che non può perché non ha la residenza nel comune in cui ha chiesto la tessera: una comica, appunto.
Per noi giornalisti, naturalmente, tutto ciò è un’autentica pacchia, argomento quotidiano per decine di articoli e commenti, e garanzia assoluta di poter riempire le pagine anche ad agosto.
Ma per la cultura politica del Paese non credo invece che sia un bene: il duello fra le diverse anime del Pd e della sinistra rischia di distruggere anche quel po’ di sinistra che ancora c’è in Italia, condannandola alla marginalità almeno per un decennio, se non di più.
Scomparsa la sinistra radicale, potrebbe infatti scomparire, o ridursi ai minimi termini (che dal punto di vista della dialettica democratica è più o meno la stessa cosa), anche quella cosiddetta riformista. E, da osservatore non certo di sinistra, penso che questo non faccia bene a nessuno. Al Partito democratico per primo, ma anche al Popolo della libertà, che, senza opposizione, rischia di farsela da solo l’opposizione, come ho già scritto.
Il Pd ha bisogno di una guida forte, di un leader che non sia un surrogato, ma neppure espressione di una corrente, seppur maggioritaria. I partiti di successo oggi hanno tutti un capo autorevole e seguito, un segretario o presidente che è riconosciuto e amato e, allo stato attuale, dentro il Pd non c’è traccia di una simile leadership. O meglio, uno c’è, anche se momentaneamente occupato: Giorgio Napolitano. Per fare del Partito democratico un vero partito riformista l’unico candidato che abbia i titoli è lui.
Non solo perché è stato il capo della corrente migliorista, ovvero del gruppo che dentro il Pci iniziò a parlare di svolta socialdemocratica fin dagli anni Settanta, e dunque un comunista aperto al mercato e all’Occidente (a parte quel brutto errore di gioventù, si fa per dire, quando applaudì i carri armati russi che entrarono a Budapest). È anche il solo che dispone di un po’ di consenso e popolarità. Certo, in gran parte questo seguito gli viene dalla carica che ricopre. Ma, se fossi nei panni dei dirigenti del Pd, non starei lì a fare tanti distinguo: a 84 anni il capo dello Stato è l’unico nuovo che avanza a sinistra.
È il trionfo della democrazia interna o uno spietato regolamento di conti quello che sta avvenendo nel Partito democratico? Il primo elemento positivo è che sono finalmente cadute le maschere. Massimo D’Alema, per fare un esempio, non si nasconde dietro il suo candidato Pier Luigi Bersani per parlare male (e come!) di Dario Franceschini. Lo fa in prima persona, brutalmente com’è nel suo carattere: il segretario ha perso le elezioni, dice, dunque se ne vada come feci io quando persi le regionali del 2000.
Per 8 a 7, cioè di misura, sottolinea D’Alema con un puntiglio anche qui tipico del suo carattere. Quasi a dire: magari Franceschini avesse perso le elezioni europee e le amministrative di stretta misura.
Franceschini aveva fatto partire la slavina dicendo di candidarsi perché quelli che erano venuti «prima di lui» avevano combinato un disastro. Poi si è corretto e ha detto «molto prima» di lui, per salvare in extremis il povero Walter Veltroni che l’aveva pur sempre designato alla segreteria. Così D’Alema, che come è noto ha un’altissima considerazione di sé e considera Franceschini come Winston Churchill poteva considerare il suo segretario, non ci ha visto più.
Colpisce, piuttosto, la discesa in campo di Piero Fassino. Fassino fatalmente faceva parte del mazzo buttato via da Franceschini. Ma avendo accettato di essere il coordinatore della sua mozione congressuale, deve difenderlo. Chi scrive segue da quasi quarant’anni le vicende del Pci e di tutto quel che ne è seguito. Ma mai aveva visto un ex segretario rispondere a un altro segretario con frasi del genere: «D’Alema si è definito uno statista e ha paura della Serracchiani?». Si è definito uno statista, badate, non: è uno statista.
Questa bagarre è comunque migliore di quegli orribili congressi in cui D’Alema e Veltroni, dopo essersi pugnalati fino a 5 minuti prima, confluivano nella stessa mozione unitaria.
Chi vincerà? La candidatura di Ignazio Marino è di testimonianza: il bravo chirurgo ha una posizione troppo laica per poter guidare un partito come il Pd. Non c’è dubbio che Bersani accentuerebbe il posizionamento socialdemocratico del partito e questo potrebbe portare a qualche scissione. Ma nemmeno più di tanto, sostiene Angelo Sanza (uomo di Pier Ferdinando Casini), perché D’Alema vuole allearsi con l’Udc.
Qui si apre un altro capitolo. Con una lettera congiunta al Corriere della sera, Casini e Francesco D’Onofrio hanno sostenuto (richiamandosi perfino a Luigi Sturzo) la vocazione regionalista del partito. La sensazione è che Casini voglia ripetere quel che il Psi faceva con la vecchia legge regionale e comunale: allearsi qui con il Pdl, lì con il Pd, come prima accadeva con la Dc e il Pci. Sarebbe una grossa innovazione non facile da fare digerire a tutti, a cominciare dalla Lega.
Si capisce che D’Alema voglia mantenere il potere in Puglia dove Casini è forte. Ma in quasi tutte le regioni del Nord Pdl e Lega possono vincere senza l’aiuto dell’Udc. E allora? Il prossimo congresso del Pd è solo la prima tappa di un percorso nuovo e imprevedibile.

I giornali stranieri hanno assunto di nuovo, e stavolta con impressionante unanimità, un timbro politicamente stroncatorio verso Silvio Berlusconi e il governo da lui presieduto. Un complotto di forze oscure? Un tentativo di comprarsi a basso costo l’Italia e la sua politica estera? Dobbiamo sentirci offesi nella nostra dignità nazionale?
Bisogna reagire contro le «inique sanzioni» imposte al nostro Paese da editoriali e inchieste del New York Times, del Guardian e perfino del Wall Street Journal?
No, questo è ridicolo. Ma nemmeno possiamo far finta che tutto sia riducibile all’indebolimento dell’immagine del presidente del Consiglio, che ha alternato nell’ultimo anno leadership e showmanship, secondo la sua natura di uomo privato impegnato in funzioni pubbliche, oltrepassando la sottile linea rossa che divide libertà di tono da provocazione.
Che il Cav abbia riscaldato il proprio consenso popolare, ma anche radicalizzato il dissenso sui suoi comportamenti privati e pubblici, unificandolo in una vasta coalizione nazionale che va dalla Conferenza episcopale ai mangiapreti fasulli di Micromega, questo è sicuro. Ma una volta c’erano George Bush, Tony Blair e José María Aznar; e l’Italia di Berlusconi era parte integrante di una coalizione occidentale in guerra contro il terrorismo jihadista, mentre Francia e Germania erano governate da un nazionalista ambiguamente proarabo come Jacques Chirac e da un cancelliere nazionalneutralista come Gerhard Schröder.
Con Barack Obama e la nuova costellazione politica in Europa, non solo la retorica è cambiata, cambiano anche i rapporti di forza politici e diplomatici, all’Italia tocca uno sforzo supplementare di intelligenza delle cose e di autorevolezza per tenere il terreno. I grandi giornali (compresi quelli del pimpante Rupert Murdoch, concorrente diretto dell’impresa televisiva del presidente del Consiglio, che ha avuto il merito di aprire il Paese a questa sfida) riflettono una tendenza e una visione che è propria delle classi dirigenti in gran parte dell’Occidente, e magari anche paure o preoccupazioni determinate dalla efficace ma rischiosa spregiudicatezza della politica personale di Berlusconi verso un Putin o un Gheddafi.
L’accanimento aspro e la estrema ruvidezza dei toni, fenomeni che in fondo durano da molto tempo, si spiegano però con ragioni più profonde, che credo di conoscere a fondo per via di tanti colloqui con giornalisti della stampa estera, ai quali mi capitò perfino di dedicare una edizione straordinaria del Foglio in inglese, una specie di manualetto storico per spiegare la traiettoria del potere e della storia politica nazionale da Bettino Craxi, dalla crisi della Prima repubblica e dalla sua liquidazione manu giudiziaria, fino a Berlusconi.
L’Economist, per esempio, ha saputo dedicare alla destra americana, al suo retroterra materiale e perfino spirituale, alla sua origine storica, inchieste che faranno epoca, tocquevilliane. Ma, come molti confratelli inglesi, tedeschi, francesi, americani e spagnoli, i giornalisti stranieri tendono a gettare uno sguardo frettoloso e generico sulla realtà italiana. Questo è magari un po’ offensivo, che molti di loro si mostrino snobisticamente sorpresi quando gli si ricordi che l’Italia dei partiti che avevano firmato la Costituzione è uscita con le ossa definitivamente spezzate dal tripudio di manette e giustizia sommaria che scardinò il vecchio sistema.
Prendete uno di loro e domandategli: «Ma se da voi scomparissero nel disonore pubblico laburisti e conservatori, democratici e repubblicani, socialdemocratici e democristiani, gollisti e socialisti, non pensate che nel vostro sistema politico si formerebbe qualche anomalia e che il suo destino sarebbe quello di una complicata transizione, nel bene e nel male?». Vi guarderanno a bocca aperta, e non sapranno che cosa rispondervi.
Negli scorsi giorni, mentre le truppe americane cominciavano a ritirarsi dalle città irachene e il governo di Baghdad festeggiava la sua ritrovata sovranità, il ministro iracheno del Petrolio ha organizzato l’asta che avrebbe assegnato ai migliori offerenti una licenza per lo sfruttamento di otto fra i maggiori giacimenti petroliferi del paese. Fra i due eventi vi era naturalmente un legame. La fine dell’occupazione doveva coincidere con l’inizio di una fase in cui l’Iraq, dopo quasi vent’anni dalla prima guerra del Golfo, avrebbe riconquistato sui mercati mondiali la sua posizione di terza potenza petrolifera dopo l’Arabia Saudita e l’Iran.
Ma le celebrazioni erano probabilmente premature. Il ritiro delle truppe americane ha coinciso con una ondata di micidiali attacchi terroristici e l’asta petrolifera ha avuto per effetto un solo contratto. Con l’eccezione della British Petroleum, le grandi società preferiscono stare alla finestra. Aspettano la legge irachena sul petrolio, che il parlamento di Baghdad non è ancora riuscito ad approvare, e soprattutto l’evoluzione della situazione dopo la fine dell’occupazione militare. In altre parole, sulla disponibilità del petrolio iracheno per il futuro dell’economia mondiale esistono ancora molte incertezze.
Il caso iracheno è particolarmente serio e grave, però la mappa geopolitica del petrolio contiene altri punti interrogativi. Cosa accadrà in Arabia Saudita dopo la scomparsa di re Abdullah? Con lui, ultimo dei fratelli saliti sul trono dopo la morte del fondatore dello stato, si esaurisce probabilmente la linea di successione orizzontale. In un paese dove la famiglia al potere comprende 5 mila cugini e la politica riformatrice del re si scontra con le resistenze di un Islamismo assai gretto e ottuso, la lotta per la successione potrebbe mettere a rischio la stabilità del regime.
Ancora più grave potrebbe diventare la situazione iraniana. La guida suprema e il presidente Mahmoud Ahmadinejad hanno imposto la loro volontà e vinto la partita elettorale. Ma la crisi ha dimostrato che nelle élite ecclesiastiche esistono fratture molto più minacciose, probabilmente, di quanto siano le manifestazioni di Teheran. Le scosse provocate da una possibile crisi del regime iraniano potrebbero costringerci a rimpiangere i tempi in cui il regime degli ayatollah controllava il paese ed era pur sempre, anche quando i neoconservatori americani sostenevano il contrario, un interlocutore razionale.
Tralascio l’Africa, dove l’utilizzo delle risorse petrolifere dipende da regimi detestabili (il Sudan) o dalla capacità dello stato di mantenere il controllo dei giacimenti (Nigeria), e passo alla Russia, che è per molti aspetti il nostro partner naturale e ideale. Ma nelle mani di Vladimir Putin e Dmitri Medvedev il petrolio non è solo una ricchezza nazionale. È anche lo strumento di cui la Russia intende servirsi per riconquistare il controllo della grande area geografica, dall’Ucraina al Caucaso, che fu prima zarista e poi sovietica.
Mosca ha bisogno dei mercati occidentali e sa che il suo sviluppo dipende dalla collaborazione con l’Occidente. Ma se fosse costretta a scegliere fra obiettivi economici e obiettivi politici, sceglierebbe senza esitare i secondi.
In molti punti del pianeta, petrolio e politica formano ormai un intreccio che non sarà facile sbrogliare. Vi sono stati momenti, in passato, in cui le ragioni dell’economia finivano per prevalere su quelle della politica. Temo che oggi stia accadendo il contrario e che le crisi politiche, da quelle mediorientali a quelle dell’Asia orientale, pesino sul futuro del mondo assai più della crisi del credito e della recessione.

Giampaolo Pansa si occupa sul Riformista dell’intolleranza che «troppa gente di sinistra» nutre nei confronti di chi non la pensa in un certo modo. Ha tratto spunto da un paio di lettere inviate al Giornale da persone che lamentano d’essere state insultate in treno e in autobus per il solo fatto di avere tra le mani una copia del quotidiano milanese. Il frasario usato contro di loro va da «fai schifo!» a «sei un servo di Berlusconi».
Pansa, nel commentare le due lettere, riferisce di un episodio analogo di cui è stata vittima una sua lettrice, assalita a male parole perché, mentre era in attesa di un treno, leggeva il libro La grande bugia, documentata denuncia dei falsi storici e dei crimini commessi in nome della lotta di liberazione.
Naturalmente la madre degli imbecilli è sempre incinta e si potrebbe concludere che i due lettori del Giornale e la signora sono stati sfortunati e hanno avuto il guaio d’incappare in compagni di viaggio maleducati e fanatici. Ma Pansa, che fu cronista del Corriere della sera negli anni in cui «la sinistra menava e sparava», parole sue, «e Montanelli era ritenuto un fascista insieme ai suoi lettori», non minimizza. Anzi, siccome il diavolo si nasconde nei dettagli, spiega che scruta l’orizzonte con qualche timore.
Le aggressioni, gli insulti, le intolleranze sono il sintomo, il dettaglio per citare Giampaolo, che segnala una malattia più estesa, un settarismo strisciante che tracima e che rischia di bruciarci tutti. C’è infatti una parte di sinistra che non si limita a contestare le idee che non le piacciono, ma assale chi ne è portatore o, semplicemente, lettore. E non si tratta di pochi scalmanati. Dietro c’è una cultura di odio, una violenza che per ora è verbale, ma che non è detto resti tale.
È una cultura da vecchi stalinisti, che punta alla demolizione, all’annientamento di chi la pensa diversamente. Colpisce con furia, senza rispetto degli avversari, che vede come nemici di cui sbarazzarsi. Per questa cultura chi manifesta opinioni dissonanti non ha dignità né onore, non ha diritto di parola, fa schifo e basta. Non è un uomo, ma un servo.
Forse qualcuno penserà che io enfatizzi pochi episodi, ma, siccome tocco con mano da tempo questo sentimento di rancore, posso assicurare che nelle mie parole non c’è esagerazione: mi limito a riportare le opinioni che si trovano online e a sintetizzare gli insulti e le minacce. A differenza di Pansa, però non penso che il clima di intolleranza sia bipartisan. Non ho notizia di lettori della Repubblica o dell’Unità presi a male parole da qualche energumeno. E nemmeno di ingiurie contro chi appartiene a uno schieramento di sinistra.
Ho provato a chiedere ad Antonio Padellaro, che del quotidiano che fu comunista è stato direttore, se gli è mai capitato di ricevere lettere di persone che segnalavano lo stesso trattamento riservato ai lettori del Giornale e se a lui stesso fossero arrivate offese, e la risposta è stata no. La stessa domanda l’ho rivolta ad altri giornalisti ritenuti di sinistra. La risposta è stata ancora no.
Non voglio dire che a destra siano tutti angioletti, sempre pronti a comprendere le ragioni altrui. No, anche lì ci sono comportamenti esecrabili. Ma penso che l’intolleranza sia patrimonio della sinistra. Di più: che faccia parte del suo dna. E credo che chi si candida a diventare leader di un partito democratico per definizione non possa ignorare questo tema. Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino diano un segnale di civismo nei confronti di quegli italiani che sono la maggioranza del Paese. Evitino di considerarli tutti servi sciocchi di Silvio Berlusconi e impediscano che siano vittime dell’odio coltivato a sinistra. Sarebbe il miglior inizio per chi ambisce a governare l’Italia e a riunificarla.
Chiedere una tregua ai giornali, in nome della ragion di stato, non è cosa di tutti i giorni. È successo. È successo in Italia. E l’autore di questo monito solenne è Giorgio Napolitano, persona rispettosa e prudente, tutt’altro che guascona. Avvicinandosi il G8, preso da irritazione e paura per un clima da suburra, con i grandi giornali in concorrenza tra loro per estrarre ogni possibile succo, specie se velenoso, pruriginoso, il capo dello Stato ha detto il suo «ora basta». Ed è stato obbedito a mezza bocca. In un penoso e significativo imbarazzo. Avremo infatti ancora qualche capitolo, in bella e dovuta copia, ma la pressione a mezzo stampa sulla persona e il privato di Silvio Berlusconi è destinata a diminuire. Poi si vedrà.
La morale della brutta favola è semplice: se l’uso della libertà di stampa è selvaggio, diventa grottescamente imprudente, supera ogni regola di decenza, si trasforma in onta generale che ricade sul Paese intero, ed è ovvio che a quel punto entrano in azione gli anticorpi, e siccome un leader che ha vinto le elezioni e governa legittimamente, con un forte consenso, non si può mandare via tanto facilmente, qualcuno di autorevole deve saltare fuori e richiamare tutti all’ordine, specie se all’Italia tocchi di recitare una sua parte sulla scena del mondo. Il tutto può certo risultare parecchio goffo, ma in fondo era prevedibile.
E qui entra in ballo il carattere di Napolitano, eletto 3 anni fa al Quirinale da una maggioranza molto risicata, e da allora tenace nel perseguire un livello almeno accettabile di confronto politico, al posto della grande e ricorrente rissa faziosa alla quale da un quindicennio siamo abituati. Trent’anni fa a capo dello Stato c’era Sandro Pertini, e dopo di lui venne Francesco Cossiga: presidenti caldi, reattivi, porosi di fronte alle sfide dell’opinione pubblica, e Pertini tribuno, retore sommo, e Cossiga eroe scespiriano, bollente e testa calda, assennato e folle provocatore, di volta in volta tutore e destabilizzatore della Repubblica dei partiti. Dopo di loro due presidenti freddi, il cattolico calcolatore Oscar Luigi Scalfaro e il superlaico Carlo Azeglio Ciampi.
Il primo un notevole manovratore, ma nel senso della destabilizzazione e dell’impopolarità. Il secondo un contegnoso e rispettabile grand commis de l’état. Nessuno di questi presidenti, che hanno fatto tutti la loro parte, todos caballeros, fu uomo di partito in senso stretto. Napolitano sì.
Uomo di partito non s’intende qui come spirito fazioso, ma come conoscitore della politica, persona capace di valutare i rapporti di forza parlamentari, le varianti decisive che formano l’oggetto delle scelte dell’opinione pubblica ed elettorale, lo stato di salute del Palazzo. Capace, come è stato in questa occasione Napolitano, e con raro tempismo, di osare l’inosabile: chiedere un momento di silenzio, o se volete di raccoglimento, alla stampa più ciarliera e molesta del mondo. E ottenerlo, sia pure tra riserve espresse a mezza bocca, con evidente timidezza.
Solo un politico ci poteva salvare. Solo un uomo di parte, conoscitore degli interessi in gioco tra le fazioni e tra gli stati, poteva darci, alla vigilia di un G8 che si preannunciava follemente malato di ogni sorta di sospetto e di complotto, quel momento di resipiscenza che forse ci fermerà sull’orlo dell’abisso. Perché è vero che dietro la pochade c’è poca sostanza, e molto chiacchiericcio intorno allo stile, ma è anche vero che un meeting mondiale nel pieno di una grande crisi globale è stato a un passo, e che ora Dio ce la mandi buona, dall’essere soffocato non dalle tragedie della storia ma da uno spirito di commedia leggera, una punta ridicolo.
Il salutare appello di Giorgio Napolitano a 10 giorni di «normalità istituzionale» (cosa straordinaria per un paese come il nostro) consente anche a chi scrive per un settimanale di guardare al Palazzo con un minimo di freddezza. Non so ovviamente che cosa stia bollendo in pentola a Bari e nelle altre cucine giudiziarie italiane, dove i cuochi che si occupano di Silvio Berlusconi non vanno mai in ferie.
È comunque importante che Gianfranco Fini e Giulio Tremonti abbiano considerato del tutto stravagante l’idea che si possa cambiare governo e, peggio, che se ne possa imbastire uno tecnico. È importante perché Fini e Tremonti sono indicati come le teste di serie di una successione che allo stato si annuncia comunque remota e complessa. Un bagno collettivo di buon senso, visto che chiunque parlasse oggi di crisi di governo verrebbe certo applaudito da molti salotti e qualche giornale, ma preso per matto da gran parte della pubblica opinione, che s’aspetta dal governo in carica argini sempre più forti alla crisi economica, il piano casa, la partenza delle grandi opere e tanto d’altro. Per quanto lo riguarda, il presidente del Consiglio ha ripreso a fare il suo mestiere con l’attivismo dei mesi che hanno preceduto il gossip: L’Aquila e Napoli, Corfù per la Nato e ora anche Viareggio, dove la tragedia ferroviaria è grave, ma l’emergenza circoscritta.
L’attenzione nei confronti di Berlusconi ha rischiato di porre in secondo piano quel che accade all’interno del Partito democratico. La lotta congressuale piace perché è sinonimo di vitalità politica. Ai due collaudati concorrenti Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani non si è aggiunto, contro le previsioni, Sergio Chiamparino. Chiamparino è il bravo sindaco di Torino, ha riverniciato di efficienza e di allegria una città altrimenti triste, è un riformista autentico, ha il coraggio di dire cose impopolari e lo fa con schiettezza, parlando come mangia. Sarebbe stato un buon segretario.
Chiunque vinca le primarie di ottobre è bene che sia anche il prossimo candidato premier del centrosinistra.
In questo dissento da Enrico Letta, apprezzabile in tanti altri campi, che vorrebbe invece il segretario del Pd lontano dall’aspirare a Palazzo Chigi. È d’insegnamento la vicenda di Romano Prodi. Il suo governo ha cominciato a scricchiolare quando Walter Veltroni ha tracciato da segretario del Pd una linea strategica del tutto conflittuale con la formazione e il programma del governo dell’Unione. Veltroni aspirava ad andare solo, Prodi aveva una maggioranza di 13 partiti e un governo di nove. Anche senza l’arresto di Sandra Mastella le cose sarebbero finite male.
Dalla Gran Bretagna all’Albania, lo sfidante del presidente in carica è il capo dell’opposizione. Enrico Letta, che conosce la storia della Dc per averla vissuta dall’interno, sa quanto sia stata complicata la vita dei presidenti del Consiglio costretti a mediare con i segretari del partito. È vero che dopo Alcide De Gasperi soltanto Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita si provarono a cumulare le cariche e che andò malissimo a entrambi, ma allora i governi duravano un anno. Adesso nascono per durare una legislatura ed è bene che il capo sia uno. Berlusconi insegna.
Chiunque vinca a ottobre, però, si troverà dinanzi al problema delle alleanze. Non credo che l’Udc deciderà di correre col Pd alle regionali. Se lo facesse, il Pd dovrebbe dare un addio definitivo alla sinistra radicale e cominciare un percorso affascinante ma lungo.
Se non lo facesse, il nuovo segretario pd dovrebbe fare il miracolo di François Mitterrand, quando invertì i rapporti di forza con il Partito comunista francese: guidare una sinistra la cui ala sinistra andrebbe imbavagliata. Cosa difficile in tempi come questi, in cui Gerhard Schröder ha preferito perdere le elezioni piuttosto che allearsi con la sua Rifondazione e Fausto Bertinotti si rimprovera ancora di aver tirato troppo poco la giacca di Prodi.

Clare Boothe Luce, scrittrice e ambasciatore degli Stati Uniti a Roma dal 1953 al 1956, disse un giorno che «no good deed goes unpunished», che tutte le buone azioni vengono prima o dopo punite. Temo che l’amaro detto della signora Luce si applichi alle eccellenti intenzioni che Barack Obama aveva annunciato nel corso della campagna elettorale: una grande riforma sanitaria per i 40 milioni di americani che sono pressoché privi di qualsiasi protezione, la chiusura del carcere di Guantanamo, il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, la mano tesa al regime iraniano, una nuova offensiva militare in Afghanistan e la soluzione dell’imbrogliata questione palestinese.
Tralascio la riforma sanitaria, che meriterebbe un discorso a parte, e cerco di riassumere gli ostacoli che Obama deve affrontare. Guantanamo è un osso duro. Quando sarà riuscito a sfoltire, con l’aiuto degli alleati, il numero dei prigionieri (oggi sono circa 250), il presidente si troverà pur sempre fra le mani un centinaio di uomini che non possono essere processati (le confessioni sono state ottenute con la tortura, le prove sono documenti segreti difficilmente utilizzabili) e che sono considerati pericolosi dai servizi d’intelligence. Chiuderà il campo, prima o poi, ma dovrà pur sempre trovare un luogo in cui rinchiuderli a tempo indeterminato. E gli sarà più difficile sostenere che l’America di Obama è completamente diversa da quella di George W. Bush.
Il ritiro delle truppe americane dalle città irachene e il passaggio dei poteri alle autorità di Baghdad sono cominciati nella peggiore delle condizioni possibili. Al Qaeda in Mesopotamia e i gruppi del nazionalismo sunnita hanno approfittato della decisione di Obama per scatenare una sanguinosa campagna di attentati che si propone d’indebolire il governo di Nuri al-Maliki e di screditare la strategia del presidente americano. Fra qualche settimana Obama potrebbe essere costretto ad affrontare un drammatico dilemma: restaurare il regime d’occupazione o permettere che il governo iracheno perda gradualmente il controllo del paese.
Dopo le elezioni iraniane, Obama ha fatto del suo meglio per evitare dichiarazioni che avrebbero pregiudicato l’avvio dei negoziati con il vincitore. Ma la dura repressione del dissenso nelle strade di Teheran lo ha costretto ad alzare il tono della protesta e ha regalato in tal modo alla dirigenza iraniana l’occasione di affermare che «Obama parla come Bush». Se tace, presta il fianco ai suoi oppositori americani; se accusa il regime di Teheran, rischia di pregiudicare la prospettiva del negoziato.
In Afghanistan Obama sa che occorre trattare con l’ala meno radicale del movimento talebano, ma sa altresì che occorre, prima di cominciare a negoziare, un importante successo militare. Sperava di poter contare su un consistente apporto di truppe alleate, invece il contributo della Nato rimane nel complesso modesto.
Per avviare il negoziato sulla questione palestinese e convincere gli estremisti delle due parti ad accettare un compromesso, Obama deve anzitutto convincere il premier israeliano a bloccare gli insediamenti ebraici nei territori occupati. Però Benjamin Netanyahu resiste, forse nella speranza che le molte difficoltà sorte sul cammino di Obama lo costringano a rivedere la politica della mano tesa.
Continuo a pensare che la linea politica tracciata da Obama nel suo discorso del Cairo sia la migliore delle linee possibili. Ma i suoi avversari, negli Stati Uniti e in Medio Oriente, approfitteranno delle circostanze per cercare di boicottarla. Comincia ora, a pochi mesi dall’ingresso alla Casa Bianca, un momento decisivo della presidenza di Barack Obama.

Certo, non è bello che due giudici costituzionali vadano a pranzo con premier e ministri, soprattutto se i due devono decidere su una materia politicamente sensibile come il lodo Alfano. Ma il tête-à-tête fra politici e magistrati non mi sorprende. Basta avere frequentato un po’ i salotti romani per sapere che lì non c’è alcuna separazione fra i poteri dello Stato. Avendo partecipato qualche volta a queste cene, posso testimoniare che le ricche case private dei Parioli o del quartiere Prati sono il centro d’incontro fra apparati della Repubblica e politica. Destra e sinistra non fa alcuna differenza: l’abitudine alla promiscuità istituzionale è rigorosamente bipartisan.
Non mi stupisce neppure l’indignazione della sinistra dopo che si è appreso del pasto consumato dal Cavaliere in casa dell’alto giudice.
Conosco i politici e so che hanno l’indignazione facile. Antonio Di Pietro, com’era ovvio, ha subito sollecitato le dimissioni dei due magistrati, spiegando che «la Consulta è un organo costituzionale indipendente che in nessun modo può essere oggetto di interferenze né da parte del governo né da parte di altri organi costituzionali». E, se l’interferenza c’è stata, ne vanno tratte le conseguenze. Dimissioni, dunque.
Il leader dell’Italia dei valori avrebbe ragione se nel Belpaese davvero esistesse una rigida divisione dei poteri e se le interferenze sulla Corte costituzionale fossero inaudite. Ma, purtroppo, di cose simili nel passato ne sono accadute fin troppe. E non parlo per sentito dire.
Anni fa, quando dirigevo il quotidiano romano Il Tempo, mi capitò fra le mani una storia simile. Frequentando uno dei salotti di cui vi dicevo prima, fui testimone di un’allegra conversazione fra un presidente emerito della Corte costituzionale, un importante magistrato e un paio di politici. Senza curarsi troppo dei profili penali e istituzionali della sua chiacchierata, il giudice della Consulta riferì che su pressione dell’allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, due membri della Corte avevano deciso di modificare il loro parere sul referendum per la smilitarizzazione della Guardia di finanza. L’interesse del presidente della Repubblica sarebbe stato dovuto alle paure dei vertici delle Fiamme gialle, i quali erano certi che una consultazione popolare sull’argomento avrebbe portato alla smilitarizzazione della Finanza.
Il giorno dopo la ghiotta cena, riportai in prima pagina sul Tempo la storia delle pressioni di Scalfaro, facendo i nomi dei giudici che avevano cambiato parere e, dopo essersi espressi a favore, si erano schierati contro, negando agli italiani il diritto di dire la loro. La vicenda fu ripresa da altri giornali e i radicali, che avevano raccolto le firme per il quesito, protestarono di fronte al Quirinale. Il clamore fu tale che mi sarei aspettato un’indignata reazione politica. E invece no.
Il centrosinistra di Romano Prodi, che all’epoca era al governo, non fiatò. Nemmeno quell’Antonio Di Pietro appena eletto senatore con i voti ds. Zitto anche il centrodestra, forse per non contrariare la Guardia di finanza. Silenti pure i giudici. Eppure, l’accusa a un capo dello Stato d’avere tradito la Costituzione non era cosa da poco, ma i magistrati, compreso quello che insieme a me aveva ascoltato le rivelazioni, erano distratti.
Ci fu un’unica prova che il centro di potere che ruotava attorno alle istituzioni aveva accusato il colpo. E fu il mio successivo licenziamento.