Archivio di Agosto, 2009
Quattro anni fa, agli inizi della precedente campagna elettorale, Angela Merkel scelse un consigliere economico liberista e lasciò intendere che sarebbe diventato, se avesse vinto le elezioni, il suo ministro delle Finanze.
Era Paul Kirchhof, professore a Heidelberg e autore di un programma fiscale che avrebbe drasticamente eliminato riduzioni e detrazioni per creare una aliquota unica del 25 per cento. Ma non appena si accorse che queste radicali riforme stavano suscitando i malumori dell’elettorato moderato, Merkel lo congedò. Se dovessi definire con un solo aggettivo lo stile politico del cancelliere tedesco, la parola giusta sarebbe prudente.
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Nel 2011 saranno 150 anni dall’unità d’Italia, e Dio solo sa quanto se ne discute, e con quale compunzione storica e civile. Nel commentare il viaggio di Silvio Berlusconi da Muammar Gheddafi, però, abbiamo dimenticato che nel 2011 faranno anche 100 anni dall’invasione coloniale italiana della Libia.
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La questione immigrati-governo-sinistra-Chiesa-Lega-Libia ha prodotto un’enorme, confusa matassa della quale è difficile trovare il capo. Proviamoci insieme.
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Barack Obama potrebbe anche farcela a riformare in modo sensato la sanità americana, che costa troppo e non produce una copertura universale, ma l’instaurazione di un compiuto stato sociale all’europea, con prerogative pubbliche decisive, pianificazione centralizzata dei governi, deresponsabilizzazione del cittadino, questo non mi sembra un obiettivo alla sua portata.
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Di Magdi Allam
Le vie di Allah sono infinite. La legge islamica si sta infiltrando nel nostro codice dalla porta principale, avallata dal più alto livello di giudizio della magistratura italiana. Succede con la recente sentenza numero 32824 del 2009 della Corte di cassazione che, nel confermare la condanna a 10 mesi di reclusione di un marito musulmano residente a Forlì che considerava un proprio diritto maltrattare la moglie perché «lo prescrive il Corano», ha ritenuto di dover assolvere l’Islam come religione e legittimare il Corano come libro sacro, sostenendo che «la fede islamica, ove pure non sancisca la parità dei sessi nel rapporto coniugale, tuttavia non autorizza i maltrattamenti da parte del marito e, anzi, pone a fondamento della sua autorevolezza proprio il dovere di astenersene».
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Appartengo in ogni senso a un altro secolo. Quando vedo giovani morti o in coma dopo una festa, faccio un po’ di confusione. Qual è la differenza tra le feste in barca a Panarea e i rave party? Differenza enorme, mi spiegano. Alle feste di Panarea (e dei tanti altri posti in cui ci si diverte in questo modo) l’incidente è appunto un incidente, cioè imprevedibile.
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Quando iniziai a dirigere Panorama, Romano Prodi era ancora a Palazzo Chigi. Nessuno immaginava che dopo pochi mesi sarebbe caduto e che la breve stagione di governo del centrosinistra avrebbe avuto fine.
Anche i più critici, me compreso, ipotizzavano al massimo una crisi intestina alla maggioranza e l’avvento di un nuovo premier, come già accadde nel 1998, quando il Professore fu disarcionato e sostituito da Massimo D’Alema prima e da Giuliano Amato poi. Invece, fin dai primi mesi di direzione, fui testimone del suicidio della sinistra. Un rito autodistruttivo che ha portato il Pd alle difficoltà attuali, senza più leader e senza più un programma chiaro.
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Gli argomenti utilizzati dagli oppositori della riforma sanitaria che Barack Obama ha promesso al paese durante la campagna elettorale sono in parte nuovi, in parte vecchi. Sono nuovi quando i nemici della riforma sostengono che è assurdo impegnare più di 6 miliardi di dollari, da qui al 2019, in un momento in cui il governo ha svuotato le casse dello stato per salvare le banche, nazionalizzare la General Motors e stimolare il rilancio dell’economia.
Sono vecchi, invece quando Barack Obama viene tacciato sommariamente di socialismo. Molto di ciò che è stato detto nelle scorse settimane ripete alla lettera le accuse mosse a Bill Clinton quando incaricò Hillary, durante il suo primo mandato, di preparare una riforma che avrebbe dato una copertura sanitaria ai 45 milioni di americani che ne sono privi.
Gli americani non vogliono una medicina burocratizzata in cui lo stato possa imporre il medico di cui dovranno servirsi, il chirurgo da cui dovranno essere operati, l’ospedale in cui verranno ricoverati. Gli americani non sono socialisti e non hanno alcuna intenzione di convertirsi al socialismo strisciante di cui Obama sarebbe il regista.
In questi argomenti vi sono, insieme a qualche verità, parecchi paradossi. La spesa è elevata, ma l’estensione della protezione sanitaria a 45 milioni di persone potrebbe produrre, alla fine, persino qualche benefica ricaduta sull’economia nazionale. Il cittadino «coperto» sente meno il bisogno di risparmiare per i momenti difficili ed è più pronto a consumare.
In Cina, dove non esiste un servizio sanitario nazionale, il governo si sta chiedendo se il modo migliore per fare uscire il denaro dai materassi non sia per l’appunto quello d’introdurlo.
Ma è certamente vero che l’entità della somma prevista dai programmatori di Obama pesa sul progetto e rende i membri del Congresso, anche fra i democratici, molto prudenti. Meno convincente invece è la tesi secondo cui gli americani detesterebbero il socialismo. È certamente vero che tutti i partiti socialisti degli Usa sono miseramente falliti e che «socialismo», nei salotti americani, è una brutta parola. Ma le dosi di socialismo sotto altro nome che gli americani hanno assorbito senza troppo protestare dall’epoca di Franklin Delano Roosevelt in poi sono considerevoli. Anche nel campo della sanità.
In un articolo apparso sul New York Times, il premio Nobel Paul Krugman ricorda che esiste in America un programma federale di assistenza totalmente gratuito: si chiama Medicare ed è destinato alle persone al di sopra dei 65 anni. E accanto a Medicare esiste anche Medicaid, un programma gestito congiuntamente da fondi federali e statali che nel 2008 avrebbe garantito una certa assistenza a circa 49 milioni di indigenti: bambini, donne incinte, disabili, anziani.
Non è tutto. A coloro che denunciano il futuro intervento dello stato nel settore assicurativo occorre ricordare che il governo federale esercita già ora una rigorosa sorveglianza sulla politica assicurativa delle società private e garantisce il lavoratore assicurato contro la pratiche discriminatorie spesso applicate in passato e raccontate in qualche film di grande successo.
Questo non significa che la riforma proposta da Obama sia inattaccabile. Significa tuttavia che dietro le proteste vi sono spesso gli interessi (legittimi, per carità) degli assicuratori, della grande corporazione dei medici americani e di coloro su cui potrebbero gravare, per i finanziamenti del programma, imposte più elevate. Quanto al socialismo ve n’è molto di più negli Stati Uniti di quanto gli americani preferiscano ammettere.
Premetto che sono ottimista di carattere. Sono quindi pericoloso quando parlo del futuro. Visto che incautamente mi vengono chieste delle previsioni, sono le seguenti.
1. Governo e riforme. Berlusconi non vuole sentir parlare di fase due del governo perché non vuole che si derubrichi a fase uno un anno che lui ritiene soddisfacente. E forse anche perché deve ronzargli nelle orecchie il «Berlusconi bis» impostogli da Marco Follini e Pier Ferdinando Casini nel 2005 e foriero della sconfitta del 2006.
Non c’è dubbio, tuttavia, che fin dall’autunno il governo debba stringere sulle riforme. Se vuole essere credibile, deve sostenere Mariastella Gelmini in quelle della scuola e dell’università che sono il cardine per il rilancio di un paese ignorante dove i postumi del ’68 hanno fatto precipitare il livello complessivo dell’istruzione e le baronie accademiche hanno portato il nepotismo a istituzione incrollabile.
I tagli mirati della Gelmini sono una risposta utile, ma i soldi (selezionati) per la ricerca vanno incrementati. Giulio Tremonti sa bene che qui non si tratta di spese, ma di investimenti produttivi. E pazienza se il debito pubblico dovesse soffrirne. Lo stesso discorso vale per il gigantesco piano di investimenti nel Sud 2010-2015.
Qui non si tratta di contrapporre il Sud al Nord. Gli imprenditori settentrionali più accorti sanno che l’Italia sarà sempre zoppa senza il decollo del Meridione. La Cassa per il Mezzogiorno non fu una associazione per delinquere, anche se nella fase finale gli sprechi furono enormi. So che il nome è oggi impronunciabile, ma la capacità di un governo si misura nella realizzazione di grandi strategie senza disperdere miliardi in elemosine. Infine, la giustizia. La legge sulle intercettazioni va approvata senza essere snaturata e la parte maggioritaria della magistratura è favorevole alla revisione del sistema elettorale del Consiglio superiore lottizzato come nemmeno la Rai è mai riuscita a fare.
2. Economia. Il mio ottimismo non si spinge fino a credere che il boom delle borse sia durevole e che la crisi sia un ricordo. Avremo in autunno più disoccupati e il governo deve saper predisporre quella fascia di protezione che ha già funzionato per banche e risparmiatori. Le crisi sono storicamente grandi occasioni di ripensamento e di crescita. Sta al governo, che certo non può agire da solo in questo campo, tenere il Paese nella scia giusta e badare a che molte imprese non approfittino della crisi per togliersi vecchi sassolini dalle scarpe.
3. Partito democratico. Un paese senza una opposizione parlamentare forte e credibile è a rischio. In autunno avremo il nuovo segretario del Pd e sarebbe una tragedia se il vincitore del congresso fosse bocciato alle primarie. Il Pd ha comunque l’occasione irripetibile di diventare un grande partito riformista e autonomo che per decidere la propria linea politica non deve aspettare gli editoriali della Repubblica e le mosse di Antonio Di Pietro. Può farcela, deve farcela.
4. Terremoto dell’Aquila. Le «casette» di Berlusconi in autunno saranno pronte e questo certamente è un record. Paradossalmente, invece, si rischia quasi con certezza di non rientrare nelle migliaia di abitazioni che con pochissimi lavori sarebbero di nuovo agibili. E non per la paura dei residenti, quanto perché l’iter burocratico ancora non consente nemmeno di appaltare i lavori. Le scuole riapriranno puntualmente, ma con pochissimi alunni. I finanziamenti tardano e nessuno parla di tempi e modi della ricostruzione del centro storico. Qui il mio ottimismo cade.
Civettuolo com’è, nel recente passato Giulio Tremonti aveva fatto in modo di proiettare la grande crisi finanziaria sullo sfondo ritualistico del Levitico, scrittura veterotestamentaria molto complicata. In realtà il ministro dell’Economia è neotestamentario, e anche semplice: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, questa è la sua nuova trovata politica.
Le banche, verso le quali il governo si muove da garante & sorvegliante, tra bond esosi ma cospicui e monitoraggi prefettizi, non si faranno rimborsare la quota dei mutui contratti dalle piccole e medie imprese in conto capitale, limitandosi a percepire per alcun tempo i soli interessi.
Il ministro ha incoraggiato la decisione, l’ha definita nei dettagli d’accordo con l’associazione dei banchieri, e l’ha classificata tra gli stratagemmi indolori che un paese ultraindebitato e con un deficit montante può applicare all’economia reale allo scopo di stimolarne la crescita. Se non ci sarà una moria generalizzata delle imprese, come per adesso non c’è stata nonostante le previsioni più fosche, una parte del merito andrà alla duttilità intrisa di severità, e qualche volta di irridente arroganza, con cui il geniaccio di Berlusconi ha trattato la questione del credito mentre tutto o quasi tutto nel mondo dorato delle banche si inceppava.
Questi socialisti sono naturaliter capaci di governare i sistemi bancari. Pensiamo ad Amato, Giuliano Amato, che all’inizio degli anni Novanta rimise le banche nel circuito dell’azionariato di impresa e realizzò l’architettura del sistema barocco ma fluido, che ancora in parte tiene, delle fondazioni. Vent’anni dopo è Tremonti, reduce da scontri epici con il cattolico Bankitalia Antonio Fazio, e pronto a nuovi confronti aspri con il superlaico Bankitalia Mario Draghi, a pittare il nuovo paesaggio del credito nel bel mezzo di una crisi simile a quella dei vari venerdì e martedì neri della lira.
Le banche italiane, in fondo, funzionano come società di mutuo soccorso, talvolta per i capitalisti, talvolta per i lavoratori, e si accodano con molta pigrizia alle pericolose innovazioni di prodotto finanziario importate in Europa da Wall Street e dai mercati più frementi, tra i quali quelli asiatici.
Per questo hanno sofferto meno del prevedibile lo scasso del credito mondiale, non hanno riversato su pensioni e polizze sanitarie le loro difficoltà (anche perché da noi borsa e finanza sono state tenute fuori dal sistema previdenziale e assicurativo-sanitario). Insomma, siamo un paese sempre abbastanza socialista, e sono i socialisti per cultura e sensibilità i meglio addestrati per governare e contenere i mercati.
Tremonti non ha ancora uno status politico pieno, intendo come leader di partito. Ma è popolare perché i suoi atti hanno sistematicamente preso di mira interessi consolidati del blocco sociale alla base del potere populista, e più in generale la classe media trascurata dal centrosinistra.
Già tribuno delle partite iva e crociato antifiscale, ora che ha tirato i remi del reaganismo in barca, e si è fatto più prudente e chiesastico, solidale e socialdemocratico, Tremonti è diventato anche una prospettiva politica incarnata, un uomo pubblico di cui tenere conto nel gioco del consenso. La sua forza è nel non essere e nel non presentarsi come un economista.
Piuttosto, Tremonti si offre come uomo di diritto e di pensiero politico, e gli atti socialmente rilevanti del suo ministero, che è poi un due terzi almeno del valore-governo complessivamente inteso, tengono sempre conto di questo carattere non solo ragionieristico, del ruolo pubblico del governo nell’economia. La remissione dei debiti alle piccole e medie imprese, d‘accordo con i creditori, è il suo più recente capolavoro.